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Adrian Younge Live Milano – Biko 06.11.2025

La discesa di Adrian Younge e della sua orchestra sul suolo italico è un piccolo grande evento, che a nostro avviso non si esaurisce solo nella sua dimensione musicale, ma la trascende, assumendo una rilevanza tout court culturale. D’altronde, già nel 2021, all’uscita del suo American Negro restavamo conquistati dalla maturazione raggiunta da questo musicista, capace di manipolare il suono black classicamente inteso, collocandolo contemporaneamente “dentro” e “fuori” le sue consuete coordinate. Una postura “progressista” e ecumenica nei confronti della musica afroamericana che abbiamo ritrovato splendidamente trasposta anche nello spettacolo che la Adrian Younge Orchestra ha tenuto, giovedì 13 novembre al Biko, al circolo ARCI di Milano.

Dato il valore del musicista sarebbe lecito attendersi uno spazio gremito di gente, pronta a muoversi a suon di groove, ma ad accoglierci troviamo invece una situazione piuttosto insolita: la sala è quieta e avvolta in un’atmosfera da club piuttosto intima con sedie, tavolini e qualche cuscino poggiato a terra, proprio davanti al palco. Il numero di spettatori è piuttosto esiguo, ma lo stupore (e una certa indignazione) per il riscontro di pubblico riservato a un personaggio così importante inizia a scemare quando sul palco salgono i protagonisti, fino a realizzare nel corso dell’esibizione come quella situazione, così intima e calibrata, ha rappresentato uno degli ingredienti che hanno reso l’esibizione indimenticabile. E il merito va diviso tra un pubblico caldo e l’artista stesso, che fin da subito ha messo a proprio agio tutti gli astanti. Younge si presenta con sé un’orchestra di 9 elementi assemblata attorno al nucleo fondante formato da batterista, tastierista, chitarrista, cantante e da lui stesso al basso, con l’aggiunta di quattro musiciste locali a viola, violino, sax e tromba; vestito con una mise che ricorda certi papponi degli anni 70 (chi ha visto The Deuce saprà di cosa sto parlando), ma con modi che sono lontani anni luce dalla sfrontatezza di quei personaggi, l’artista di Los Angeles inizia a parlare, presentandosi e spendendo parole di apprezzamento per l’atmosfera intima del locale. Sin dall’apparizione, si capisce che non si tratta di un semplice musicista, quanto piuttosto di un divulgatore, di un ambasciatore culturale per il quale il gesto verbale è complementare a quello musicale.

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Il connubio tra parole e composizioni serve a disegnare la sua visione artistica, quella di una black music che guarda ai pilastri fondanti, di cui viene preservato il sapore mediante il rigorosissimo utilizzo del suono analogico, ma che, al tempo stesso, è capace di rifondare se stessa attraverso un’apertura verso forme musicali affini, capaci di arricchirla e rinnovarla, senza però mutarne l’identità. Una black music dalla mentalità aperta che ha più paura di rimanere ingabbiata in se stessa e in certi stereotipi che di perdere la propria identità, sapendo di poter confidare in solidissime radici. Come molti artisti neri della sua generazione, il musicista di Los Angeles si racconta individuando nell’hip-hop il big bang della propria formazione musicale. Durante il concerto, Younge si dilunga a raccontare come da giovane si dilettasse nell’arte del sampling per le basi hip hop, ma anche come pian piano aveva iniziato a prevalere la passione per i dischi che campionava: un mondo di suoni, anche alieni alla black music, capaci di diventare, attraverso la manipolazione, le fondamenta del genere che oggi più rappresenta nel mondo la black music, ovvero l’hip hop. Un genere che ha dato al musicista “l’orecchio”, educandolo ad ampliare il proprio sguardo e suggerendogli al contempo quella che sarebbe diventata la sua “filosofia musicale” di fondo: attingere alla musica che più lo colpisce, indipendentemente dalle sue origini, per giungere al proprio suono di afroamericano del 21° secolo. Da quel momento, Adrian Younge comincia a vedere più le connessioni che le differenze ed è questa una delle chiavi della sua visione. È in tal modo che si innamora ad esempio di Morricone, motivo per il quale descrive la possibilità di suonare in Italia come un sogno che si avvera. La musica del Maestro italiano negli anni ‘70 è, secondo Younge, l’equivalente italiano della blaxploitation.

Ma dobbiamo ovviamente rendervi conto anche della musica che Younge ha suonato. Una musica che guizza fra suggestioni soul, groove funky, fughe jazzate, intermezzi imprevedibilmente classicheggianti e quel tocco di colonne sonore all’italiana che rappresentano una piccola (perché spesso sottovalutata) grande gloria della musica del nostro paese.

adrian younge

Un tratto caratteristico del sound dell’Orchestra è dato proprio dalla maniera inusuale con la quale Younge interpreta il ruolo di bassista, lontano dal tipico stile metronomico a tutto groove degli strumentisti di marca black. Forse per via del proprio spirito da autodidatta che lo allontana da un approccio troppo accademico, o forse a causa di una fascinazione verso una musica totale, il suo approccio allo strumento appare più melodico che propriamente ritmico. Questo conferisce a una musica, nella quale siamo abituati ad aggrapparci ai giri di basso, un sapore differente, straniante per certi versi, ma anche affascinante. Se poi vogliamo dirla tutta, come lo stesso Younge racconta citando un discografico che aveva ascoltato un suo brano, a volte il basso sembra essere “a little offbeat”, non perfettamente a tempo. Ma chi se ne importa? Errare è umano, è “analogico”, è il feeling quello che conta. Per la cronaca, il malcapitato discografico, al quale comunque Younge ha riconosciuto la capacità di accorgersi del difetto, è stato mandato, potete immaginare dove…

Il cantante della band sale e scende dal palco per lasciare l’orchestra a muoversi in un moto perpetuo tra i generi, che annulla i confini tra i vari brani che diventano così i tasselli di una musica progressiva nel senso più nobile del termine.

Il concerto ripercorre un po’ la carriera di Younge partendo dal primo volume di Something in April per arrivare, con una crescita personale e umana al terzo volume, concepito e realizzato nel suo soggiorno in Brasile, una vera e propria immersione nella cultura del paese sudamericano.

In conclusione non si può non riportare l’opinione di Younge, homus analogicus, sull’intelligenza artificiale: in essa l’artista americano non vede un vero pericolo a livello artistico perché, con una fiducia profonda nell’ispirazione umana, crede che potrà progredire, ma non arrivare ad eguagliare il prodotto dello spirito umano, reso unico proprio dalla sua imperfezione. Insomma, la musica umana sarà “a little offbeat”, ma è proprio questo a renderla irripetibile.



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