In un vecchio articolo celebrativo si descrivevano i Blur come il tipico combo pop-rock inglese degli anni novanta: un cantante con la faccia da schiaffi, un chitarrista occhialuto e vagamente nerd, un bassista stiloso e “un tizio alla batteria”.
Ebbene, quel “tizio alla batteria” era Dave Rowntree che, al carisma dei suoi tre compagni di band, contrapponeva in effetti un aspetto dimesso che dava quasi l’impressione che il ragazzo fosse capitato per caso in quell’esplosione di talento che vedeva in Damon Albarn e Graham Coxon i principali artefici.

Ma Dave Rowntree è sempre stato qualcosa di più di un semplice figurante…. e adesso, dopo una vita passata tra alti e bassi (si parla di alcolismo e dipendenza da cocaina, ma anche di – come leggiamo dalla cartella stampa – attività come “podcaster, pilota e istruttore di aerei leggeri, avvocato ed ex consigliere sindacale”), è riuscito anche a dare sfogo a una caratteristica che in pochi forse gli avrebbero attribuito: l’ambizione.
Soltanto una persona “ambiziosa” o, come dice lo stesso Dave di se stesso, “nomade e mai del tutto soddisfatta” poteva impegnarsi al punto da diventare un valente polistrumentista, un compositore di colonne sonore per film e tv (tra cui la serie Netflix ‘The One’ ed il thriller poliziesco della BBC ‘The Capture’) e, infine, l’autore di un ambizioso esordio solista, intitolato “Radio Songs”.

Un esordio che innanzitutto si propone di essere un atto di amore e riconoscenza verso la radio, “aggeggio musicale” verso cui fin da bambino Dave ha nutrito un interesse tale da spingerlo a costruire piccoli e rudimentali kit radiofonici.
Sul fascino delle vecchie trasmissioni radiofoniche sono state scritte parole su parole, ma al di là delle suggestioni, bisogna subito precisare che la tematica radiofonica, pur presente, non risulta affatto predominante: il richiamo alla radio come mezzo avventuroso che avvicina culture differenti viene presto perso per strada, con poche eccezioni (una “Tape Measure”, le cui influenze mediorientali – in tutta onestà – non convincono appieno…) e qualche strascico (le interferenze radio perfettamente utilizzate in “1000 Miles”), lasciando piuttosto che l’attenzione dell’ascoltatore si concentri sul mood costante che Dave costruisce brano dopo brano, pur evitando la monotonia.

Un risultato conseguito a partire da una eccellente gestione dei suoni e degli arrangiamenti e da una produzione raffinata curata dall’ottimo Leo Abrahams (che vanta in curriculum lavori per Brian Eno, Ghostpoet e Wild Beasts). Episodi come la bella ballata “Downtown”, in cui i suoni lavorano attorno alla voce, scavando i cunicoli necessari per condurla alla luce, “1000 Miles”, in cui i synth, algidi e glaciali, ricercano la medesima bellezza lunare presente nei capolavori di Brian Eno o “Machines Like Me”, che manipola cori femminili come cocci arrotondati in mezzo a synth spigolosi o, infine, “Volcano” che allinea tasti, chitarre acustiche, note sparse di piano, bassi vischiosi in odore di trip hop e un crescendo finale ed emotivo che si ingrossa fino a sfiorare il noise.
Se stupisce la perizia tecnica utilizzata nel vestire i brani, non delude l’approccio al cantato di Dave che, pur non vantando chissà quali doti canore, sceglie la strada della semplicità, prediligendo ora i toni impersonali alla Brian Eno (“Volcano”), ora quelli maggiormente emotivi alla Robert Wyatt (“Machines Like Me”). Ma più che l’ugola di Dave Rowntree, a convincere davvero è la sua penna, dotata di una buona calligrafia, sia quando cesella ritornelli (“Tape Measure,” ma soprattutto quel motivetto synth-pop, caldo e stratificato, di “London Bridge”, minato da un testo tutt’altro che rassicurante), sia quando deve distendersi in ballate d’atmosfera (la già citata “1000 Miles”).
In definitiva, si tratta di un lavoro che ricorda certi dischi uggiosi, ma non depressivi che solo gli inglesi sanno fare. Quel particolare mood che qualcuno di noi ha riscontrato nei lavori di Paul Webb a firma “Rustin Man”, nella sconsolata bellezza dell’unico lavoro di Gavin Clark a firma Evangelist, nei toni seppiati dei due bellissimi dischi dei The Bad the Good The Queen, nel vento scozzese che soffia tra le spire degli album dei Magnetic North. Tutti lavori che potrebbero essere accomunati anche da un’altra caratteristica: quella di aver rappresentato una sorta di rivincita per dei gregari che per anni hanno prestato i propri servigi alla musica senza ricevere davvero le luci della ribalta.

Dopo Paul Webb, Gavin Clark e quel Simon Tong che per anni ha rivestito il ruolo di gregario per eccellenza del pop britannico, da oggi e grazie a “Radio Days” possiamo considerare iscritto nel club anche il buon Dave Rowntree.

Dave Rowntree - Devil's Island (Official Music Video)