White Men can’t Jump, recitava il titolo di un film del ’92 sottolineando la conclamata supremazia fisica dei cestisti neri su quelli bianchi, che da allora giovane appassionato di NBA non posso che confermare.

Ma parlando di musica potremmo parafrasare il titolo in White Men can’t funk perché come disse anche Trey Anastasio dei “bianchissimi” Phish, che pur di groove ne sanno qualcosa, dopo una loro esibizione: “È stato così funky, bello quanto James Brown nella sua peggior serata.”

Beh, i Lettuce, band la cui nascita risale proprio a quel 1992, dissentirebbe con vigore, probabilmente dicendo: Sicuri? Provate a venire a un nostro show e vediamo se rimanete della vostra idea… Ma chi sono questi tizi dal nome vegetariano (ndr Lattuga)? Si tratta di un nugolo di musicisti, per l’appunto per la maggior parte bianchi, diplomati alla famigerata Berklee School of Music di Boston, riunitisi con lo scopo di portare groove, energia e sudore nel mondo.
In più di trent’anni di onorata attività live la band ha predicato il verbo del funk, perlopiù strumentale, negli Stati Uniti e nel resto del globo (il loro primo disco live è stato registrato a Tokyo), costruendosi con il tempo una fanbase fedele e caldissima.
La loro carriera comprende anche otto album di materiale originale e un nono che verrà pubblicato a inizio dicembre, ma l’attività concertistica è sempre stata il vero centro gravitazionale nella vita della band, tanto che la loro prima uscita discografica risale a ben dieci anni dalla formazione del gruppo.
Insomma, le aspettative erano davvero elevate, sia perché è davvero raro vedere dalle nostre parti dedicate al funk più torrido (e ancora di più se includiamo la tendenza alla jam) che ovviamente per la fama che i loro concerti si portano dietro.

Lettuce Live Milano Band Photo
Credit: Jeremy Elder (@olderelder)

La scaletta si apre con Larimar, brano con i fiati a intonare una melodia che a tratti ricorda quella del tema di Starsky & Hutch, con il Fender Rhodes in sottofondo e ricami psichedelici di chitarra, oltre ovviamente ad assoli a profusione. Il pubblico inizia pian piano a muoversi, ma la festa è solo all’inizio. Già con la seguente Chief, da un dei loro migliori album, Crush, che propone un’irresistibile melodia afro suonata dai fiati su un groove alla Meters, la temperatura inizia a salire.
La band in mezzo ai brani tutto groove e ritmo dimostra sapientemente di muoversi anche in altre direzioni per evitare la monotonia, come con Silence is Golden che rallenta un po’ il ritmo e seduce con la sua suadente andatura soul. Ma il culmine del concerto paradossalmente non è un brano funk ma Trap, una lunga jam reggae-dub ultradilatata che diventa un vero e proprio trip con tastiere cosmiche e chitarre psichedeliche. Un brano che incarna perfettamente i pregi (ovviamente per chi ama questo tipo di musica) di questi tipi di concerti che vedono band e pubblico alla ricerca di quel momento unico e irripetibile che un’improvvisazione può raggiungere.
Nel resto del concerto con un pubblico ormai scatenato troviamo la proposta di una cover di un brano smooth soul anni ‘80 (Rising To The Top di Kenny Burke) e due brani super groovy come l’anticipazione del nuovo album Gold Tooth, con un riff fiatistico micidiale degno dei migliori Tower Of Power e Lett The World Know, con il basso a dividersi tra lo slap alla Larry Graham, l’immancabile clavinet e assoli mirabolanti di sax.

Prima del bis riflettevo che, dopo averli visti dal vivo, ciò che colpisce dei Lettuce è il loro intento: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare da musicisti preparatissimi che si dedicano a una musica prevalentemente strumentale con largo spazio per assoli, il focus della band e dei singoli musicisti è sempre rivolto a groove e feeling e a un suono d’insieme, tenendo così all larga da pericolose derive “riccardone”.
Il bis non poteva che essere una tiratissima cover di Make It Funky di James Brown che riassume perfettamente il senso della serata e rappresenta un degno commiato per un pubblico soddisfattissimo che ringrazia la band con un lungo e caldissimo saluto.

Cover Photo by John Verwey (@_johnverwey)



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