Come accade da alcuni anni ormai, anche il 2023 sembra essere dominato da un’idea estetica molto forte, debitrice per la più della cultura hip hop, cui fa da corrispettivo musicale un’idea di produzione ipertrofica e massimalista. Eppure se dovessi indicare i dischi dell’anno che mi hanno colpito di più, indicherei due lavori contraddistinti da un songwriting scarno ed essenziale. Senza rivelarvi il titolo del secondo lavoro, vi parlerò di uno dei due, ovvero il nuovolavoro discografico di Mitski, “The Land Is Inhospitable and So Are We”, appena uscito per Dead Oceans.

La cantante nippo-statunitense pubblica l’album un anno dopo il deludente tuffo nel synth-pop dagli echi smaccatamente eighties di “Laurel Hell”, che invece interrompeva un digiuno di ben quattro anni e segnava anche il ritorno sui social dell’artista dopo un lungo periodo di isolamento. 

Il lasso di tempo intercorso dal precedente disco non è la sola novità del nuovo lavoro, che rinuncia quasi del tutto ai synth in favore di arrangiamenti semplici e cori angelici, curati da Patrick Hyland e Drew Erickson (Father John Misty, Weyes Blood).

La contrapposizione tra arrangiamenti squisitamente country e archi orchestrali è il filo conduttore dell’intero lavoro, e la coesistenza dei due pilastri fa sì che il risultato sia estremamente piacevole, evitando ogni eccesso o ridondanza.

Bug Like An Angel”, il brano di apertura, è forse il fiore all’occhiello dell’album, in cui il testo autoreferenziale parla di un forte senso di solitudine che sfocia nelle dipendenze e, in particolare, nell’alcool.

Un testo dai temi tanto religiosi quanto autodistruttivi confronta la preghiera con le proprie scelte e l’autocommiserazione che spesso ne deriva. 

When I’m bent over wishin’ it was over

Makin’ all variety of vows I’ll never keep

I try to remember the wrath of the devil

Was also given him by God

Tutto il disco è permeato da un senso di inadeguatezza e da uno spirito di autoriflessione, che porta Mitski a sviscerare i suoi problemi e le sue dipendenze, ma anche ad accettarle. 

E’ una Mitski che nella sofferenza dei brani realizza il proprio valore, così come avviene in canzoni come “I’m Your Man” e “My Love Mine All Mine”, in cui questa presa di coscienza sembra alleviare il dolore derivante dalla solitudine e da un fatalismo biblico che tormenta la nostra, divenendo uno dei temi ricorrenti dell’album. 

Moon, a hole of light

Through the big top tent up high

Here before and after me

Shinin’ down on me

Moon, tell me if I could

Send up my heart to you?

So, when I die, which I must do

Could it shine down here with you?

‘Cause my love is mine, all mine

I love, my, my, mine

Nothing in the world belongs to me

But my love, mine, all mine, all mine

Si tratta di un disco estremamente piacevole e introspettivo, in cui la brevità dei brani si contrappone alla complessità dei temi trattati, e i cui riferimenti culturali ci sono particolarmente cari. 

La versione country e intimistica di Mitski, più vicina ai suoi esordi che alla sua ultima fatica discografica, risulta particolarmente riuscita in quanto sembra adattarsi particolarmente bene a una personalità che sa mostrarsi allo stesso tempo forte e sfuggente, ma anche introspettiva e sofferente.

Mitski - My Love Mine All Mine (Official Video)