lucio corsi

Una lepre sulla luna: Lucio Corsi e il fantastico in musica

Sarà forse per il testo pieno di immagini fantastiche o per quel tono colloquiale che sembra voler affabulare fin dalla sua prima nota, ma da subito ho cominciato a perdermi, con un sorriso in volto, dentro “Astronave Giradisco”, singolo che ha anticipato il nuovo disco di Lucio Corsi. Giunto al singalong del ritornello, mi immaginavo già al concerto a declamare il testo, con il dito alzato al cielo e una voglia inconfessabile di vederla comparire davvero un’astronave a forma di giradischi, capace di sparare sul mondo la nostra musica preferita.

Rock n’ roll, fantascienza e quella strana voglia che avevamo da ragazzi di essere diversi dagli altri, ma in compagnia dei nostri simili: stavo insomma ascoltando la musica che avrei voluto sentire da ragazzino, quando la fantascienza sublimava ancora il desiderio di scoprire quello che la mancanza di esperienza faceva apparire come un paesaggio alieno e non ancora la necessità di evadere da una realtà ormai priva della meraviglia che coglie da ragazzi. Sarà per questo che la fantascienza non la si molla mai: cambia solo il sentimento con cui ci si rivolge a lei….

Non so con quale spirito Lucio Corsi si rivolga al fantastico, ma di certo il musicista toscano nella sua ancora breve carriera ha seminato parecchi indizi… Dopotutto è forse un caso che, proprio in “Astronave Giradisco”, l’unica specie assente dal “mondo senza difetti” descritto nella canzone sia proprio quella umana?

Lucio Corsi - Astronave Giradisco

Fin dalle sue prime apparizioni, Lucio Corsi è subito apparso a suo agio nel trasfigurare la realtà tramite un’immaginazione che sapeva muoversi tra l’invenzione più pura e la riflessione metaforica.

Era il 2017, quando ci si accorgeva di questo giovane cantautore che pubblicava il suo esordio sulla lunga distanza: “Bestiario Musicale” si rivelava un trionfo di inventiva, linguistica e musicale, che lungo otto ritratti di animali, mostrava un’ispirazione felicissima e un talento che diventava straripante proprio nel momento in cui decideva di occuparsi di un unico tema, a conferma di quel vecchio teorema che, nell’arte, per essere davvero liberi spesso è necessario darsi dei limiti.

Il disco era stato preceduto nel 2015 dalla raccolta dei due EP “Altalena Boy/Vetulonia Dakar”, che iscriveva il musicista nel filone del cantautorato italiano più classico(“L’Astronave” potrebbe essere la sua versione de “I Muscoli del Capitano” di Francesco De Gregori). Il disco si apriva con “Altalena Boy”, brano che raccontava la misteriosa storia dell’unico ragazzo sulla Terra “a fare il giro della morte in altalena” e che presentava già alcuni degli elementi tipici della poetica del musicista: partendo da un elemento comune della vita quotidiana, Corsi cominciava a raccontare una vicenda surreale, un’impresa di proporzioni tali e inaudite che il suo protagonista subito dopo scompariva tra gli alberi, scatenando le congetture più stampalate  (“c’è chi dice l’hanno preso gli extraterrestri e l’hanno portato sulla nave spaziale/c’è chi dice l’hanno preso i marziani per poterlo studiare”, qualcuno lo ha visto “volare sopra il cielo del Giappone con ancora addosso la maschera il capello e il mantello, nero, di Zorro”) o sottilmente inquietanti (L’hanno preso gli alberi/ L’hanno nascosto nella chioma).

