wilco reservations

Wilco – From reservations to Many worlds

Puoi pubblicare un’autobiografia brillante, coinvolgente e a tratti rivelatrice, ma se sei un musicista (e, in questo caso, per inciso uno dei migliori autori della tua generazione), la musica ti racconterà in maniera sempre più profonda di quanto le parole possano fare.
Alludiamo all’autobiografia pubblicata da Jeff Tweedy, “Let’s Go (So We Can Get Back)”. Una storia di dischi e discordie con i Wilco (e non solo)” (libro imperdibile per tutti gli amanti del musicista americano e non solo…), ma soprattutto a quell’autobiografia parallela che Tweedy ha pubblicato in musica in oltre trent’anni di carriera e da cui vogliamo estrarre alcuni capitoli. Vorremmo soffermarci in particolare su alcuni brani che, pur partendo dalla medesima pulsione sonora, si sviluppano in maniera decisamente differente, svelando a nostro avviso molto dell’evoluzione umana e artistica dello stesso autore..

Più di 20 anni fa, precisamente nel maggio del 2002, i Wilco pubblicavano finalmente dopo numerose traversie “Yankee Hotel Foxtrot”, un album che la lunga attesa e le battaglie ingaggiate dalla band con la casa discografica, comprendenti persino una trasmissione “pirata” via web, avevano contribuito a far diventare leggendario già prima della pubblicazione.
Fortunatamente per Tweedy e compagni il disco si dimostrava all’altezza delle aspettative enormi; un lavoro che, assieme al lavoro successivo “A Ghost is born”, rappresentava – per certo indie-rock americano limitrofo al mainstream – quello che l’accoppiata “Kid A”/“Amnesiac” aveva rappresentato in ambito britannico: una cesura tra il rock che era stato e quello che (non) sarebbe stato dopo di essi.

Ma questa è un’altra storia…

Quella che vogliamo raccontarvi, riguarda una delle canzoni di “Yankee Hotel Foxtrot”: “Reservations”. Si tratta di un brano tipicamente Tweedyano, una ballata scarna fondata su accordi di piano solenni e sparsi. Il testo, semplice e diretto, si muove tra autocommiserazione, ammissione della propria fallibilità e un’affermazione di fiducia assoluta (“ho delle riserve / Su tante cose / Ma non su di te”).

Chi ha avuto l’occasione di esplorare il recente cofanetto sulla genesi di “Yankee Hotel Foxtrot” (per la cronaca, se non l’avete ancora fatto, ascoltatelo: al di là dei legittimi sospetti di speculazione, se c’è un disco che merita questo tipo di cronaca sonora è proprio questo), avrà sentito la versione di “Reservations” presente nel secondo dischetto. Il brano è presentato in forma minimale con protagonisti solo il pianoforte e la voce. E a dirla tutta sembra già perfetto così, con le pause a rafforzare un’interpretazione vocale dal tasso emotivo elevatissimo.
Non è però questa la veste sonora che si ascolta nella versione definitiva… da un lato perché il pezzo, come gli altri brani del resto, subisce l’influenza degli importanti avvenimenti che segnano le session, ovvero una partenza (quella del partner creativo dei primi Wilco, Jay Bennett) e un arrivo (quello al banco del mixer di uno dei massimi esponenti del post rock e avant rock americano, Jim O’Rourke); dall’altro perché si decide di riservare alla canzone un ruolo speciale: quello di brano conclusivo e dunque di ponte tra passato, presente e futuro della band.
E, grazie anche al fondamentale lavoro di missaggio di O’Rourke, il brano riesce ad adempiere a tale funzione. L’alchimista di Chicago infatti, crea una cortina gassosa di suoni e rumori attorno allo scheletro di piano e voci. “Reservations” è come una barca che galleggia alla deriva in un mare non (ancora?) in tempesta, ma nemmeno placido. È possibile osservare l’imbarcazione allontanarsi lentamente verso un orizzonte celato dalla foschia; nell’immagine, sempre più fioca e tremolante, della barca intravediamo fantasmi del passato, come un mellotron bennettiano. La medesima stratificazione sonora che aveva contraddistinto “Summer Teeth” è ancora presente, ma ora sembra cercare la rarefazione più che l’accumulo. Il risultato sonoro non è più vintage, lussurioso e allo stesso tempo malinconico, come quello dell’album precedente, ma sfuggente, impermanente e cocciutamente moderno: i Wilco passati e quelli presenti.

