Chi segue questo blog sa che, a questo punto dell’anno, prima di lasciarci definitivamente alle spalle la stagione appena conclusa, vi gettiamo un ultimo sguardo, soffermandoci su un genere o una scena che, per le ragioni più svariate, non hanno magari trovato spazio nel nostro articolo di fine anno. A volte si tratta di universi a sé stanti che – da cultori – ci piace tenere separati dal resto (come avvenuto, ad esempio, per la scena fingerpicking), a volte di vibrazioni che accomunano dischi – anche differenti fra di loro – ai quali sentiamo di dover concedere uno spazietto tutto loro… Quest’anno abbiamo voluto riservare quest’ultimo sguardo al cantautorato femminile, inteso nella maniera più ampia possibile; si tratta di uno dei fenomeni numericamente più rilevanti emersi nel nuovo millennio e che nel 2022 ha prodotto davvero una notevole quantità di album interessanti. Certo, è mancato il picco alla Fiona Apple, per citare l’album al femminile più importante degli ultimi anni, ma si tratta comunque di dischi che hanno lasciato un segno.

Chi fosse interessato può trovare di seguito una playlist assemblata con un brano per ciascuno dei lavori di cui si parla nell’articolo, magari da ascoltare mentre si legge o quando si vuole…

Cominciamo la nostra piccola carrellata con un quartetto di dischi di cui ci sembra si sia parlato poco in giro: si tratta di due sorprese (Tomberlin e Kee Avil), di una conferma (Kathryn Joseph) e del ritorno in grande stile di una veterana (Beth Orton).

tomberlin

Tomberlin – I don’t know who needs to hear this…


L’americana Sarah Beth Tomberlin (in arte solo Tomberlin) è al suo secondo disco. L’esordio “At wedding” del 2018, prodotto da Owen Pallett, aveva fatto inserire il nome dell’artista nel nutrito novero delle “ragazze con chitarra” da tenere d’occhio. Probabilmente però, nessuno si aspettava il balzo di qualità avvenuto con il seguito“I don’t know who needs to hear this…” pubblicato nel 2022. E’ bastato però ascoltare la traccia iniziale “Easy” per capire che ci si trovava di fronte a qualcosa di importante: una ballata scarna e atmosferica costruita su un battito minimale, una voce sussurrata ammantata di eco, note di un piano spettrale spesso dissonanti e pennellate di synth. Tutto qua, per quello che risulta essere semplicemente uno dei brani più intensi dell’anno. Il resto del disco ha il merito di non adagiarsi sulla stessa formula, ma di esplorare il territorio della ballata folk da differenti angolazioni, passando dalle melodie solari di “Born again runner”, all’intimismo della conclusiva “IDKWNTHT” (acronimo del titolo dell’album) con un paio di impennate elettriche efficacissime nel mezzo: la tesa “Stoned” con sapori quasi shoegaze e una narcotica “Happy Accident” che ricorda le ballate elettriche degli ultimi Red House Painters o dei primi Sun Kil Moon. Una collezione di gioielli dalle nuance differenti grazie anche alla continua rotazione dei musicisti coinvolti che vedono coinvolti anche nomi di peso come Cass McCombs, Shazad Ismaily, Kenny Wollesen e Gyða Valtýsdóttir.

Tomberlin - easy [Official Audio]
Avil crease

Kee Avil – Crease


Ci spostiamo ora un po’ più a Nord, nel Canada di Vicky Metller in arte Kee Avil. Per il suo disco d’esordio Crease edito dalla benemerita Constellation (un nome, una garanzia) possiamo parlare di cantautorato destrutturato. Le tracce che compongono il disco sembrano possedere l’aspetto e la durata della canzone, ma in realtà si tratta di brani musicali costantemente disassemblati, torturati e infine ricostruiti.. Non c’è un brano che inizi e finisca nello stesso modo e, anche quando il cantato sembra disegnare delle linee melodiche che si possono imprimere nella memoria, la base musicale muta in continuazione in maniera straniante e spesso inquietante. Sembra quasi che la musica e la canzone siano volutamente autosabotate per impedire all’ascoltatore di farle proprie. Nella musica di Kee Avil si possono trovare tantissimi elementi e suggestioni differenti: c’è il cantautorato rock di PJ Harvey o quello anticonvenzionale di Fiona Apple, l’elettronica rumorista (gli Autechre?), sonorità industriali, chitarrismo avant, minimalismo… Si potrebbe andare avanti ma ha poco senso perché ognuno potrebbe trovare in questo puzzle sonoro intricatissimo ciò che vuole o ciò che crede di sentire. L’artista volutamente, più che sintetizzare, fa cozzare tutti questi elementi fra loro in un suono ispido che trova la propria identità proprio nel caos organizzato. Si parla tanto di innovazione e originalità… non sappiamo dire se questi termini si possano applicare al disco di Kee Avil, ma senz’altro ci pare assolutamente legittimo parlare di un album personale e coraggioso. Un’opera che, seppure nella sua tendenza centrifuga, riesce a essere centrata e a risultare più stimolante che ostico, senza perdere mai di vista – al di là del disorientamento che genera – la capacità di comunicare e di mantenere il contatto con chi ascolta. Davvero la più bella sorpresa dell’anno e, se il buongiorno si vede dal mattino, ne vedremo delle bellissime!