L’elemento naturale misterico e paradossalmente alieno all’uomo moderno divenuto “cittadino” faceva dunque subito capolino nell’immaginario di Corsi, per poi essere sviluppato completamente nel lavoro successivo. “Bestiario Musicale” rilanciava sul piatto e si faceva notare per l’utilizzo di una tavolozza di colori musicali che, nonostante i pochi strumenti utilizzati (per lo più acustici e registrati quasi in presa diretta in un casolare toscano), appariva ricchissima e capace di creare un’atmosfera magica e fiabesca: i reverberi naturali della voce, il frinire dei grilli della Maremma colti con registrazioni da campo, i pianoforti utilizzati per accompagnare la voce, ma anche per creare break strumentali onirici e sottilmente surreali. Ma era soprattutto nelle geniali trovate “narrative” che si confermava la propensione di Corsi verso il fantastico.

A partire dal ritratto, dall’andamento svagato e notturno e posto in apertura, dedicato alla “Civetta”:

Gatto nero del cielo
un gatto nero con le ali
Gira voce che hai ferito tua mamma
E nei tuoi occhi c’hai colato il sole
Nel mare l’hai spento
E l’hai asciugato col vento
Toglimi gli occhi di dosso
Sirena del bosco
Regina dei cancelli
Proteggici le case
Sorvegliaci i cartelli
Illumina alle volpi la strada più sicura
Per andare a bere e a rinfrescarsi il pelo
C’è un’automobile ferma
davanti un gatto nero

Una propensione al fantastico che trasfigura una natura sfuggente e misteriosa, che utilizza spunti surreali (come l’allerta lanciato alla Nasa per “La lepre”, giunta con un balzo sulla luna), oppure attribuisce caratteri umani all’animale (come ne “La Volpe”, in cui la piccola volpe racconta una serie di trasformazioni che ricordano la fantasia con cui i bambini cambiano le proprie forme); fino a utilizzare lo strumento del ritratto corale, capace di raffigurare il movimento punk nato nella foresta e popolato da alberi con i capelli verdi, galline con le creste e un’ “Upupa” ribelle, “che canta allegra le sue origini di zebra/ E se ne frega di chi la vede come un male/ Di chi la vede come un ponte tra il mondo dei vivi e il mondo delle ombre”.

Episodio di particolare pregio che musicalmente – oltre a un reticolo di note di piano, chitarre arpeggiate e tamburelli discreti – presenta sullo sfondo rumori ambientali che ricreano una natura che ha già dentro di sé tutti gli elementi che gli umani cercano nella musica (Le grandi distorsioni, le sperimentazioni, i grilli sintetizzatori/ La musica elettronica nasce dai calabroni).

Lucio Corsi - L'Upupa

La fantasia di Corsi si nutre di tutto: dai modi di dire più comuni e abusati (come il “crepi il lupo!” che ne “Il Lupo” diventa occasione per un brano trascinante dal notevole gradiente pop, a metà tra minuetto e boogie, in cui si augura al lupo di crepare, ma allo stesso tempo di continuare a vivere per ricevere all’infinito… i nostri auguri di morte!); allo stratagemma del paradosso, come nell’episodio dedicato all’”Istrice”, in cui una serie di what if… vengono sviluppati fino alle loro estreme conseguenze:

Se la bellezza dei fiori non fosse nei petali
ma nelle spine
Vi darebbero la caccia i bracconieri
Vi venderebbero davanti ai cimiteri.

O ancora se non fossero state inventate matite e pennelli? Gli istrici si sarebbero probabilmente ritrovati a essere sfruttati come

Altra forma di Bic in mano al bambino
al giovane e al vecchio
Vi avrebbero chiusi in enormi galere
Un mondo di istrici senza più aculei sopra le schiene.

