A sei anni di distanza da Office Politics, tornano i Divine Comedy e, fin dal titolo scelto, Rainy Sunday Afternoon, sembrano voler ritornare nella propria comfort zone. Dopo aver vestito prima i panni di Napoleone in Foreverland e poi quelli dell’impiegato d’ufficio nel quasi concept di sei anni fa, Neil Hannon torna al suono più classico della sua creatura, vergando pagine in bella se non bellissima calligrafia e affida a tali composizioni un sentimento tutto britannico, sospeso tra senso del surreale e un decadente sentimento dello scorrere del tempo che scolora in nostalgia.
Nel suo recente memoir sul 1967, Robyn Hitchcock, parlando di brani come A Whiter Shade Of Pale e Waterloo Sunset, sostiene possiedano “una sorta di drammatica malinconia, come se guardassero alla vita attraverso un prisma in cui per un attimo il tempo si è fermato”. Ebbene, la medesima capacità di cristallizzare il tempo e baloccarsi uggiosamente con esso, con melodie perfette sospese fra tristezza e serenità, trova cittadinanza anche tra le pieghe di brani come Rainy Sunday Afternoon, nel suo interrogarsi su un futuro migliore con la velleitaria mollezza tipica di un piovoso pomeriggio domenicale; All the pretty lights, in cui il ricordo incantato e fiabesco si mescola al sogno, come se nel tempo le due cose si fondessero insieme in un sentimento di amara nostalgia per l’infanzia (“Childhood’s lost forever now/ But childish joy remains”); Mar-a-lago by the Sea, di cui non si vorrebbe dire nulla per non rovinarne l’incanto, se non che prende in prestito atmosfere retrò per mettere in musica una sospensione temporale, al tempo stesso onirica e sottilmente grottesca; Achilles, brano d’apertura nonché singolo del disco, ispirato a una poesia di Patrick Shaw-Stewart, utilizza un inedito registro epico per riflettere sulla caducità delle cose umane.
Per il resto si citano Peter Pan e il Bianconiglio (il numero da musical rock di Down the Rabbit Hole), si raccontano storie surreali di uomini che si trasformano in sedie (una The Man Who Turned Into a Chair semplicemente perfetta nell’affidare a fini narrativi il ritornello a un coro greco di voci femminili, senza perdere un grammo in piacevolezza pop), si sfida a duello Ray Davies nel raccontare la nobile deboscia britannica e ci si balocca con il concetto di eleganza in musica ben coadiuvato dal co-arrangiatore Andrew Skeet. Un’attenzione alla bella forma ottenuta indulgendo sul proprio crooning vocale, su orchestrazioni da trip-hop cinematografico (The Last Time I Saw the Old Man, scritta in memoria del padre defunto), su svagate digressioni chitarristiche (The Heart is a Lonely Hunter) eci si trastulla con melodie minimali suonate al piano (lo strumentale Can’t let Go). Fino a giungere al finale di Invisible thread, miniatura pop perfetta da servire a fine pasto, per ricordare fino all’ultimo la raffinata cucina dello chef e quanto si è stati bene nel ristorante alla fine del tempo allestito dai Divine Comedy.




