lucio corsi volevo essere un duro

Lucio Corsi – Volevo Essere un Duro

Lucio Corsi è solito eseguire dal vivo Mona Lisa di Ivan Graziani, cantando la linea vocale della canzone sulla parte ritmica di Peter Gunn Theme, brano di Henry Mancini presente nella colonna sonora dei Blues Brothers. L’intento è chiaro: omaggiare in un solo colpo due miti che il cantante toscano non ha mai fatto mistero di adorare. Un’accoppiata, quella rappresentata da Graziani e dai fratelli Blues, che torna prepotentemente anche in questo nuovo lavoro del musicista, divenendone quasi dei numi tutelari, in buona compagnia di un microcosmo ben variegato di riferimenti e suggestioni che fanno la gioia di gente come noi. Nel nuovo disco, infatti, lo stralunato immaginario del cantante sembra maggiormente ancorato a una narrazione classica e spesso autobiografica, ma nondimeno trova il modo di sfogare il proprio desiderio escapista mediante l’utilizzo di una sottile ironia e di un nonsense, che risultano in qualche modo imparentati con quelli utilizzati dai numi tutelari di cui sopra.
Dopo aver apprezzato i dischi del cantante, al punto da dedicargli un lungo articolo monografico, avevamo pochi dubbi sul fatto che anche a Sanremo non avrebbe deluso. Come poteva d’altronde farlo un artista che fino a quel momento aveva pubblicato tre ottimi lavori e che, nell’attesa del quarto, aveva continuato a mandare notevoli segnali: Tu sei il mattino aveva trovato posto nella colonna sonora di Vita di Carlo, serie TV con protagonista Carlo Verdone dove il Nostro recita pure una parte, Francis Delacroix e Let There Be Rocko venivano eseguite regolarmente dal vivo, mentre Nel Cuore Della Notte era apparsa su YouTube come la migliore delle illuminazioni.

Per gli artisti in qualche modo imparentati con la cultura che un tempo si sarebbe detta alternativa la partecipazione a Sanremo presenta da sempre alcune insidie: la possibilità di arrivare a un pubblico più vasto costringe a fare i conti con l’integrità della propria personalità artistica e a chiedersi quanto si è disposti a cederne per raggiungere il cosiddetto “successo”. Spesso ci si ritrova a chiedersi se su quel palco si vuole rivendicare un’appartenenza, un’identità o se magari è più opportuno adattarsi alle esigenze del format e del gusto imperante.

Lucio Corsi - Volevo Essere Un Duro | Italy 🇮🇹 | National Final Performance | #Eurovision2025

Volevo Essere Un Duro ha fatto piazza pulita di qualunque dilemma morale o etico, semplicemente volando più alto della manifestazione stessa, consegnandosi probabilmente alla memoria collettiva della Nazione (sarà il tempo a certificarlo, ma per il momento registriamo come il brano sia entrato nel linguaggio comune e nei meme che girano in rete). Le ragioni del suo successo risiedono nell’anti-eroismo buonista, sbandierato e quasi contrapposto al cattivismo della street credibility; nella pura piacevolezza melodica del brano, sorretta da chitarre che citano Mick Ronson (se lo sai, ma se non lo sai… fa niente) e che nel ritornello passa in minore proprio nel momento in cui si nomina la mamma (c’è qualcosa di più italiano e nazional-popolare? E chi poteva farlo se non un ragazzo cui la mamma dipinge da sempre le copertine dei dischi?); nella capacità di usare la musica per riempire di poesia anche un verso tutto sommato banale come “Vivere la vita è un gioco da ragazzi”, mentre “Non sono altro che Lucio” eleva la normalità a specificità e diventa arte popolare, nel momento in cui manda tutto in superficie.

Insomma, un brano portentoso che ha stregato la platea sanremese e che nel disco viene piazzato alla fine del primo dei tre capitoli in cui è idealmente diviso il lavoro. Ma andiamo con ordine.

I – “Così non corro il rischio di diventar vecchio, mi fermo prima che sia inverno”.
Incastonato tra i due brani già editi – Tu sei il mattino (ballata autobiografica, fresca e solare come da titolo, dal bridge perfetto e con un ritornello che sa aprirsi per poi raccogliersi melodicamente in se stesso) e Volevo Essere Un Duro – troviamo Sigarette: leggerissima nuvola di fumo soffiata via dal fantasma di Ivan Graziani e da una sezione ritmica vellutata, attorno alla quale gli archi svolazzano senza peso. Il connubio melodia/parola si traduce in un combinato disposto talmente lieve da permettersi di poter impunemente elogiare persino un vizio divenuto negli anni bersaglio di indignazione e campagne di prevenzione. Sigarette se ne frega, ma sembra trasmettere l’idea che sia giusto fregarsene. 
Tre brani fortemente radicati nell’autobiografia, che raccontano della prima volta con il sesso, del vizio adolescenziale della sigaretta che diviene poi compagno inseparabile e del superamento di quel senso di inadeguatezza che consegue allo scarto tra ciò che vorremmo essere e quello che non potevamo che diventare. 

