C’è stato un tempo in cui non conoscevo Tom Verlaine e il primo disco dei Television.
In quel tempo per conoscere Tom Verlaine e il primo disco dei Television dovevi impegnarti. Non c’era una bacheca a ispirare disordinatamente gli ascolti, né YouTube a servirteli su un piatto d’argento.
Se parto con queste considerazioni da boomer è solo per dire che un tempo certa musica viaggiava in maniera sotterranea e che gruppi come i Television (o i Big Star per fare un altro esempio), nel loro essere allo stesso tempo ben fruibili ma raffinati, rappresentavano la migliore ricompensa possibile per chi decideva di non accontentarsi della “musica che girava intorno”. Se volevi andare oltre U2 e R.E.M. (al tempo eccezionali) dovevi cominciare a scavare e, quando incrociavi un disco come “Marquee Moon”, non potevi che riprendere la ricerca con ancor maggiore vigore.

La bellezza di “Marquee Moon” si pone al di sopra di qualunque parametro e non sto qui a raccontarvi quello che da molti (ad esempio da me) è stato eletto a classico disco da isola deserta, però una cosa vorrei aggiungerla: chi ne scopriva la bellezza, oltre alla ricompensa della scoperta stessa, otteneva la riprova che nell’arte spesso tutto è collegato e che la propria attività di esploratore metteva alla luce dei fili che univano media e opere diverse. Tra i solchi della musica dei Television, nelle diteggiature modali degli interplay chitarristici di Tom e Richard Lloyd, nei testi poetici, intonati con voce nasale e aliena(ta) da Tom, andavano a confluire il free jazz di Ornette Coleman, le suggestioni letterarie più maledette ed eccitanti (dal decadentismo di Verlaine e Rimbaud al beat dopato e sperimentale di Burroughs fino al brutalismo newyorkese di Hubert Selby Jr.),, le ritmiche affilate del rock n’ roll delle origini (non era forse questo il punk? Riallacciarsi a quell’energia primigenia?), ma anche le dilatazioni chitarristiche e psichedeliche degli anni sessanta (le improbabili eppure evidenti influenze di John Cipollina dei Quicksilver Messenger Services) e, ancora, le lontane assonanze arty con certo glam britannico (gli incontri artistici mancati con Brian Eno che NON produce l’esordio del gruppo e David Bowie che NON riesce a far suonare Tom su “Scary Monsters”, accontentandosi di coverizzarne un brano).

A fare da cornice a tutto c’era quella New York che negli anni Settanta vedeva germogliare i semi gettati nei Sessanta dai Velvet Underground, divenendo definitivamente uno di quei luoghi in cui qualunque appassionato di musica si precipiterebbe, possedendo una macchina del tempo! In modo da poter godere in diretta di una delle più grandi esplosioni di talento di sempre: Talking Heads, Blondie, Suicide, Ramones, Dead Boys, Jim Carroll, Patti Smith, ma anche il “cantore” Lester Bangs e i “padrini” Iggy Pop, John Cale e Lou Reed.
In quella New York sembrava che il rock volasse altissimo, sospinto dalle visioni di una masnada di ragazzacci male in arnese, che sembravano dissipare splendidamente il proprio talento.

In questa meravigliosa Corte dei Miracoli, il Principe non poteva che essere proprio Tom Verlaine, con quel suo viso angelico e ossuto come le linee di chitarra che sembrava disegnare con un’espressività che credo non abbia eguali nella storia dello strumento… merito anche della maniera che aveva di usare la mano sinistra sulla tastiera, facendo tremolare leggermente l’intonazione della nota: tra le sue mani, per dirla alla George Harrison, la chitarra piangeva davvero gentilmente.

Quando una sera me lo ritrovai davanti, in una piccola saletta a pochi metri di distanza, seduto su una sedia con la chitarra sulle gambe, restai fermo immobile in attesa che il miracolo che cercavo si compisse. E infatti non appena Tom ebbe messo le mani sulla chitarra, toccandola in quella maniera e tirando fuori proprio quel suono, mi parve che distanze e anni si fossero improvvisamente annullate e io mi fossi ritrovato a passeggiare nei luoghi del mio stesso immaginario. Quello che si era formato via via dopo anni di esplorazioni, disegnando un percorso su cui rilucevano alcune pietre miliari: tra queste “Marquee Moon” non solo accecava, ma indicava – fredda, distante, ma emotivamente intensa – la direzione verso la bellezza.