Si rimane così incantati dalla natura affabulatoria di queste storie che si concludono con l’episodio conclusivo, “La Lucertola”, che sembra un breve epilogo stralunato, ma che nasconde invece gran parte del senso del disco:

E poi voi mi direte: “Ma che delusione!
I draghi noi li volevamo più grandi
Più cattivi, più brutti, volanti”
Ma vedrai che si sono dovuti adeguare…
Prima c’era più spazio, sia in cielo sia in terra.
Ma via… ora è tutto un negozio, tutto una pizzeria

Lucio Corsi - Il Lupo

Se il “Bestiario Musicale” rappresentava un felice tributo alla Maremma contadina che lo aveva visto crescere, il lavoro successivo sembra invece volersi concentrare sui sentimenti che il ragazzo della provincia toscana prova nel misurarsi con la grande città. Già da alcuni anni, Lucio Corsi aveva deciso di trasferirsi a Milano, ritenendo il capoluogo lombardo un luogo più adatto per dare seguito alla propria carriera musicale: le riflessioni che scaturiscono da questa esperienza trovano posto nel più classico disco di transizione, “Cosa Faremo Da Grandi”. Prodotto nel 2020 dallo stesso Corsi assieme a Francesco Bianconi dei Baustelle (altro toscano inurbatosi per lavoro a Milano), il disco rappresentava un piccolo passo indietro rispetto al capolavoro che lo aveva preceduto e ciò nonostante una scaletta dal livello medio sempre alto e il picco rappresentato dal brano che intitola il disco e che si candida a essere una delle più belle canzoni di questi ultimi anni, leggiadra e surreale com’é nell’interrogarsi sull’origine delle conchiglie e nel veicolare un’idea di vivere inesauribile e mai stanca.

Musicalmente il disco sembra leggermente meno ispirato dell’esordio e soprattutto sembra “normalizzare” il proprio suono, ritornando al cantautorato folk di “Altalena Boy”, irrobustito da occasionali chitarre glam. A farne le spese risulta essere la magica sospensione temporale che la tenue bozzettistica del “Bestiario” aveva mostrato.

Tematicamente, cominciano a fare capolino malinconie da cittadino, come la nostalgia per la propria terra che traspare nel singolo “Freccia bianca”:

Sentirsi soli in una grande città
fa più male che dalle mie parti
Ci sono troppe pareti, troppi muri
Dove sbattere la testa.

Una cattività cittadina che sembra però essere ben fronteggiata dalla capacità di cogliere gli elementi naturali (il vento di “Trieste” che “no, non era un freno, ma una spinta utile/ Per tenere le nuvole in viaggio/ Per chi è fermo, non trova il coraggio/Vento che spinge sia le barche che gli uomini/Se non riescono a muoversi”) o da una fantasia capace di inventarsi fughe surreali, come quella raccontata in “Bigbuca”, in cui si scava una buca capace di arrivare dall’altra parte del pianeta:

LEGGI  Lucio Corsi - Volevo Essere un Duro

Secondo i calcoli che ho fatto
considerando il tempo e la distanza
Dovrei sbucare proprio in Cina
Sopra una collina in mezzo alla campagna
Voglio vedere se quando sarò di là
Avrò imbrogliato tutto anche la gravità
E come avessi fatto un salto
Inizierò a cadere con le gambe in alto
Stiamo a vedere se anche il cielo ha un tetto
Un soffitto, un pavimento e un grande lampadario appeso

o ancora inseguendo “la Ragazza trasparente” che nell’omonima ballata si ferma a mezza via tra il ritratto di una donna reale e la metafora di un’arte (Dato che è trasparente, può esser tutto anche una notte d’estate/ Dato che è trasparente, io la ritrovo nella musica o nella forma di una nuvola) che rende possibile l’ennesima fuga da una città che offre pochi rimedi alla nostalgia (Andare a fondo nelle metropolitane/ Come rimedio alla mancanza del mare/ Del sale nelle fontane).

Brani come “Senza Titolo” e “Amico Volavia” rendono evidente il ritorno alle atmosfere folk e acustiche dei primi EP, con il primo che è un talking blues stralunato e pieno di parole e immagini (simile a episodi come “Migrazione Generale Dalle Campagne Alle Città” o “Soren”), mentre il secondo, più folk e cantautoriale, sembra voler raccontare nuovamente ma da una prospettiva diversa la storia di “Altalena Boy. A richiamare la leggerezza fiabesca e astratta del “Bestiario Musicale” provvede la sola “Onde”, che sembra quasi una outtake di quel disco, scartata perché tematicamente non inerente, ma capace allo stesso modo di favoleggiare su una realtà che appare lontana, filtrata com’è dal diaframma diafano della poesia.