E quelli del futuro? Troviamo anch’essi, almeno in potenza: la nuova band che Jeff ha messo su vede diversi nomi nuovi, in un rinnovamento reso possibile da un fratricidio forse necessario, ma che ha portato quella che almeno finora é un’entità dalla forma e sostanza indefinita, ancora “piena” del vuoto dell’assenza. D’altronde, la nuova strada appare lastricata di dubbi e con poche certezze: a un partner/rivale si è preferito un collaboratore esterno, privilegiando per una volta la “sintonia” rispetto a quell’antagonismo artistico che, da Jay Farrar a Jay Bennett era sempre stata la linfa vitale di Tweedy. Invece della tempesta si è scelta una quiete apparente, sotto la quale ribolle però, una coltre di rumore che parla più di dissoluzione che di costruzione. Quello stesso rumore che invade sempre di più la testa di Jeff sotto forma di lancinanti emicranie e che viene tacitato solo dagli antidolorifici, ai quali l’artista di Belleville è sempre più aggrappato. E quindi “Reservations” non poteva che chiudersi così, con una lunga coda dove gli accordi di piano si dilatano ancora di più fino a dissolversi in frammenti di musica, rumori e ronzii che piano piano prendono il sopravvento. La barca con passo incerto si avvicina sempre di più all’orizzonte fino a dileguarsi nella nebbia, lasciandoci come in un sogno a occhi aperti dal finale sospeso.

A rendere più concreto quel futuro così evanescente, giunge il seguito di “Yankee Hotel Foxtrot”, _quel “_A Ghost Is Born” che, oltre a confermare O’Rourke alla regia, decide di misurarsi nuovamente con un episodio di rarefazione sonora: la lunghissima “Less than you think”. Si tratta ancora di un brano che si compone di una prima parte intimista e una seconda che si lascia andare in una coda rumorosa. Ovviamente la somiglianza strutturale con “Reservations” non può passare inosservata e non farci drizzare le antenne. La similitudine sarà solo formale o anche sostanziale? Il finale ci lascerà anche in questo caso in sospeso di fronte a un orizzonte ignoto?

Partiamo, quindi, proprio dal finale per dire che no, questa volta non c’è alcuna sensazione di incertezza e dissoluzione: “A ghost is born” è un disco dove la linea musicale è nitida e precisa e anche quando troviamo vampate di rumore e rarefazione si tratta sempre di mosse calcolate. Il duo rappresentato da Tweedy e O’Rourke mantiene infatti un controllo ferreo sulla materia sonora con un tandem creatore/produttore che si dimostra compatto, lucido e inarrestabile nella propria azione.
La sezione dove troviamo il brano vero e proprio, presenta delle analogie ma anche delle differenze con “Reservations”. Se struttura piano-voce e interpretazione intimista rimarcano le somiglianze, i vuoti tra gli accordi meno dilatati e un accompagnamento in sottofondo con lievi pennate di chitarra e cavernosi rimbombi di timpani segnano le discrepanze. Soprattutto, però, non vi è alcun collage di rumori e suoni a fare da contraltare al pianoforte, ma solamente il suono dell’hammered dulcimer utilizzato in chiave minimalista. Al termine dell’ultimo accordo di piano fa capolino un rumore tremolante che dà l’avvio a una coda ambient noise di ben 12 minuti.

