Per raccontare il concerto tenuto da Flavio Giurato, il 02/02 al Circolo Bellezza di Milano, si potrebbe partire dalla sua fine… quando il cantante romano, visibilmente commosso per l’accoglienza ricevuta (e forse anche per le emozioni che le sue canzoni ancora sanno regalargli), stenta a lasciare il palco e concludere il concerto. E’ in quel momento che – malfermo sulle gambe, un po’ per una lombalgia che lo attanaglia, un po’ per i suoi 77 anni – afferra il microfono e comincia a intonare prima uno speech tratto dal suo classico Marco Polo, per poi gettarsi in una versione a cappella – appassionata e fuori da ogni canone – di quella bellissima canzone – appassionata e fuori da ogni canone – che è Il Tuffatore. D’altronde, Giurato è sempre stato un irregolare che ha sempre giocato secondo regole sue, affrontando la propria carriera con un senso del tempo e un’etica artistica invidiabile. La sua canzone d’autore, così come si è evoluta nel corso dei decenni, ha sempre occupato un posto liminale, contemporaneamente dentro e fuori il canone cantautorale. Una condizione che, a detta dello stesso Giurato in un’intervista che ha voluto concedere al nostro blog, ha rivendicato, sostenendo di aver
“ricercato con forza questo non allineamento… e l’ho fatto per motivi di salvezza personale perché il successo commerciale non è che arriva e non pretende un prezzo da pagare. Non è qualcosa di indolore, ma presenta un conto da pagare… Ricordo che il pomeriggio in cui ho scritto “Digos”, che secondo me è uno dei pezzi migliori che ho composto, ho pensato: “ecco, se fossi stato impegnato che ne so magari in un servizio fotografico o in qualche altro impegno imposto da una major non avrei magari avuto la possibilità di assecondare l’ispirazione. Non avrei avuto il tempo di poter fare quello che devo fare. Insomma, la mia è stata una scelta e a me va benissimo così”.
Giurato ha sempre trattato la propria arte come qualcosa che non doveva avere un ritorno commerciale, ma che fosse semplicemente capace di raccontare il proprio mondo musicale. Un percorso che quest’anno è giunto all’ottavo capitolo in quarantotto anni di carriera, intitolato Il Console Generale, e che viene portato dal vivo con delle performance assolutamente vive, in cui Giurato viene accompagnato dal classico combo basso-batteria-chitarra, affidato a tre giovani musicisti, che si occupano di gestire scaletta e stacchi strumentali, riservando al proprio capobanda il rispetto che si tributa a un venerato maestro e l’affetto che si deve a un parente.
È così fa anche il pubblico accorso a Milano per rimanere ancora una volta affascinato dalla maniera anarchica ed apparentemente entropica con cui Giurato affastella le proprie parole scandite, sussurrate, urlate con un’urgenza che anche il nuovo disco, riproposto integralmente in sequenza nella prima parte dello spettacolo, rinnova con forza.
Un lavoro che aspettava da anni di essere pubblicato, ma che attendeva alcuni brani che garantissero la quadratura del cerchio, come ci ha raccontato lo stesso cantante:
“Avevo già da tempo “Tahiti Tamurè”, Intrepid Cosmonaut e Ricarica. Però, aspettavo due pezzi. La lunghezza dell’album ce l’avevo, ma non avevo ancora la sua forma, in particolare mi mancava il pezzo che chiude la prima facciata e quello che apre la seconda. Io ho sempre ragionato sul formato vinile, anche nell’epoca dei cd. Ho sempre immaginato il momento in cui devi alzarti, tirare su la puntina, cambiare lato del disco e tirare giù di nuovo la puntina. Poi a un certo punto sono arrivati “Laura e il Cubano” e “Atene 4” e mi hanno finalmente dato la forma compiuta dell’album. Una volta arrivati questi due pezzi, ho potuto finalmente vedere davanti a me qualcosa che mi dava una piena soddisfazione e l’ho pubblicato. Si tratta del primo lavoro che faccio che non ha un concept (anche se poi se proprio vogliamo trovarlo un filo comune tra i brani lo troviamo, eh…), ma mi interessava che avesse una dinamica ben precisa”.
La prima parte del concerto si chiude – come da copione – con il pezzo finale del disco, ovvero quella Caravan, che rappresenta il capolavoro dell’album, oltre che uno dei brani migliori mai scritti da Flavio, prodotto dalla stessa pasta di brani come La grande distribuzione o Digos, giusto per citare alcuni dei capolavori recenti del maestro. La versione live di Caravan ha il trasporto giusto, anche se probabilmente non regge fino in fondo al confronto con la perfezione raggiunta in studio, dove è possibile ascoltare un vertiginoso flusso di coscienza che solo un musicista come Flavio Giurato poteva concepire: astrazione temporale, registro fiabesco unito a un linguaggio moderno per creare ulteriore straniamento, cori femminili che aumentano il fascino della deriva, una dinamica musicale che ricrea l’andamento dinoccolato di una carovana che si spinge nel deserto e procede per accumulo di stanchezza, una meta finale che si scopre ubicata nell’incanto fallace del miraggio: delirio e destinazione da cui non sembra esserci ritorno e all’interno del quale – lievitando tra le sue visioni – termina il brano.
