Difficile immaginare due artisti più differenti di Momus e Oliver Chaplin. Da un lato un musicista che, dopo aver inciso nel 1974 un capolavoro di culto come Standing Stone, decideva di lasciare la musica per dedicarsi alla propria vita nel Galles rurale e dall’altro una (quasi) popstar degli anni Ottanta, che cominciava nel post punk della Happy Family (ovvero i Josef K senza Paul Haig), per poi proseguire negli anni a intossicare la scena pop, somministrando il proprio farmaco in piccole dosi sempre più marginali, ma capaci di nutrire un culto che ancora oggi ci spinge a parlare di lui.
Dopo aver parlato del disco Quietism e averne discusso con l’autore stesso, Momus ritorna su queste pagine per parlare di una delle “sue” cover (chi lo segue, conosce bene quanto sia fitta questa sua attività). In particolare, ad essere sottoposta al trattamento momusiano è un brano tratto proprio da Standing Stone, Getting Fruity, che nella sua versione originale era un blues intrappolato in un fitto reticolo di chitarre che dialogavano acide fra loro con accenti ritmici che hanno subito colpito Momus:
“Appena ho sentito questo brano, ho pensato alle hit sensuali di Mungo Jerry e T. Rex dei primi anni ’70, con il loro sound blues elettrico in stile jug band. Oliver è riuscito davvero a connettersi a qualcosa di primordiale, e ho cercato di ricreare quella sensazione nella mia cover”.
Questo è stato il punto di partenza per Momus che ha letteralmente trascinato queste suggestioni nel proprio mondo, negli anni divenuto sempre più liquido ed elastico, nonché capace di accogliere gli elementi più disparati per poi fargli assumere – in maniera felicemente sinistra – i propri tratti somatici. Ed è così che Getting Fruity è stata immersa nella soluzione amniotica preparata da Nick Currie: un’armonica, una specie di banjo che emerge inaspettato dalle nebbie elettroniche delle tessiture strumentali, un beat che sgambetta sghembo, mentre alla voce filtrata di Momus viene affidato il compito di dipanare – con un passo a metà tra vaudeville e il jazz di New Orleans – una matassa sonora densa e stratificata.
Il singolo viene pubblicato dalla Orbited Factory, label italiana fondata dall'”agitatore musicale” Giacomo Checcucci alias Pincopanco e nata, almeno inizialmente, proprio per celebrare il disco di Oliver con una serie di cover affidate a svariati artisti (oltre al brano di Momus, sul Bandcamp dell’etichetta troverete altri quattro brani che meritano assolutamente attenzione e che ci auguriamo vengano presto raggiunte da altre collaborazioni).
Risulta dunque assolutamente affascinante vedere questi due artisti, che dicevamo così differenti (almeno all’apparenza…), venire accomunati da una vibrazione comune, definita da Momus come primordiale, ma che forse ha più a che fare con la natura stessa di Standing Stone. Negli anni Settanta il disco rappresentava uno strano “UFO Terrestre”, nato da un processo che rendeva incorporea la matericità delle cose terrene (martelli, tavoli, campi da coltivare, rumori ambientali, corde tese di chitarre), grazie a una creatività non allineata che aveva realmente assorbito (e compreso) la freakness del proprio tempo. Oggi, che il concetto di tempo, di gerarchie musicali e di storia lineare si sono inevitabilmente persi, Standing Stone si candida a nuovo libro di testo utile per studiare, comprendere e riprodurre un’attitudine alla creatività inedita, perché mai davvero esplorata a causa del rifiuto, appartato e rigoroso, che la figura che l’ha generata ha opposto al mondo. E forse è proprio questo strano incrocio fra la maniera con cui Oliver decise di rapportarsi con i propri anni e la nostra attuale concezione del tempo, che consente a Standing Stone di mantenere la sua natura primordiale. Qualcosa che non poteva che affascinare un intellettuale come Momus che sulla natura e le dinamiche del pop ha sempre voluto interrogarsi:
“… potresti comunque vincere in alcuni ambiti. Ad esempio, potresti vincere nella corsa alla posterità. Quando sei fuori dagli schemi, sei fuori dagli schemi. E la storia del pop è sempre più una storia di figure fuori dagli schemi. Syd Barrett, Captain Beefheart, Jad Fair, Frank Zappa, Daniel Johnston, Bruce Haack, Nick Drake… tutti loro tendono a diventare più rilevanti nel tempo. E man mano che diventano più rilevanti, diventano più centrali nella storia del pop, che in effetti è la storia della trasformazione del “fuori dagli schemi” in pop. (…) Nell’unpop, gli artisti outsider diventano sempre più centrali. Vengono pubblicati volumi su di loro, i loro dischi vengono ripubblicati e riproposti, vengono citati dai musicisti come influenze”.







