Massimo Silverio è uno degli artisti italiani emergenti più importanti del momento. La sua abilità nell’unire la tradizione della propria terra, un’anima cantautorale, atmosfere sognanti tra dream pop e Sigur Rós, rarefazioni alla Talk Talk con un impianto percussivo tra tribalismi e pulsazioni elettroniche basterebbe per farne un artista assolutamente originale nella scena italiana. A tutto questo però va aggiunto un ulteriore elemento di originalità, l’utilizzo del Carsico, lingua della sua terra di origine, il Friuli, e in particolare appunto della Carnia. Il suono particolare di questa lingua, così distante dall’Italiano da sembrare più affine a paesi nord europei che al nostro, crea un effetto tanto arcaico e misterioso, quanto affascinante, e rimanda in qualche modo ad alcuni dei più interessanti artisti di ricerca in ambito pop del nostro paese. Mi riferisco a Iosonouncane, Daniela Pes e Alfio Antico che, come Silverio, hanno unito sperimentazione sonora e linguistica, giungendo – tramite percorsi musicali molto differenti – al medesimo approdo, ovvero al superamento di quelle limitazioni che le localizzazioni del linguaggio comportano. Pes con una lingua inesistente, Incani con quella sorta di esperanto che troviamo in Ira, Antico con un linguaggio che sposa la ricerca ritmica con consonanti taglienti e gutturali e Silverio, all’opposto, con una lingua fortemente localizzata; ciascuno nella propria maniera, questi musicisti propongono una musica universale che non divide, ma unisce gli ascoltatori con un linguaggio puramente musicale, dove l’espressività del suono è più importante del testo e del suo significato.
Surtùm, secondo album di Silverio rappresenta una conferma della qualità espressa dall’esordio, Hrudja, ma mette in mostra anche una capacità e una voglia di evolvere la propria ricetta musicale.
C’era, quindi, molta curiosità nel vedere l’artista friulano all’ARCI Bellezza di Milano, per verificare come la miscela raffinata e ottimamente prodotta si sarebbe tradotta nella dimensione dal vivo.
La formazione che ritroviamo sul palco è la medesima che ha partecipato a entrambi i dischi di Silverio, formata da Manuel Volpe all’elettronica (che nei dischi riveste anche il ruolo di produttore) e dal percussionista Nicholas Remondino.
Il concerto inizia con Sorgjâl, apertura e colonna portante di Surtùm; la lunga e ipnotica introduzione strumentale serve a ghermire lentamente i sensi degli ascoltatori e ad ammaliarli con l’atmosfera arcana della musica di Silverio. Uno pattern ritmico reiterato e l’elettronica avvolgente preparano il terreno per la voce sognante, che poi sale verso picchi celestiali, non lontani da quelli di Jonsi dei Sigur Ros, mentre stilettate di chitarra distorta aumentano la tensione.
Il concerto prosegue con il resto del nuovo album, con episodi delicati come Avenâl, la pulsante Zoja, le rarefazioni Sylvianiane di Vàre e la toccante Prin, con un crescendo sottilmente orchestrale ed epico.
Chiude la scaletta, come accade nel disco, Ghirbe, l’altro pezzo da novanta di Surtùm, con la sua bipartizione tra una prima parte eterea e una seconda straniante e oscura, dove brilla l’intensa conclusione per sola voce.
Segue poi il bis, che vede le riprese di brani da Hrudja ed in particolare la conclusione esplosiva di Jevâ, con un finale percussivo tra drum’n’bass e industrial.
E proprio le percussioni sono l’elemento che, rispetto all’equilibrio magistrale tra le componenti che ritroviamo nel disco, risalta particolarmente nell’esibizione live, infondendo una fisicità che controbilancia perfettamente la natura aerea ed eterea della musica dell’artista carnico.
Un concerto, dunque, soddisfacente con la delicata operazione di trasposizione dei brani dall’ambiente “protetto” dello studio a quello “senza reti di protezione” del palco che risulta sicuramente convincente.









