La schiva figura di Justin Vernon e dei suoi Bon Iver è stata qui oggetto di discussione a più riprese: dal suo status di promessa del folk, alle crisi di personalità con cui ha dovuto misurarsi, dalla svolta elettronica dei lavori maturi, fino alle decisione di ridurre la propria presenza nello showbiz.
Le lunghe pause che si sono spesso succedute negli anni sono state anche sintomatiche dei problemi di ansia e di salute mentale dello stesso Justin Vernon, che ha a più riprese confessato le proprie difficoltà nel gestire il successo e le pressioni e, in particolare, le aspettative circa la maniera in cui i propri lavori dovessero suonare.
Se la natura bucolica e solitaria di “For Emma, Forever Ago” (2008) ci aveva conquistati grazie a canzoni struggenti e di innovativi quanto inaspettati falsetti, per la prima volta così rilevanti nel cantautorato post-2000, la magniloquenza e il massimalismo di “Bon Iver, Bon Iver” (2011) ci avevano forse illuso di avere tra noi un astro nascente della musica folk contemporanea.
“22, A Million” (2016) era stato poi il tentativo di liberarsi di questa etichetta, il frutto di anni di amicizie con Kanye West e altri colleghi del mondo hip-hop e di un grande interesse per la musica elettronica, nato anche dalle tante sessioni in studio col produttore BJ Burton (Low). Il risultato aveva prodotto un disco di rottura, sintetico, ricco di glitch e simbolismi, estremamente divisivo.
“i, i” (2019), con la sua natura corale, ci aveva lasciato abbastanza indifferenti, come se i nodi della scrittura di Vernon e della sua creatività fossero tutti venuti al pettine e fosse rimasto spazio solo per la ripetizione dei classici stilemi.
Del periodo Covid ricordiamo un paio di singoli, un enorme tour mondiale concluso nel 2023, diverse e ripetute collaborazioni importanti (The National, Taylor Swift) e un’apparizione sui remix di “brat” di Charli XCX.
L’EP “Sable” (discusso qui) di ottobre 2024 ci aveva dato l’idea di un ritorno alle origini, al folk/rock voce e chitarra che aveva lanciato, ormai quasi vent’anni fa, il ragazzo di Eau Claire nella stratosfera, mostrando plasticamente tutto il distacco dalle sonorità elettroniche e massimaliste, cui ci aveva abituato.
“Sable” si è rivelato poi essere la prima parte del nuovo album dei Bon Iver, “Sable, Fable” in uscita l’11 aprile 2025 su Jagjaguwar.
La pubblicazione dell’album è stata anticipata da diversi singoli, oltre che dall’EP, in cui è possibile cogliere un grosso cambiamento sia nelle sonorità, che nelle tematiche dei testi: scompaiono del tutto le tematiche angoscianti e struggenti che hanno tanto caratterizzato Vernon fin dagli albori (e forse hanno anche scritto una condanna a morte fatta di aspettative e repliche di emozioni da far provare agli ascoltatori) e si ritorna verso un rock chitarristico e corale, in cui i tappeti elettronici sono estremamente minimali e di corredo, a differenza del classico “22, A Million” (2016).
“Sable, Fable”, stando alle parole dello stesso Vernon, è il disco di una ritrovata felicità e spensieratezza, un taglio netto col passato che lo vedeva sempre inquadrato come cantautore sofferente e lagnoso, il risultato di anni di lavoro su se stesso, sulla propria percezione di sé e della propria figura artistica.
La voce resta come sempre uno strumento a sé, dal classico falsetto, al timbro scuro di Vernon, ai numerosi processing digitali (Walk Home).
Alcune delle collaborazioni storiche di Vernon vengono rinnovate: il fido BJ Burton alla produzione, Sean Carey e Jim E-Stack sono di nuovo protagonisti di questa nuova avventura / ritorno alle origini.
Nuovi protagonisti della coralità dei Bon Iver sono Dijon, Flock of Seagulls e Danielle Haim, che compaiono in “Day One” e “If Only I Could Wait”.
La sensazione di “novità” data dalla preponderanza di strumenti classici e di stilemi della musica folk viene però spesso sovrastata da quella del “già sentito” e del “niente di nuovo”, ovvero dall’aspettativa del “qualcosa in più”, che è stata spesso causa delle sofferenze di Vernon e della sua creatura artistica: la percezione costante è quella di un artista che ha avuto un grande successo grazie ai propri limiti e alla forzatura di essi, e che ora fatica a trovare una nuova forma comunicativa, e forse si è un po’ adagiato sugli allori.
Se da una parte “Sable, “ contiene pezzi riguardanti una drastica rottura col passato e la sofferenza e una forte volontà di cambiamento, la sua controparte “Fable” contiene brani spensierati, che raccontano di amori felici, comunicazioni tra partner e beatitudine, seppur estremamente consapevole della caducità della natura umana.
L’impressione è che i pezzi più dettagliati e a fuoco siano quelli della prima parte, di cui “SPEYSIDE” è il fiore all’occhiello, mentre la seconda parte “Fable” riprende la coralità del precedente “i, i” e si concentra di più su suoni spaziali e armonie che diano la sensazione di felicità e sospensione.
Per quanto riguarda questo secondo capitolo, sono sicuramente notevoli “Everything Is Peaceful Love” e la collaborazione con Danielle Haim, che spiccano sulla scrittura discretamente spenta e fiacca delle altre canzoni.
“Sable, Fable” segna sicuramente un taglio netto col passato, ma rispecchia comunque al meglio la figura di Justin Vernon, bloccata sempre prima del grande traguardo, dove forse ha trovato la sua dimensione e la sua pace, e forse ha accettato i suoi limiti.





