“Cosa volete che suoni? Qualcosa da quel disco (indicando il banchetto del merchandising) Waiting Room o qualcosa da quelli più vecchi? Perché non so cosa suonare…”

In tanti anni di concerti non mi era mai accaduta una cosa del genere, ovvero che l’artista sul palco dopo poche canzoni si trovasse a chiedere al pubblico che brani eseguire. Attenzione però, non si tratta di svogliatezza o impreparazione ma di timidezza. Kathryn Mohr, infatti, sale sul palco quasi come se stesse disturbando e la sua domanda sembra figlia di un imbarazzo connaturato nel carattere anche se spiazzante per un’artista sulle scene ormai da qualche anno.
Ma a pensarci bene, questo modo di fare schivo si può ritrovare nella sua musica, dove spesso la sua voce è ricoperta da una coltre di rumori e da un’attitudine introversa.

Facciamo però un passo indietro, perché il festival della timidezza era iniziato già prima dell’esibizione di Mohr, con la salita sul palco di Arianna Pasini. La cantautrice romagnola ha presentato diversi brani del suo album Verso una casa (2024) in versione per sola chitarra elettrica e voce. Un’ottima esibizione in linea con la natura intimista della serata con canzoni lievi e sospese grazie a un lavoro sofisticato della chitarra con sonorità delicate e rari lampi più “elettrici” e della vocalità tenue ed espressiva con un utilizzo efficace del vibrato.
Tra una canzone e l’altra Pasini dice che con Mohr è scattata subito una sintonia per una comune timidezza, anche se al confronto dell’artista americana il suo fare schivo sembra quello di una consumata entertainer…

Sale poi sul palco l’artista americana che, prima di attaccare con la chitarra elettrica, fa partire una serie di suoni utilizzando la pedaliera.
L’attacco è il medesimo dell’album Waiting Room con Diver, brano intensissimo che ricorda una PJ Harvey al rallentatore avvolta da rumori ambientali e da un’atmosfera plumbea. Tra un brano e l’altro Mohr accorda la chitarra, ma invece di intrattenere il pubblico con qualche chiacchiera riempitiva come spesso accade, lascia che lo spazio venga riempito da suoni ambientali.
Rispetto alle atmosfere cupe e rumoristiche dell’album, l’esibizione è decisamente più orientata verso un cantautorato elettrico più classico alla PJ Harvey. È il caso di Elevator, brano dove Mohr lascia andare con rabbia sia la chitarra in maniera vivida e distorta, che la propria voce per una volta libera di uscire dal proprio guscio di introversione e mostrarsi in tutta la sua forza. oppure di Take It con il suo incedere quasi minaccioso e disturbante.
Anche i due brani inediti che faranno parte di un nuovo album mostrano la medesima attitudine elettrica.
Sul fronte meno rumoroso segnaliamo Petrified con il suo arpeggio essenziale ed insistente e una melodia obliqua che richiama lo stile di Shannon Wright.

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Insomma, un’esibizione breve ma intensa, di un’artista che colpisce per la capacità comunicativa in totale contrasto con una personalità timida e introversa che non può che intenerire un pubblico poco numeroso ma attento e devoto che addirittura la costringe a gran voce a prestarsi al teatrino del bis.



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