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Kathryn Joseph – For you who are the wronged


Kathryn Joseph è un gioiello nascosto che la sua Scozia custodisce gelosamente. Autrice dalla parabola inusuale che la porta a esordire nel 2015 a 40 anni. Si tratta di un’artista ostica, non tanto per la forma musicale (semplici canzoni con piano voce e poco altro), ma per l’intensità umana che Joseph infonde nelle propria modalità di espressione. E’ un’artista che non lascia niente al non detto (basta dire che il “cognome d’arte” è il nome di suo figlio nato morto in seguito al parto); non solo perché le sue canzoni parlano di abusi, violenze e sopravvivenza ma anche perché il risultato finale della sinergia tra testi, musica e interpretazione è un’ondata potente che, oltre a esprimere le intenzioni dell’autrice, richiede, anzi esige, una reazione epidermica e profonda, fisica ed emotiva dell’ascoltatore. E’ una musica che scava nel profondo dell’animo umano senza paura di scoperchiarne gli orrori e forse proprio per questo autenticamente vera. Pur utilizzando un linguaggio musicale decisamente diverso ci sentiamo di paragonare la cantautrice scozzese a Lisa Germano per l’intensità e a Nico per la “pesantezza”. Chiaramente di fronte a tale forza espressiva è del tutto legittimo dire “No grazie, passo”. Per chi invece sia avvezzo a musica non consolatoria e persino disturbante, l’ascolto dell’opera di Kathryn Joseph risulta quasi imprescindibile. Il terzo lavoro uscito lo scorso anno, For you who are the wronged,conferma la forza e la qualità della musica di Kathryn Joseph, muovendosi per minime varianti rispetto agli episodi precedenti. Nell’esordio “Blood you have thrown me e blood I’ve spilled” veniva dato spazio solo a piano e voce, mentre nel seguito del 2018 “From when I wake the wake is” si aggiungeva un’elettronica sparsa a fare da fondale. Il disco dello scorso anno vede invece un piano elettrico ad accompagnare la voce di Joseph, uno strumento che si sposa alla perfezione con l’atmosfera scheletrica della musica e il cui tremolio risuona con il caratteristico vibrato della cantante. Ci sembra superfluo e quasi inopportuno parlare dei singoli brani per un disco, anzi un’artista, che va presa (o rifiutata) in blocco.

orton weather

Beth Orton – Weather Alive


Non c’è invece bisogno di presentazioni per Beth Orton, una delle più importanti rappresentanti della cosiddetta folk-tronica degli anni ‘90, grazie ai suoi primi album e alle collaborazioni con i Chemical Brothers. Da allora la musica è cambiata, la discografia si è diradata e la vita personale è stata segnata da alti e bassi: malattie come il morbo di Crohn e l’epilessia che le ha causato anche problemi di memoria, ma pure due figli e una relazione con il musicista americano Sam Amidon. Proprio la lavorazione dell’ultimo album “Weather Alive è stata segnata dalla convivenza con la malattia e il dolore. La voce di Beth risulta flebile e incrinata, quasi rotta a volte, come a sottolineare come il dolore sia ormai parte di lei e di conseguenza della propria interpretazione. “Weather Alive” è un album morbido e caldo, ipnotico e quasi narcotico, da assaporare come un flusso unico, scuotimenti occasionali (come il funky jazzato di “Fractals” impreziosito dal sax di Alabaster de Plume) compresi. Il disco, composto al piano invece che alla solita chitarra, appare come il frutto della sintesi della Beth Orton più folk, che abbiamo conosciuto dopo i primi tre album, e di un processo di riappropriazione e rielaborazione del suono elettronico, iniziato con il precedente e transitorio Kidsticks”, alla luce del vissuto e della maturità dell’artista. Così se il venerdì sera della giovane Beth era la serata dei club a elevati BPM ora nella “Friday Night” del disco diventa una sorta di serena celebrazione della vita di coppia con un’elettronica più materna e avvolgente. Il passato però non è però messo da parte del tutto, come in “Together Young”, dove affiorano reminiscenze del trip-hop di una volta. L’album presenta una scaletta decisamente solida e priva di punti deboli in un flusso che avvolge l’ascoltatore dall’incipit della title track alla splendida ballata conclusiva “Unwritten”.

Beth Orton - Friday Night (Official Music Video)

Continuiamo però, perchè la lista di album da segnalare è davvero lunga.

