brian eno forevernevermore

Brian Eno – FOREVERANDEVERNOMORE: una non recensione

Quando si mette in cantiere una recensione bisogna innanzitutto elaborare una strategia: si può optare per un approccio analitico o preferirne uno globale, si può analizzare il disco canzone per canzone oppure cercare di capire dove l’artista voglia andare a parare allargando lo sguardo all’intera discografia oppure, infine, si possono semplicemente spiegare le ragioni per le quali l’opera in questione é piaciuta o meno. Ci sono però dei dischi refrattari a ogni tentativo di inquadramento classico, che costringono quindi chi scrive a deporre il proprio armamentario di trucchi e consuetudini per riflettere sul concetto stesso di recensione.

Ed è proprio questo il caso di “FOREVERANDEVERNOMORE”, il nuovo album di “canzoni” di Brian Eno. D’altronde non c’è di che esserne sorpresi poichè oltre ad essere uno degli artisti più influenti nella storia della musica “pop” (intesa nel suo significato più ampio) si tratta di un personaggio che ha fatto della propria sfuggente atipicità il suo marchio di fabbrica.

Il disco rappresenta l’atteso ritorno a brani più concisi che vedono nuovamente protagonista la voce dell’autore a parecchi anni di distanza dall’ultimo precedente.

Si sarebbe potuto quindi raccontare il disco parlando della continuità stilistica con lo splendido “The Ship” del 2016, della magnifica scrittura di brani in perfetto bilico o meglio in grado di proporre una felice sintesi tra forma canzone e verbo ambient; oppure discettare sulla consueta mirabile produzione, magari suggerendo agli habitué dell’autotune l’ascolto della conclusiva “Making gardens out of silence” per imparare come si tratta elettronicamente una voce ricorrendo a un po’ di immaginazione.

Brian Eno - Making Gardens out of Silence

Ma perchè tentare di scomporre un incantesimo? Non è forse meglio lasciarlo fluire piuttosto che svilirlo tentando di ricondurlo a canoni e regole terrene?

Il cuore della questione sta proprio qui. Non appena terminato “FOREVERANDEVERNOMORE” (o meglio dopo alcuni minuti necessari per interiorizzare l’esperienza d’ascolto e “ritornare con i piedi per terra”) monta l’urgenza di raccontarne la bellezza e condividere le sensazioni vissute; ma quando arriva il momento di metterle su carta, ci si accorge di quanto le solite parole siano inadeguate e di come ciò che sembrava così chiaro durante l’ascolto si sia dissolto, come capita di giorno ai pensieri che infestano i sogni.

Già, perché un disco come questo (ma la riflessione si può e forse si deve estendere a gran parte della discografia di Eno) ha la peculiare capacità di sfuggire alla realtà codificata e di esistere in un non luogo e in un tempo inesistente, sospeso tra passato, presente e futuro.

Riciclando un vecchio motto in voga negli anni sessanta, il disco non fa altro che ribadire con forza il principio – sviluppato dal Nostro lungo tutto il corso della propria carriera – secondo cui occorre lasciare che “l’immaginazione salga al potere”, intendendo con questo il trionfo dell’idea sulla mera competenza e sul tecnicismo, utilizzando – più che regole accademiche – la propria abilità nel manipolare e reimmaginare la musica dal proprio status di “non musicista”. Poco importa infatti ormai se Eno sia o non sia ancora un “non musicista” in senso letterale, se sia capace di suonare strumenti o comporre musica in maniera canonica; ciò che conta sono l’immutato approccio e la capacità demiurgica di modellare il suono come se fosse materia viva, sia che la forma finale sia costituita da suite ambient o da vere e proprie canzoni (il confine è spesso sfumato, ma soprattutto si tratta di una classificazione che in questo caso ha davvero poco significato). Il risultato è un mondo allo stesso tempo alieno e familiare, frutto di un escapismo non fine a se stesso, ma capace di trasportare in una dimensione altra nella quale sentirsi a casa e di creare una contiguità tra reale e immaginario, tra idea e rappresentazione materiale. Non esprime forse proprio questo in fondo la definizione stessa di musica ambient?

Questa capacità di creare un proprio spazio-tempo è una prerogativa alquanto rara e propria di pochi grandissimi artisti. Parlando di Brian Eno non si può non citare un suo grande amico come il “nostro” (perdonateci l’appropriazione indebita ma si tratta di amore vero) Robertino Wyatt, capace con la sua voce e il suono inconfondibile dell’organetto Riviera di portarci altrove in un altroquando. Ma, nel suo piccolo, anche del Damon Albarn di “The Nearer the Fountain, More Pure the Stream Flows”. Tutti, guarda caso, artisti figli della stessa sensibilità.

In fondo questa non recensione rappresenta solo un invito o anzi un’esortazione accorata a non scartare “FOREVERANDEVERNOMORE”, pensando che sia solo l’ennesimo di disco di Eno.

Ascoltatelo, vivetelo come fosse un sogno, possibilmente isolandovi dal mondo esterno armati di cuffie. Fate avviluppare le vostre terminazione nervose dal suono scolpito ed estruso da una materia evanescente e fate risuonare il vostro io più profondo con le vibrazioni della voce, mai così matura, di King Brian; vedrete che quella che sembra solo un’oasi di sospensione dalla realtà, si insinuerà sottopelle e si confonderà con la vita “vera”, diventando pian piano uno dei dischi imprescindibili dell’anno. Sì, ok… ma quale anno?



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