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LUCIO CORSI - Sigarette (2025)

II – “Francis Delacroix non mi ha mai detto una bugia
Il secondo capitolo del disco prevede i tre ritratti rappresentati da Francis Delacroix, Rocco Giovannoni e il misterioso Re Dei Rave.
Francis Delacroix è un Cuggino le cui imprese vengono trasfigurate tramite un’immaginifica distorsione dylaniana della realtà e dei calembour lessicali e letterari (“ha detto ai bravi di Don Rodrigo che si sposerà… ha dato il numero di Don Abbondio”), che ne fanno un gradevolissimo talking blues alla Bennato, che non disdegna quegli umori rockabilly che invece trionfano in Let There Be Rocko, che – tornando ai numi tutelari del disco – incrocia Ivan Graziani e Blues Brothers, mentre cita – nel titolo – gli AC/DC. Il suo andamento dinoccolato unisce alla maniera di Graziani il rock n roll a un’ironia tutta italiana e conduce a un finale in cui si riprende apertamente Jailhouse Rock nella versione suonata da Jake e Elwood Blues (con una citazione ancora più scoperta di quella che faceva lo stesso Graziani in Navi).
Conclude il trittico Il Re dei Rave: originalissimo midtempo per voce e pianoforte, su cui si distende una melodia che cresce e si increspa garbatamente al ritmo perfettamente amministrato dagli archi.

Tre ritratti irresistibili, veicolati con una padronanza dei propri mezzi artistici tale da rasentare la perfezione: forma che sa farsi sostanza. 

III – “Ho voglia di aspettare con lei un treno che ritarda
Il terzo gruppo di canzoni è un omaggio al pop d’autore italiano degli anni Settanta, di cui vengono offerte tre differenti declinazioni.
Situazione complicata potrebbe essere di Dente, ma solo perché Dente nei suoi anni buoni faceva venire in mente il pop nazionale post Battisti: melodismo puro, stemperato da un’ironia appena sopra le righe (l’unico difetto che ha è suo marito, l’unico difetto che ha è quel cretino, l’unico difetto che ha lui é che è un mio amico).
Questa vita è invece pop da radio, sbarazzino e sbracato, con tanto di riff di chitarra doppiata sulle ottave, coretti femminili, sax confidenziali e il fantasma di Rino Gaetano a ricordare come la leggerezza può far stare bene… che poi probabilmente è il fine ultimo della musica. 
Chiude tutto il finale struggente e solitario de Nel cuore della notte, cantautorato classico che incanta ogni volta come la prima, perché ad ogni ascolto sembra sempre che Lucio la stia cantando alle tue orecchie amiche in quel preciso momento. Bastano solo la voce, il pianoforte e un senso di pacificazione, che si fa strada nonostante gli abissi di dolore e tristezza che è possibile intravedere tra le righe del testo.   

*      *      *

Volevo essere un duro vanta dunque una scrittura levigata e degli arrangiamenti perfettamente calibrati, che puntano a un classicismo pop rivolto ai modelli alti del genere. A ben vedere una normalizzazione del sound del cantautore che abbandona sia il cantautorato freak dei primi lavori, che il glam sopra le righe dell’ultimo disco, concentrandosi sulla bella calligrafia già sperimentata in alcuni episodi del secondo disco, Cosa Faremo da Grandi. Un classicismo pieno di sapiente “leggerezza” che sembra inoltre rappresentare anche il contesto migliore per adagiare la vocalità del cantante, che invece ad esempio negli episodi più rumorosi e glam del passato rischiava di mostrare alcuni limiti.
Anche il senso del fantastico che aveva portato il musicista a parlare di lepri sulla luna, amici che volano via con il vento e astronavi a forma di giradisco sembra essere tenuto a bada da una maggiore presa del quotidiano, che viene sì infarcito di immagini surreali e personaggi grotteschi, ma che sembra sempre più prendere possesso del mondo interiore di Lucio. 

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Lucio Corsi - Nel cuore della notte


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