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Weyes Blood – And in the Darkness, Hearts Aglow


Non possiamo non parlare del disco che più ha fatto clamore e ha riscosso i favori di critica e appassionati ovvero And in the Darkness, Hearts Aglow” di Weyes Blood, seguito dell’ottimo “Titanic Rising”del 2019. Il disco è stato accolto quasi ovunque trionfalmente e senza dubbio si tratta di un lavoro di altissimo livello. Se poi sia superiore al suo notevolissimo predecessore è un altro paio di maniche. Devo ammetterlo, ai primi ascolti il disco mi era sembrato inferiore a “Titanic Rising”, principalmente per alcune scelte di arrangiamento, che mettevano in risalto maggiormente la componente orchestrale rispetto alla perfetta interazione tra essa e il suono elettronico e per la, spesso eccessiva, durata dei brani. Con gli ascolti però le scelte di produzione di cui sopra si sono rivelate il frutto di una maggiore integrazione delle componenti, fatta di piccoli dettagli e sottigliezze, ma soprattutto è emersa potentemente la scrittura dei brani: canzoni come “It’s not just me, it’s everybody”, “Grapevine”, “God turn me into a flower”, la conclusiva “A given thing” (poi ognuno sceglierà le proprie) sono già degli instant classic. Insomma quindi, la domanda sulla superiorità di un disco sull’altro ha perso via via completamente di significato, sia per il peso specifico di entrambi i dischi sia perché già inizia l’attesa per il futuro capitolo conclusivo di questa trilogia di album che si preannuncia una pietra miliare del cantautorato femminile.

Alela Diane - Howling Wind (Official Visualizer)

Joan Shelley "Home" [Official Audio]
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Weather Station – How it is that i should look at the stars


“Ignorance” è stato per la canadese Tamara Lindeman in arte Weather Station il disco della consacrazione, nonché uno degli album più apprezzati del 2021 in ambito cantautorale. Il disco mostrava un allontanamento dal suono più propriamente folk per abbracciare una dimensione maggiormente pop. Cambiamento di direzione riuscito pienamente grazie a una sequenza micidiale di canzoni e a una produzione perfetta. A solo un anno di distanza Lindeman esce con un disco scarno e intimista che sembra quasi lo yang rispetto allo Yin di “Ignorance”. Un album che però appare intimamente legato al precedente, in maniera quasi complementare, come le copertine uguali (l’artista fotografata in mezzo a una vegetazione boschiva) ma differenti nei colori e nella fotografia. Come a dire che l’identità di Weather Station si trova nel mezzo e che la necessità di esprimersi attraverso canzoni più immediate e patinate andava necessariamente controbilanciata da brani nei quali l’autrice venisse catturata in tutta la sua nudità artistica. Il risultato è un disco per piano e voce, qualche fiato e armonia vocale, pieno di spazi dove c’erano i pieni di “Ignorance”, di canzoni quasi sussurrate che richiedono dedizione e abbandono nell’ascolto. Abbiamo già utilizzato il termine prezioso in precedenza ma non possiamo non ricorrervi anche per questo “How it is that i should look at the stars”; un disco da tenere nel cassetto e da recuperare nei momenti di solitudine, magari avvolti in una coperta e accoccolati sul divano. Ascoltare una canzone come “Stars” (degna della miglior Joni Mitchell) per credere…

 

Se questi erano i lavori migliori dell’anno nell’ambito del cantautorato femminile, vogliamo però concludere con tre dischi “minori” ma che ci sembra confermino con la loro qualità l’ottima annata appena trascorsa:.l’attesissimo ritorno di Nina Nastasia, “Riderless Horse” non tradisce le attese ma neanche soddisfa fino in fondo, con una scrittura che non riesce a reggere del tutto un album basato sulla formula voce e chitarra. Cate Le Bon è un’artista estremamente creativa e sempre da tenere d’occhio ma alla quale sembra ancora mancare la definitiva consacrazione: “Pompei” è un disco che stuzzica e merita certamente di essere ascoltato ma a cui manca quel quid (e a nostro avviso non è la prima volta) per centrare in pieno il bersaglio. Infine Il secondo disco dell’australiano Grace Cummings, con “Storm Queen“ si conferma e anzi segna un ulteriore progresso rispetto all’esordio; non siamo ancora al livello dei grandi nomi ma certamente si tratta di un’artista cui è lecito guardare al futuro con grandi aspettative.

 

Vogliamo chiudere (stavolta davvero!) con un’escursione fuori dall’alveo del cantautorato per segnalare due notevolissimi dischi, ovviamente sempre al femminile: per il sorprendente “Sweet Tooth” di Mali Obomsawin ci limitiamo alla menzione perchè ne abbiamo parlato qui.

Desert Rouge (Red Desert in French)