Per anni sono stato affascinato dalla musica dei Širom e ho pensato a quale fosse il modo migliore per “raccontarli”; sono però sempre stato intimorito dall’apparente inadeguatezza della consueta terminologia utilizzata per parlare di musica, dal rischio di inerpicarsi in frasi criptiche o eccessivamente retoriche e da quello di svilirne il valore ricorrendo a etichette e generi come pezze di una narrazione piena di buchi per la mancanza delle parole giuste.
La sera del 26 febbraio al Biko di Milano il concerto, e in particolare la vista del palco allestito, hanno rappresentato una sorta di illuminazione: la pedana del locale, infatti, era piena come raramente, o forse addirittura mai, mi è capitato di vedere.

Ogni spazio, tranne qualche “buco” lasciato per permettere ai musicisti di saltare da una parte all’altra come degli acrobati musicali, era occupato da strumenti di ogni tipo senza una logica percepibile dal nostro occhio: strumenti a corda adagiati a terra vicino ad un harmonium a sua volta appoggiato a una piccola grancassa, percussioni home made e campanelli di ogni tipo, piatti a fianco di una distesa di xilofoni. Un caos apparente che rappresenta perfettamente il nucleo fondante della musica dei Širom, ovvero una poetica che vuole abbracciare il flusso e l’energia musicale partendo dalla cultura popolare universale, un’anima mundi che ci circonda e che vibra nella loro musica sotto forma di corde pizzicate o strisciate da archetti primordiali, pelli di tamburi, found objects e voci ancestrali.
Veder muovere i Širom da uno strumento all’altro non fa pensare al tentativo di dare una struttura all’apparente disordine della natura, attraverso una forma codificata e comprensibile all’uomo come la musica, quanto alla voglia di fornire l’unica rappresentazione possibile di tale disordine, abbandonandosi ad esso e cogliendone la natura più intima e transitoria. Si ha infatti l’impressione che la musica dei Širom abbia la capacità di cogliere e cristallizzare qualcosa di preesistente, di cui il trio si fa interprete e divulgatore, veicolandolo attraverso i propri strumenti, finendo per documentare qualcosa che nella sua fuggevolezza spesso ci sfugge
E il concerto, dunque, è ben più di una semplice esibizione, ma un momento al contempo di condivisione della comune condizione di essere viventi e di trascendenza dalla propria individualità verso il tutto.
La scaletta formalmente si articola in tre lunghissime sezioni con brani tratti dall’ultimo favoloso album, In The Wind Of Night Hard Fallen Incantations Whisper, in una suddivisione che però perde di significato all’interno del flusso complessivo.
La scelta del titolo dell’album non è casuale, in particolare nella scelta del termine incantesimi che si addice perfettamente alla musica del trio sloveno e che rappresenta, come spiegato da uno dei componenti del gruppo, Samo Kutin, il tentativo di portare qualcosa di buono e prezioso nel mondo. E se il disco concretizza perfettamente questa intenzione, senza però fossilizzarsi su una musica celestiale con gli incantesimi che diventano talvolta foschi sortilegi a rappresentare anche gli aspetti più oscuri dell’essere, la dimensione live amplifica ulteriormente l’energia vitale della musica già straordinaria tra i solchi.
Il lunghissimo applauso del pubblico, che “nel momento” è apparso non terminare mai, prima del bis che per una volta si condensa in un qualcosa più vicino alla forma canzone, certifica che, complice anche l’atmosfera intima da salotto di casa del Biko, musicisti e spettatori sono riusciti ad allinearsi alla stessa vibrazione interiore; un qualcosa che solo dei grandi artisti, capaci di attingere a una fonte profonda e al di là della comprensione razionale e umana, sono in grado di raggiungere.