E torniamo infine all’inizio, quando parlavamo di “Astronave Giradisco” e del nuovo disco di Lucio Corsi uscito nel 2023, “La gente che sogna”.

Il brano “Astronave Giradisco” anticipava il lavoro assieme all’esplosione glam de “La Bocca della Verità”, che parte con un programmatico “…e se a mentire fosse la realtà?” e prosegue con il piglio deciso di chi vuole mettere in chiaro che finalmente alla propria immagine glam hanno fatto finalmente seguito delle sonorità più robuste e rock. E infatti “La bocca della verità” non ha paura di alzare il volume, anche a costo di far emergere un po’ i limiti di una voce forse non abbastanza robusta per reggere la struttura rock dei pezzi. Corsi però ha la buona intuizione di irrobustire il cantato con gli interventi in giapponese delle coriste Caterina Sforza e Hiroko Hacci, con esiti che ricordano in maniera ancora più psicotica la “It’s No Game”, che nel 1980 apriva uno dei capolavori di David Bowie.

Un approccio rock n’ roll che non deve stupire, considerato che Corsi ha sempre dichiarato che la sua prima epifania musicale é stata l’ascolto della versione live di “Start Me Up” dei Rolling Stones presente su “Flashpoint”; ma che si deve anche alla genesi del disco: “La Gente che Sogna” è stato scritto nel periodo della pandemia e rappresenta la risposta del musicista al mancato tour di “Cosa faremo da grandi”, il primo che lo avrebbe visto avvalersi di una vera band e abbandonare il set up minimale (solo lui, a dividersi tra voce e piano) con cui era andato in giro fino a quel momento. Il lockdown aveva interrotto il tour dopo solo due date, lasciando addosso a Corsi un’energia che andava assolutamente dissipata e nel modo più energico possibile.

Da questo punto di vista il disco non delude: “La Gente Che Sogna” è un perfetto omaggio alle sonorità di Bowie e Marc Bolan, al punto da risultare persino eccessivamente calligrafico nel riproporre gli stilemi del genere. Ma, se la produzione maneggia comunque il sound di riferimento con rispetto e una perizia sorprendente, a conquistare del tutto è la scrittura di Corsi che ritorna ai livelli del “Bestiario Musicale” e che lungo i suoi nove episodi nutre ed espande un immaginario fantastico e fantascientifico, che riscatta il suo umore malinconico con una poetica gentile che punta alla gioia e alla serenità.

Dal punto di vista tematico, dopo la dimensione agreste del “Bestiario” e quella cittadina e nostalgica di “Cosa faremo da grandi”, “La Gente che Sogna” esprime – quasi come fosse un concept album – il desiderio di fuga dalla realtà del suo autore. Un desiderio perfettamente coerente con la scelta di utilizzare il vocabolario sonoro ed estetico del glam rock, filone musicale che in maniera scoperta istigava gli ascoltatori a sfidare, nella forma per poi giungere alla sostanza, la grigia realtà del tempo, fornendo all’uopo una valvola di sfogo, elettrica e provocatoria.

E dunque, da questo punto di vista, Radio Mayday mette subito in chiaro le cose col suo incipitMi è cambiata la realtà/ avevo un paio di occhi in più con lei” e una melodia che sale in alto svelando, voluttuosa, il proprio desiderio di fuga:

Lascerei tutto così com’è
ma cambierei pianeta
Tra tutti il più lontano che c’è

Lucio Corsi - Radio Mayday

L’idea di glam di Corsi trova perfetta realizzazione in “Magia Nera”, brano su cui é possibile scorgere in ogni singola nota il marchio T-Rex: si tratta infatti di un boogie di quelli che piacevano a Marc Bolan, scintillante e lussurioso di cori femminili, con chitarre che disegnano le scie su cui si adagiano melodie e andirivieni che al momento giusto schizzano in alto. Non é da meno in questo filone Glam Party, che ricicla un break ritmico di Bowie (quello di “Queen Bitch” rubato “with thanks” ai Velvet Underground) per redigere ancora una volta un proprio manifesto:

Lo sai che la verità mi mette spavento
Le canzoni migliori sono quelle che mentono
Che mi fanno credere d’essere fuggito via.