Il rumorismo non ha più le vesti di un movimento gassoso e mellifluo, ma di un’onda sonora di statiche, fischi e clangori vari, prima montante e poi discendente, sulla cresta della quale vediamo riapparire la barca che era scomparsa all’orizzonte. I contorni non sono più confusi e l’imbarcazione che sembrava alla deriva ora cavalca con maestria e decisione le turbolenze.
La cortina noise che prima rappresentava l’incertezza del futuro, ora appare più una dichiarazione di orgoglio. Jeff disegna quei 12 minuti di “Metal Machine Music” (per affiancarlo a un altro atto di estremismo artistico) non tanto per provocare gli ascoltatori (lo stesso autore si è dichiarato disinteressato del fatto che il brano venisse ascoltato fino in fondo o meno), ma come un’affermazione della propria libertà artistica: niente più Jay (Farrar o Bennett) con cui competere, le scelte spettano ormai solo a Jeff. Ovviamente rappresenta anche un atto di piena fiducia verso O’Rourke, nelle cui mani si abbandona completamente nella scoperta di un territorio per lui allora inesplorato. Anche il fatto che il brano non sia posto in conclusione della scaletta, facendogli anzi seguire una delle canzoni più energetiche e belle dell’album, sembra essere una maniera per mettere in evidenza quella deriva sonora, che – al netto della possibilità di skippare il brano – deve essere comunque ascoltata per proseguire nel percorso del disco.
Al termine vediamo nuovamente la barca scomparire in lontananza. Il futuro non è più nebuloso come due anni prima, ma presenta ancora alcune incognite. La partnership con O’Rourke infatti è destinata a terminare, questa volta non per contrasti ma per “morte” naturale; è tempo che Jeff cammini da solo sulle sue gambe, pardon navighi, manovrando da solo il timone.

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Ma il destino non la pensa così e si materializza sotto forma di uno spilungone dinoccolato dalla chioma bionda e la chitarra consunta (ma anche di un altro biondino, Pat Sansone, che sostituisce il dimissionario Leroy Bach) che di nome fa Nels Cline.
Con i nuovi innesti quella che prima, nella dimensione live era stata, di volta in volta, una formazione country-rock, una bar band, un gruppo power pop e un ensemble al confine tra avant e rock classico, diventa sul palco un combo incendiario capace di vestire i panni di tutte le proprie precedenti incarnazioni e andare persino oltre, come testimonia il sontuoso doppio live “Kicking television”.
Nels Cline con il suo pedigree tra rock, avanguardia e jazz, la vasta esperienza e una personalità forte e ingombrante sembra essere il nuovo perfetto interlocutore per stabilire il perfetto punto di contatto (o sarebbe meglio dire di conflitto…) artistico con Jeff.
Ed invece, l’accoppiata non porta ad alcun conflitto e all’interno del gruppo inizia a regnare un’atmosfera caratterizzata da un equilibrio perfetto e un’intesa pacifica: invece dell’attesa deflagrazione definitiva tra rock e sperimentazione viene fuori una musica lineare, lieve e malinconica. La barca inizia a viaggiare con il pilota automatico, con Jeff che indica una rotta piacevole e priva di sorprese, seppur non senza alcune virate di pura classe, percorsa a velocità di crociera con l’equipaggio che manovra il natante con placida sicurezza (ad esempio ricordate “Bull Black Nova” che increspava l’altrimenti placido “Wilco (The Album)” o l’accoppiata “The art of Almost/One Sunday Morning” che scuoteva il melodismo lineare di “The Whole Love”?).

