Sarebbe stato difficile anche solo pochi anni fa pronosticare questa grande popolarità del Southern Rock nei giorni nostri, e invece ora troviamo regolarmente nei cartelloni dei festival nomi come Waxahatchee, Jason Isbell, Water From Your Eyes e tanti altri.
Il focus di oggi è invece sui Wednesday, forse la band più nota di questa piccola scena alternativa, e sul loro concerto milanese del 18 Febbraio scorso all’ARCI Bellezza.
Fondati dal prolifico chitarrista e polistrumentista MJ Lenderman, dalla cantante Karly Hartzman, dal chitarrista lap steel Xandy Chelmis e dal batterista Adam Miller nel 2017 (Lenderman tra l’altro è spesso collaboratore delle band sopracitate), la band è già al sesto disco, “Bleeds”, lodato quasi all’unisono dai professionisti del settore a fine dello scorso anno, che segue il sempre ottimo “Rat Saw God” del 2023, entrambi pubblicati dalla sempre attenta Dead Oceans, sotto l’egida di Alex Farrar.
Lenderman, per quanto sia la mente del suono Wednesday e degli intricati e rumorosi riff di chitarra, sospesi tra un che di Sonic Youth, Jason Molina, My Bloody Valentine e Sparklehorse, è il grande assente della serata, in quanto ha scelto di limitare i tour e concentrarsi sugli impegni in studio: a rimpiazzarlo ci sarà l’ottimo Jake Pugh.
L’atmosfera che si respira al “Bellezza” è quella delle grandi occasioni: il locale è gremito come poche volte lo abbiamo visto ed esplode subito in un boato alla comparsa dei ragazzi di Asheville, North Carolina.
Intro di Ornella Vanoni e si parte fortissimo con “Reality TV Argument Bleeds” dritta dall’ultimo disco, seguite da “Got Shocked” e “Fate Is…”: la benzina è stata infiammata, la band si è presentata col botto, sospesa tra chitarroni ingombranti, vocine delicate e urla di rabbia e dolore.
Il concerto dei Wednesday è breve, duro, nudo e crudo: se da una parte Pugh dà un taglio più country e da “weirdo” alle schitarrate di Lenderman, senza risparmiarsi qualche coda acida, dall’altra si crea un mix letale con le chitarre lap steel e la voce della Hartzman, in un momento più dolce e “twang”, in un altro presa dalla furia punk-hardcore.
Le urla lancinanti della doppietta conclusiva “Bull Believer”/”Wasp” ci risuonano ancora in testa, ed è proprio sulle urla della Hartzman che il concerto di conclude, senza bis, dopo un’ora e dieci di fuoco, con tanto di poghi, dialoghi col pubblico, “piss count” e battute sull’attuale situazione politica statunitense.
P.s. Foto di copertina di Federico Marinaccio.







