I Caroline si presentano con la propria formazione a otto elementi disposta perimetralmente sul palco; una dislocazione che può sembrare solo un dettaglio poco significativo, ma che rappresenta perfettamente la natura della band: nessun frontman perché il leader è il collettivo. Spesso si usa il termine cameristico per descrivere la musica dei Caroline, o almeno uno dei suoi aspetti, ma vedendoli dal vivo, il paragone più calzante sembra essere quello di una piccola orchestra. Come quel tipo di ensemble, infatti, gli inglesi giocano su un alternarsi e su un contrasto tra vuoti e pieni, tra silenzio e rumore che si traduce in una notevolissima escursione dinamica. Inoltre, i brani si dispiegano per incastri di strumenti che, pur concedendosi alcuni momenti con venature free, richiamano la precisione di una partitura senza soffrire di eccessiva rigidità. Infatti l’elemento più sorprendente che offre l’esibizione live dei Caroline è una carica talvolta emozionale, altre sonica che affascina e conquista un pubblico che risponde con una partecipazione e un calore che non si avverte tutti i giorni. E se non serviva un concerto per classificare la band inglese come una delle più interessanti in circolazione, la dimensione live rivela un aspetto più terreno rispetto a quello prevalentemente intellettuale dei dischi in studio e dimostra che i Caroline sono anche entusiasmanti.

La scaletta prevede l’esecuzione integrale dell’album Caroline 2 e il ripescaggio di tre brani dall’esordio.
Ogni episodio è in qualche modo memorabile, ma segnaliamo in particolare Good Morning (Red) con la vampata di rumore bianco in chiusura che investe in maniera ottundente la platea; un brano accolto con particolare calore dal pubblico, come anche Dark Blue, Tell Me I Never Knew That e la conclusiva total euphoria che vede, in maniera quasi irrituale per la band, il violinista Oliver Hamilton prendere il centro del palco come inebriato dal crescendo finale. Un’apparente eccezione che conferma la regola del collettivo che prevale sul singolo perché il violinista non prende la ribalta solista ma, in qualche modo, corona con il suo intervento lo sforzo corale e se ne fa interprete.

Una chiusura elettrizzante che sancisce la statura a tutto tondo dei Caroline, capaci di affascinare in studio e di coinvolgere dal palco.







