A volte, come ascoltatori, può capitare di essere mossi da due differenti pulsioni. Da un lato la voglia di partecipare al dibattito corrente e annusare l’aria che tira intorno e dall’altro il desiderio di tornare presso le proprie “isole felici”, capaci di ristorare come solo i ritorni a casa sanno fare.

Per quanto mi riguarda, un disco come “Reflections Of a Soul Dimension” di Edgar Jones appartiene alla seconda categoria, pieno com’è di rimandi a quella scena soul sviluppatasi nel nord dell’Inghilterra e a quei locali in cui si ballava tutta la notte al suono di misconosciuti singoli americani riportati a nuova vita. L’eco di quelle notti non ha mai smesso di risuonare, conquistando – oggi come ieri – nuovi appassionati mossi allo stesso tempo da individualismo e voglia di condivisione, da ostentazione propagandistica e gelosia da depositari del culto.
A confezionare il disco provvede un cult hero che sta sulle scene più o meno dal 1992; anno in cui, alla testa degli Stairs, Edgar Jones pubblicava lo straordinario Mexican R n’ B, disco che metteva in fila diversi apocrifi garage-blues, immaginando dei Rolling Stones rimasti imprigionati nel biennio 1965-1966 di singoli come “Get Off Of My Cloud”, “Mothers Little Helper” e “19th Nervous Breakdown”. Nonostante un lavoro di tale livello, la band non riusciva ad ottenere che un successo di culto e finiva per disgregarsi mentre era impegnata in un difficile secondo disco, poi mai edito, che si proponeva di accentuare i lati più psichedelici della propria formula. Si perdevano così le tracce del gruppo, ma soprattutto di quel cantante/bassista capace di richiamare la lasciva impertinenza di Mick Jagger, declinandola con una naturale weirdness capace di salvarlo dalla macchiettistica imitazione. 

THE STAIRS - Flying Machine

Ma in verità, Edgar Jones non è mai uscito dal giro: si è impegnato in una miriade di progetti (ben riassunti nel cofanetto Cherry Red del 2021 “The Way It Is: 25 Years Of Solo Adventures” in cui sfilano band e moniker differenti come Isrites, Big Kids, Edgar Summertyme, E.J. Free Peace Thing, E.J. & The Joneses…) e ha prestato come turnista il suo basso a gente del calibro di Ian McCulloch e Paul Weller.

E proprio come per il Modfather, nella musica di Edgar ha finito per prevalere l’amore per il soul: il ragazzo di Liverpool si è depurato sempre più dalle (splendide) lordure garage-rock che rappresentavano l’altra grande direttrice della sua carriera e si è concentrato su un soul versante northern, pieno di spiritelli sixties che, in maniera non dissimile da quanto fatto da Amy Winehouse, punta a trascendere le categorie di passato e presente, proiettandosi in un altrove temporale in cui questa musica non suona né vecchia né nuova, ma semplicemente esiste da sempre. E infatti è proprio questo il trucco che riesce a Reflections Of a Soul Dimension: mettere in fila dodici brani che potrebbero esistere da sempre.

Dal riff di xilofono che introduce una “Place My Bets On You”, in cui la voce si inerpica tra melodia, fiati e coretti femminili (mentre in “I Still Believe In You“ diventa sinuosa, grazie a un falsetto da figlio di puttana), alle trombe alla Burt Bacharach di “Coming Back To Me”, che inturgidiscono una melodia squisitamente pop sixties; da una “Ooowee (Is This The End Of Our Road)” che è un pimp soul da epica negra che passeggia con fare da elegantone per la main street del paese, al pop soul a presa rapida di “What’s The Matter Baby”; dal riff beat(lesiano), con melodia da primo Terry Callier, di “This World Today”, fino al trionfo Northern Soul che arriva con “Reflections (of You and Me)”, perfetto apocrifo che avrebbe mandato in visibilio gli esausti allnighter del Wigan Casinò con i suoi ritmi incalzanti, il riff di organo e il ritornello che si apre melodico e memorabile, senza rinunciare a una sottile linea di struggimento.

Reflections (Of You And Me) - Edgar Jones - Album Pre Release

Il programma non contempla cedimenti e si concede anche omaggi importanti, come in “Nothing Can Change”, dove Edgar parte con i toni bassi della ballata soul, ma giunto al ritornello paga il giusto tributo alla passione per il primo Scott Walker, producendosi in una grandeur crooneristica degna di nota.
Oltre alla solidità della scrittura e alla sincerità delle interpretazioni, colpisce la cura dei dettagli con cui i brani vengono addobbati: il raddoppio dei cori femminili di “Nothing Can Change”, l’incastro ritmico del riff, sghembo e sinuoso, di “The Shape We’re In”, impreziosita anche da archi svolazzanti o il semplice ma efficace crescendo di chitarre di “I Still Believe in You”. 

Edgar Jones riesce insomma a infondere linfa nuova a giri armonici e melodici risaputi e io davvero non so cos’altro dirvi per convincervi ad ascoltarlo… forse perché – come tutti gli appassionati di certa musica – sono mosso da pulsioni contrastanti: individualismo e voglia di condivisione … ostentazione propagandistica e gelosia da depositario del culto… Buon ascolto.