Dal vivo l’incipit del disco Intrepid Cosmonaut viene riprodotto in maniera piuttosto fedele con le sue vibrazioni acustiche e quasi sussurrate a dare forma a una ninnananna utile per condurre i propri figli, novelli ed intrepidi cosmonauti, verso sogni di stelle e avventure siderali, ma che invece – così come nel disco – atterrano su una Tahiti Tamurè, secondo brano in scaletta che, nel raccontare la deportazione degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, riesce a rinnovare il tema, illuminando tutto con frasi lapidarie e la consueta narrazione, ondivaga e circolare, che ricerca l’effetto mantra tramite la reiterazione di frasi che vanno a intersecarsi tra di loro. Un brano che dal vivo regge benissimo, seppur privato dell’accorto uso delle voci femminili presente su disco a fare da contrappunto al racconto, come una sorta di coro greco. Il tema della deportazione cade in un momento, quello attuale, in cui la questione israeliana conosce nuovi e se possibili ancora più drammatici sviluppi ed é impossibile non chiedere a Flavio qual è l’attuale rapporto tra la politica e la sua canzone e in generale se ha ancora senso la canzone politica in un mondo talmente polarizzato da dare l’impressione che tutto si riduca a una sterile e autocompiaciuta “predica ai già convertiti”, incapace di incidere davvero e far maturare idee, cambiamenti e dibattiti:
Rispetto ad altri dischi, ad esempio Le promesse del mondo, l’aspetto politico di Il Console Generale è più sfumato, ma ad esempio “Tahiti Tamurè” é sicuramente un pezzo politico, che é stato scritto in un periodo per così dire più aggraziato… insomma, abbiamo visto cosa sta succedendo a Gaza, eppure io non sento affatto il bisogno di giustificarmi perché non bisogna mai dimenticare il passato, se noi poi il passato ritorna. Ho scritto questo pezzo su Auschwitz due, tre anni fa, e adesso stiamo tutti a sanguinare per quello che succede, che è successo e che probabilmente succederà ancora… però non bisogna mai smettere di ricordare o di abbassare la guardia. Ad esempio, ricordo che “Tahiti Tamurè” nacque d’istinto dopo aver sentito dell’aggressione alla sede della CGIL a Roma da parte di una squadraccia fascista. Pensai “Se continua così torneranno a prendersi di nuovo gli ebrei casa per casa e… poi tutti quelli che gli stanno sul cazzo”… Tornando al disco, sicuramente anche “Il Console Generale” è un pezzo politico, anche se magari risulta un po’ criptico, ma secondo me il pezzo politico deve essere un po’ criptico… non deve essere proprio immediato. Io credo che oggi il pericolo maggiore sia rappresentato dal tentativo di portare tutto a un allineamento delle posizioni e dei ragionamenti. Vedo una società che cerca di portare tutto e tutti verso una parità di opinioni e di giudizi.

E, sicuramente, Flavio ha sempre rappresentato un elemento difficile da collocare o allineare e i nuovi brani de Il Console Generale lo confermano, così come la loro resa live. Così se brani come La prossima liberazione e in parte anche Laura e Cubano convincono meno dal vivo, perdendo in parte le loro atmosferiche vibrazioni blues, finendo schiacciati da arrangiamenti troppo rock e di maniera, si ritrova invece il medesimo incanto impresso su disco in brani come Atene 4 e Il Console Generale o addirittura si fa meglio della versione in studio in brani come Ricarica, grazie a un performance particolarmente ispirata e eccentrica di Flavio.
Caravan era già apparsa – come unico brano musicale – in coda al disco del 2020 Nuovo Marco Polo, in cui Giurato tornava sulla vicenda di Marco Polo, leggendo ampi stralci del suo romanzo dedicato al viaggiatore veneziano. A detta di Flavio Giurato, Caravan era fin dall’inizio
“il brano di chiusura del mio prossimo album di canzoni… l’ho registrato alcuni anni fa perché in quel momento avevo attorno i musicisti adatti per realizzarlo. In questi casi, bisogna approfittarne, che poi le situazioni cambiano. Quella era la formazione giusta… è un po’ come quando cuoce la pasta, no? Non potevo aspettare e l’ho fatto, ho anticipato il brano in quel disco su Marco Polo, anche perché poi la storia che il pezzo racconta è la storia di Marco che attraversa il deserto. Quindi funzionava bene in quel contesto, ma funziona benissimo anche nel contesto de Il Console Generale, dove cambia la sua funzione e diventa un gran pezzo di chiusura, con un arrangiamento pieno e ricco. Mi hanno spesso fatto notare questa cosa, che negli ultimi pezzi, inserisco sempre i brani più arrangiati. Ad esempio ne Il manuale del cantautore c’era “Mi-Lang”, brano per cui in molti mi hanno fatto i complimenti proprio per l’arrangiamento. Forse mi piace creare un crescendo o forse… mi piace far capire che sono capace di gestire il vuoto, ma anche il pieno! Tornando a “Caravan”, brani come questo o come “Digos” mi riempiono ovviamente di soddisfazione: vuol dire che da questa bottega artigiana romana continua a far uscire fuori della buona roba!”
