Ebbene sì, l’industria musicale è riuscita a vincere anche stavolta, grazie al suo trasformismo: se una volta erano i dischi a muovere i soldi e i best seller rappresentavano dei veri e propri status symbol da possedere e sfoggiare, adesso sono i concerti a essere divenuti da un lato la gallina dalle uova d’oro da spremere all’inverosimile, dall’altro il luogo in cui esserci per poter poi mostrare la propria foto sui social, all’insegna dell’inevitabile ”’io c’ero”.

Cosa c’entri questa manfrina da boomer con il concerto di Alessandro Fiori, tenutosi il 24 aprile a Milano, presso il locale a “Germi”, è presto detto: noncurante del business imperante e del presenzialismo di moda ai concerti-evento, é possibile intercettare un mondo sotterraneo, brulicante di passione, dove artisti dallo spirito eroico si offrono, senza filtri e inutili orpelli, a un pubblico di spettatori che vuole dire “io c’ero”, non per poterlo postare sui social, ma per l’emozione di esserci.
Spero perdonerete questa introduzione, magari grondante spiccia retorica, ma vi assicuro che é genuina e che nasce dal piacere di aver assistito, a distanza di pochi giorni, a due concerti memorabili, che si sono tenuti nella stessa sede, ovvero Germi a Milano. Un posto dove gli spettatori si contano non a centinaia o a migliaia, ma a (poche) decine e in cui può capitare che si annulli del tutto la barriera invisibile che divide artista e pubblico.

E, se mercoledì 24 Aprile, Emma Tricca ha oltrepassato quella linea fisicamente, staccando il jack dalla chitarra e scendendo in mezzo alla gente per cantare insieme in coro il bis, sabato 27 Alessandro Fiori, ha smaterializzato la barriera ancor prima di cominciare.
Infatti, chi è arrivato in anticipo per accaparrarsi le poche sedute disponibili, si è trovato innanzi un Fiori che si aggirava tra la gente. Stringeva mani e si presentava, ringraziando le persone pervenute come un giovane alle prime armi e quasi imbarazzato, incredulo che qualcuno avesse deciso di abbandonare quello che stava facendo per venire a sentire proprio lui. Un gesto semplice, ma prezioso, che ha contribuito a creare un’atmosfera intima e familiare. Una familiarità che è stata poi mantenuta per tutto il resto della serata, ad esempio quando, in una gag estemporanea e assolutamente non preparata, l’artista toscano si è trovato a dover chiedere al pubblico degli occhiali da vista da 1,5 diottrie in prestito, dato che i suoi non si trovavano. E, ovviamente, il Dio della musica gliene ha fatto trovare un paio con la gradazione giusta, fresco fresco di acquisto in farmacia.

Sì, sì, li sento i borbottii di chi ha iniziato la lettura per sentire parlare di musica senza trovarne ancora traccia e le capisco. Ma, vi assicuro che, raccontare la serata senza il giusto contesto e certi piccoli particolari, sarebbe chessò, come mangiare una carbonara senza pecorino.
Perché un concerto di Alessandro Fuori é più di un concerto: è un piccolo altrove al quale si può accedere, solo concedendosi (e concedendogli) un po’ di sospensione dell’incredulità. Un non luogo dove,  una via di mezzo tra un folletto, un fanciullo troppo cresciuto e un uomo vissuto dalla barba bianca, ti offre uno spaccato di vita capace di coprire l’intero spettro delle emozioni umane. E allora può succedere, ad esempio, che sul viso scivoli una lacrima per motivi antitetici, siano essi una struggente emozione o una risata inconsulta.

