Non so se sia stato il caso o lo spirito di John Fahey, ma il calendario dei concerti a Milano ha proposto nel giro di pochi giorni, per giunta nella stessa location (l’ARCI Bellezza), le esibizioni di due artisti che propongono una musica strumentale per sola chitarra, ovvero Hayden Pedigo e Kaki King. Una coincidenza per un genere di nicchia che non può non farci spendere due parole sulle differenze tra due musicisti che, al di là dello strumento, condividono poco altro.
Se Pedigo richiama la tradizione fahey-iana dell’American Primitive, King invece offre un approccio verso lo strumento molto più moderno e decisamente meno ortodosso. Il primo poi ha ammaliato il pubblico con un suono delicato e avvolgente, mentre Kaki ha spaziato tra dolci melodie e momenti travolgenti tipici del suo stile percussivo. Infine se Pedigo ha portato il pubblico in una sorta di ideale “cameretta” con il suo stile discreto ma affabile e auto ironico, King ha alternato momenti confessionali, divertenti aneddoti familiari, come quello del figlio appassionato di calcio che non comprendendo la geografia voleva a tutti i costi una maglia del Barcellona (ndr speriamo che grazie all’aiuto del pubblico mamma Kaki sia riuscita ad accontentarlo), qualche inevitabile stilettata anti-trumpiana e pure una stoccata al pubblico che maneggiava il cellulare (compreso il sottoscritto che aveva solo bisogno di qualche foto per il report…).

Detto della piacevole coincidenza che noi appassionati del fingerpicking speriamo possa avverarsi più spesso, l’esibizione di King è stata davvero soddisfacente sotto tutti i punti di vista.
Della sua straordinaria abilità tecnica e del personalissimo approccio allo strumento è superfluo parlare, ma è invece importante sottolineare che il suo virtuosismo non si traduce in un freddo tecnicismo come spesso accade a chi ha una padronanza totale del proprio strumento.
Infatti, anche grazie all’approccio spontaneo e disinibito nei confronti del pubblico, si è creata un’atmosfera focalizzata sul risultato musicale e non sull’esecuzione. Certo, una delle differenze più marcate tra ascoltare su disco e dal vivo la musica di Kaki King è proprio il fascino visivo: che pizzichi delicatamente o percuota con violenza corde e cassa della chitarra, è impossibile distogliere lo sguardo dalle dita della musicista. Non si tratta però di un’ammirazione tecnica ma di un movimento che esercita una sorta di incantesimo ipnotico che aiuta a immergersi totalmente nella musica e a farsi trasportare dal flusso.
Come accennato in precedenza, il range stilistico dei brani proposti è davvero ampio, muovendosi da melodie delicate e sublimi come Neanderthal all’incredibile sarabanda percussiva di Playing With Pink Noise.
Da sottolineare poi l’intermezzo nel quale King ha utilizzato il Passerelle Bridge, oggetto di propria invenzione che divide la chitarra in due. Lo strumento appoggiato orizzontalmente sulle gambe viene quindi suonato arpeggiando in maniera indipendente con le due mani producendo un suono a metà tra l’arpa e la Kora. L’esecuzione di Bowen Island in particolare è stata davvero incantevole.
Tra i brani che hanno messo in mostra il tipico stile percussivo di King ma anche l’utilizzo magistrale e misurato di effetti, citiamo Default Shell che ha aperto lo spettacolo e Can’t Touch This Or That Or You Or My Face, tratti da uno dei suoi migliori album Modern Yesterday, oltre all’ipercinetica Magazine, alla pensosa Carmine St. e all’immancabile Doing The Wrong Thing, dove King alterna interventi agli arpeggi pattern ritmici ottenuti percuotendo la cassa.
Sul fronte più morbido citiamo la dolce e obliqua melodia Puzzle Me You, l’eterea bossanova di Godchild, l’ambient di Fences e le sonorità jazzate di Goby.
In conclusione, davvero una bella serata con un artista che dal vivo conferma di essere una certezza.