La Gente che sogna”, brano che dà il titolo al disco, celebra la dimensione del sogno che conduce a un mondo “dove puoi fare tutte le esperienze della vita, senza una vittoria e senza una ferita, dove accade di tutto, ma tutto ciò che accade non conta”. Una dimensione di libertà e pienezza cui l’uomo riesce ad accedere soltanto a piccoli sorsi: a fermarlo l’incapacità di abbandonare la realtà:

Ehi, tu
Vorresti andare di là
Ma non riesci a chiudere i conti col mondo e la realtà

“La gente che sogna” è una ballata piena di immagini stralunate e fantasiose: una sarabanda di invenzioni che sovvertono il senso delle cose, come le automobili che gridano fedeltà, rimanendo dove sono state parcheggiate o i pali della luce che restano incatenati alle proprio biciclette, o ancora i manichini che dormono in piedi imprigionati dentro i loro vestiti. Se poi “Magia Nera” si presentava con il santino di Marc Bolan, “La gente che sogna” mostra invece quello di Mick Ronson, chitarrista degli Spiders From Mars di David Bowie e omaggiato con lick di chitarra che sono la quintessenza del suo stile elettrico e lirico. Il chitarrista di Hull viene rievocato anche in “Danza Classica” e nei soli alla “Prettiest Star” di “Un altro mondo”, che chiude il disco lasciandoci con la propria personale morale:

Non voglio vedere le cose a cui tengo
sparire sul treno del tempo che passa
che esista un altro mondo io non ne dubito
basta credere agli occhi
credere agli occhi anche quando si chiudono

Il disco non conosce cedimenti e la scrittura risulta brillante in tutti i suoi episodi (ci sarebbe infatti da menzionare anche la bellissima ballata al pianoforte di “Orme” con il suo ritornello particolarmente poetico e riflessivo: “certe orme sono ferite sulla riva, che non spariscono con le onde, ma restano stampate sulla pelle a vita”).

* * *

Alla luce dei tre dischi finora pubblicati da Lucio Corsi, viene da chiedersi se l’eclettismo finora dimostrato non possa finire paradossalmente per nuocere all’artista. Dove collocare il musicista? E quale pubblico dovrebbe seguirne le gesta? Gli appassionati di rock? Quelli che seguono il cantautorato da Premio Tenco? I seguaci del pop da classifica?

Certo è che dal punto di vista artistico la sua sacrosanta voglia di reinventarsi continuamente ha finora prodotto solo dei buoni risultati e potrebbe finire per renderlo davvero simile al suo idolo Ivan Graziani, altro irregolare che nella vita fu davvero difficile da incasellare e di cui Corsi condivide più lo spirito che la lettera.

Corsi pare abbia già voglia di tornare a incidere e per non perdere tempo sta scrivendo il nuovo disco durante il tour. Chi ha ascoltato gli inediti che il ragazzo ha fatto sentire dal vivo potrà testimoniare che il musicista sembra muoversi verso un’altra direzione ancora (brani come “Francis Delacroix” o “Let There Be Rocco” sembrano virare verso una specie di cantautorato rockabilly…).

Vedremo.

Va a finire che l’unica costante della carriera di Lucio Corsi resterà quella sua peculiare maniera di mettere il fantastico in musica.

Lucio Corsi "Francis Delacroix" - Indedito - 15 Settembre 2023 - Villa Reale di Monza


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