Sono passati dieci anni (era il marzo del 2016) da quando vidi per la prima volta Anna Von Hausswolff dal vivo. Il concerto era all’ARCI Bellezza di Milano e, dopo una telefonata di un amico, decidemmo all’ultimo momento di andare ad assistere all’esibizione. Era il tour dopo il terzo disco, The Miraculous. Arrivati al circolo ed acquistato il biglietto in cassa, entrammo in sala allestita con tavolini e sedie trovando posto senza nessun problema per goderci un concerto intenso e travolgente.
Nella decade che è trascorsa tra quella sera e quella dell’11 febbraio 2026 al Santeria di Milano, in fondo dal punto di vista musicale non sono accadute molte cose, sotto forma di soli due dischi. Eppure la situazione è radicalmente cambiata e il locale, già più ampio di quello della volta precedente, questa volta era gremito per un sold out. Alla platea compassata del 2016 poi, pareva essere subentrato un pubblico più caldo e decisamente virato verso il culto dell’artista svedese.
A cosa può essere imputato questo mutamento dunque? Ovviamente non lo sappiamo, ma possiamo azzardare un’ipotesi bipartita: la prima ragione è che lo zoccolo duro di amanti di certe atmosfere gotiche che Von Hausswolff si porta dietro dagli inizi, si sia ulteriormente espanso grazie all’album Dead Magik del 2018, vera e propria summa del versante più cupo e oscuro dell’artista svedese. A quel disco è poi seguita l’uscita di Iconoclasts negli ultimi mesi del 2025, un lavoro che ha ampliato gli orizzonti sonori mostrando maggiori aperture melodiche e momenti di comunicatività e immediatezza che non si erano mai intravisti nelle soluzioni claustrofobiche degli album precedenti. Gli scenari cupi, comunque, non sono affatto spariti in un disco che funziona, e probabilmente è riuscito a conquistare un’audience più ampia, proprio per un perfetto equilibrio tra chiari e scuri e in virtù di una scrittura matura e di una produzione densa e materica.
Ed è proprio, com’è giusto che sia, Iconoclasts il protagonista quasi assoluto della serata: l’album è stato infatti suonato quasi per intero, con l’aggiunta di due pezzi da novanta di Dead Magik, The Mysterious Vanishing of Electra e i 18 minuti di oscura estasi della mastodontica Ugly and Vengeful oltre a un omaggio ai fan della prima ora con la tetra e drammatica Funeral for My Future Children.
Parlare solo di concerto per l’esibizione è davvero limitante, perché tutto è curato nei minimi dettagli. La band presenta un basso spesso distorto che fa coppia con un batterista che traduce mirabilmente quella ritmica tra doom e tribalismo presente nei dischi. Troviamo poi una chitarra che si occupa principalmente delle tessiture con l’organo di Von Hausswolff e le tastiere a dare corpo alla musica e il sax a ricoprire lo stesso ruolo centrale al contempo di spina dorsale e di ricamo che troviamo nei solchi di Iconoclasts. Insomma, un nucleo capace di interpretare perfettamente dai passaggi atmosferici fino alle esplosioni ottundenti che fanno da rampa di lancio per l’incredibile vocalità dell’artista svedese. Un incastro di diversi componenti esaltati da un mix e da un suono davvero di livello eccellente; un particolare che può sembrare di poco conto ma che, in un’esibizione dove la “forma del suono” è sostanza, diventa fondamentale. Come importantissimo è il gioco di luci minuziosamente concepito e dettagliato come ho potuto constatare dalla mia peculiare posizione dietro al mixer da dove avevo visione delle istruzioni che l’operatore luci doveva seguire.
A eventuali obiezioni che si tratti di tecnicismi, che il rock è frutto dell’impeto del momento e che l’imperfezione ne è parte integrante, la mia risposta sarebbe: dipende dall’artista. E nel caso di Von Hausswolff, la meticolosità e la qualità della produzione non solo esaltano senza dubbio la sua musica, ma dimostrano anche un rispetto non comune verso il proprio pubblico al quale riesce a far rivivere in maniera amplificata le emozioni dei lavori in studio, trasformandole in un’esperienza a tutto tondo.
In questo “script” citare i singoli episodi sembra quasi irrispettoso, ma un veloce cenno lo vogliamo fare per la multiforme The Iconoclast con i suoi picchi e avvallamenti, per la travolgente Stardust che nelle istruzioni per le luci viene descritta come una party song lasciando all’operatore la libertà di divertirsi senza vincoli e infine nel già citato tour de force di Ugly and Vengeful apice di morbosa epicità di una serata che rimarrà impressa a lungo nella memoria di chi ha avuto il privilegio di parteciparvi.