Basterebbe questo per farvi capire che un’esibizione di Fiori è un’occasione speciale, ma non possiamo comunque esimerci dal fare il nostro dovere di cronisti e dunque, citando Albanese nei panni di Frengo, passiamo senza ulteriori indugi alla “fredda cronaca” di un concerto diviso in quattro Sezioni.
La prima vede Il cantautore aretino cimentarsi con piano e voce, una dimensione più intima e raccolta particolarmente adatta alla sua poetica, ovviamente senza rinunciare alla sua tipica stralunatezza. E’ il caso ad esempio della stramberia d’autore che apre il concerto: un brano nuovo intitolato “L’IBAN del tuo ex”, che strappa qualche risata a un pubblico, peraltro completamente assorto durante le esecuzioni, quando, ad esempio, si propone di defecare su un vinile di Vecchioni(!). Il resto del set pianistico è più “serio” (almeno per i canoni dell’artista): la scaletta annovera un trittico di brani provenienti da “Mi sono perso nel bosco” come la intensissima title track, il tenerissimo valzer “Per il tuo compleanno” ed “Estate” con la sua nostalgia dolcemara. Inutile dire che si tratta di una sequenza di qualità straordinaria, come quella, d’altronde, dell’album dal quale sono estratte. Merito di una scrittura sempre più complessa e matura, che si dimostra eccellente anche negli altri due inediti che completano la scaletta della prima parte: si tratta di “Stazione” e “Palco Blu”, canzoni destinate al nuovo progetto sul quale torneremo più avanti e che si adattano perfettamente al mood del set piano e voce.

Alessandro Fiori - Mi sono perso nel bosco (Official video)

A sinistra del piano c’è una chitarra poggiata sul palco ma, prima di imbracciarla Fiori, ci regala qualche minuto di lucida (?) follia, dedicandosi a un reading di “fiabe brutalizzate in finto napoletano”, definizione ovviamente dell’autore stesso: tra le “vittime” troviamo Pinocchio, Cenerentola e Hansel e Gretel, stravolte da uno spirito caustico e da un iper-surrealismo (scusate il termine) che trova il culmine in una declamazione in dialetto partenopeo dello spiritello toscano. Quelli sono  i momenti nei quali, tra una risata e l’altra, non si può fare a meno di chiedersi da quale pianeta provenga un tale improbabile personaggio. Una parentesi decisamente fuori dalle righe, che però, ancora una volta ci racconta molto della complessa autorialità dell’artista Alessandro Fiori, che non può essere solamente definita con l’appartenenza alla tradizione della grande canzone italiana.

E, dopo aver svegliato il pubblico dal dolce incantesimo del set pianistico, Fiori mette in mostra il proprio lato musicalmente più estroverso, con una sostanziosa sezione per chitarra e voce. Tra i brani ricordiamo la giocosa “Il gusto di dormire in diagonale”, la struggente “Tu mi hai amato soltanto” e i due pezzi conclusivi: la trascinante “Trasloco” e un grande classico come “Fuori Piove”. I due set decisamente differenti, oltre a disegnare una scaletta decisamente dinamica, danno modo a Fiori di esibire la sua ecletticità come cantante e interprete: dal tono sommesso a quello “a tutta voce”, passando per sfumature intermedie a seconda di quanto richiesto dalle canzoni…

Infine, il rituale del bis viene privato della sua ormai spesso stucchevole retorica, con l’autore che rimane direttamente sul palco tornando al pianoforte, non prima però, di un ultimo siparietto: complice la presenza tra il pubblico del compagno di lungo corso, Enrico Gabrielli, Fiori annuncia la loro imminente trasferta ungherese, in cui verranno incisi gli accompagnamenti orchestrali del suo nuovo progetto (che dovrebbe intitolarsi “Buio in sala”), scritti proprio da Gabrielli. E visti i personaggi coinvolti e le canzoni proposte in anteprima questa sera, l’attesa di un disco, che si annuncia come un lavoro davvero importante, sale davvero alle stelle.
E nel bis, accompagnato dal pianoforte (dimensione che, lo confessiamo, è quella che preferiamo), l’autore ci dona due ulteriori assaggi del nuovo album, la splendida “Un posto normale” e un’altra pregevole ballata che tratta di un amore tossico, intitolata “Ingannato”. La conclusione è riservata a “Una sera”, brano che reputiamo meritevole di un posto nel pantheon maggiore di tutta la  canzone d’autore italiana.

Non poteva esserci conclusione migliore per una  serata così memorabile. Dopo un fuori programma richiesto a gran voce, con un Cappuccetto Rosso brutalizzato, Fiori scende dal palco e ringrazia il pubblico a uno a uno in una perfetta chiusura del cerchio. E mentre l’artista toscano si perde tra gli abbracci degli amici milanesi ritrovati, io mi dirigo verso casa pensando con grande soddisfazione “io c’ero!”.