Dopo un paio di dischi non all’altezza del nome che portano sopra, fortunatamente, Jeff ha ripreso in mano il timone portandoci con “Ode to Joy” dalle parti di quello che avrebbe potuto essere il seguito, se non per scrittura almeno per sonorità, di “A Ghost Is Born” per poi condurci con tutta la band negli USA. “Cruel Country” è infatti, per chi scrive, il disco che esprime finalmente tutto il potenziale della band sorta dopo “A Ghost Is Born” e lo fa, sorprendentemente, non con un album sperimentale, ma con un lavoro di “Americana”, seppur ovviamente “alla” Wilco.
Per chi fosse interessato abbiamo parlato approfonditamente di “Cruel Country” qui, mentre ora ci vogliamo soffermare su un episodio del disco che rappresenta il ritorno di Jeff e soci al brano bipartito tra ballata pianistica e coda, ovvero “Many Worlds”.

Il brano inizia con un rumore di vento e statiche cui segue un pianoforte poi arriva il piano avvolto da un aereo tappeto di tastiere… finalmente non guardiamo la barca da lontano, ma siamo stati invitati a bordo: siamo lì sdraiati sul ponte a guardare le stelle insieme a Jeff dondolati dal mare. Lo sguardo è rivolto al cielo, mentre ascoltiamo Jeff e le sue ruminazioni su stelle ed esistenza; scopriamo che piange ogni volta che guarda le stelle. Ci confida, guardandoci di traverso con un sorriso, che ogni volta che guarda quello spettacolo si ricorda di non essere l’unica persona rimasta viva e a noi non resta che annuire. E mentre siamo lì, schiacciati tra mare e cielo, arriva l’ultimo accordo di piano che lascia spazio prima al vento poi a una chitarra: arriva la coda e si percepisce tutta la distanza da “Reservations” _e da “Less Than You Think”. Se ai tempi di _Yankee e Ghost il ricorso al rumore era parso perfetto per fotografare un momento di trasformazione, adesso non è più necessario ricorrere a sperimentalismi per esprimere ciò che la band nel frattempo é diventata, ovvero un gruppo di musicisti coeso e non posto al servizio delle problematiche visioni del proprio leader. La coda è quindi un brano strumentale epico che si dispiega lentamente, nota per nota e strumento per strumento, in uno sforzo collettivo dove la chiave è l’armonia di intenti e l’equilibrio tra le diverse componenti. E, mentre la musica si sviluppa tra il drumming essenziale di Glenn Kotche e lo squisito intreccio scevro da inutili virtuosismi delle chitarre acustiche, elettriche e steel guitar, ci accorgiamo che la barca lentamente si sta muovendo e che il cielo sopra di noi pian piano si sta schiarendo fino a che il sole non fa capolino e un altro spettacolo, quello dell’alba, ci si presenta davanti agli occhi.

Questo sono ora i Wilco, una band che non ha più niente da dimostrare o che ha bisogno di ricorrere a una jam strappa applausi alla “Impossible Germany” per accreditarsi e stupire, ma punta alla musicalità assoluta, giocando di squadra. In un vecchio articolo descrivevamo “Cruel Country” come un disco importante che “in parte ridefinisce il rapporto tra leader e band, tra scrittura e arrangiamento, annullando ogni sudditanza tra questi elementi, in favore di una compenetrazione che supera ogni gerarchia”.
Questi sono adesso i Wilco e la cosa sembra giovare tantissimo anche al nostro caro Jeff, divenuto uomo maturo che non ha più bisogno di litigare con dei compagni di viaggio cui sa di poter affidare la propria creatura. Sollevato dalla pressione che tutto dipenda da lui, anche i testi del cantautore trasmettono questa intervenuta serenità: non c’è più alcun bisogno di inventare battaglie contro se stesso o mentire cronicamente per avere una storia da raccontare, basta solo guardare il cielo e comunicare con sincerità i propri pensieri.

E in fondo “Many Worlds” arriva a chiudere il cerchio proprio per dirci questo: una volta avremmo detto, state tranquilli il buon vecchio Jeff c’è ancora e non ha nessuna voglia di mollare. Ora è ancora meglio perchè ci sono i Wilco.



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