Nell’ascoltare la resa live di brani come Caravan o magari come La Scomparsa di Majorana, che nella seconda parte del live risulterà tra i brani più vibranti e intensi, capace di rapire gli spettatori e catalizzarne l’attenzione in maniera totalizzante, completamente immersi nel flusso della composizione, viene da chiedersi cosa succede dal punto di vista dell’esecutore:
“Quando canto questo tipo di pezzi dal vivo, il mio riferimento è sempre la sala. E’ la sala che ti dice come sta andando e se stai facendo bene. E devo dire che io non ho mai avuto sorprese spiacevoli nei concerti… penso che se dovesse mai andare male, sarei come un pugile che ha avuto l’esperienza del knockout: poi non è più la stessa cosa. Forse lascerei immediatamente. Vedi, ci vuole sia il rapporto col pubblico, che il rapporto con la propria biografia, però il rapporto con la propria biografia non deve essere mai esplicito, deve essere sempre un po’ nascosto, come dare un po’ di te stesso, ma senza esagerare. Il rapporto col pubblico è palpabile e io sono contentissimo di quello che ho costruito… non è che devo cercare consenso. Ho avuto davvero tantissimo dalla musica e dal pubblico e, nonostante abbia inciso dal 1978 a oggi solo otto dischi, a me va benissimo così. È davvero tutto perfetto”.
La seconda parte del concerto ripesca alcuni classici del repertorio di Giurato, spaziando da un’eccezionalmente intensa Centocelle, a due brani tratti da Per futili motivi, Mauro e Rondone, la cui resa live a nostro avviso non rende loro pienamente giustizia. Segue Ponte Salario, la già citata La Scomparsa di Majorana e, infine, una indimenticabile resa di Marcia Nuziale, che è uno dei brani più belli della nostra canzone, capace di scardinare le regole della narrazione musicale, con la sua struggente melodia e una struttura che del progressive possiede la voglia di superare i formati consolidati della canzone, pur rimanendo così godibile che non stupisce sentirla cantare all’unisono da tutta la platea del Bellezza. Un coro che prosegue al punto che i musicisti di Giurato invitano il cantante a proseguire la canzone, lasciando al pubblico il compito di interpretare i cori che, nel disco originario, erano affidati al Coro dei Ragazzi. Flavio esegue e sembra davvero commosso e grato e, probabilmente, proprio al fine di ringraziare per questa coda inattesa, si produce nella versione a cappella de Il Tuffatore di cui si parlava all’inizio.
D’altronde, Flavio Giurato compone, suona e vive la propria musica in modo del tutto istintivo. Una ricerca che ha a che fare con un’idea primigenia di musica che lo ha sempre posseduto fin dall’inizio della sua carriera e che lui ha declinato in modi differenti nel corso degli anni, restando sempre fedele alla propria idea di intensità, bellezza e mancato allineamento.
Non resta che attendere il prossimo disco che immaginiamo fisserà su nastro – nel modo più spontaneo e immediato possibile – l’ennesimo stato di trance, che sfida il senso del tempo, tramite parole che dipingono visioni immaginifiche sopra le intelaiature della sua chitarra acustica.
Lo stesso Giurato confida che il prossimo disco è già pronto:
il prossimo album sarà Recent Happenings, un lavoro interamente in inglese… qualcosa a cui lavoro a ben vedere da più di quarant’anni, se consideriamo che si parla del periodo in cui giovanissimo ho fatto il busker per le vie di Londra. Pensate quanti anni sono passati… Nel disco parlo di episodi di quel periodo della mia vita, come quando una bambina si è fermata a sentirmi con la madre e poi mi ha lasciato una moneta… Sarà il mio disco “numero nove”, come i giocatori di una squadra di baseball e mi piacerebbe portarlo sul palco da solo con la mia chitarra, proprio come un folk singer.
Attendiamo dunque il prossimo episodio di quello che a tutti gli effetti è un gigante per la visione, il talento e il noncurante coraggio.
“Solo se si parte, eventualmente si arriva”.
Le foto sono gentilmente concesse da Ludovica De Santis




