Come di consueto anche quest’anno la programmazione autunnale live italiana, dopo la sovrabbondanza dell’offerta estiva, ha subito un periodo di deflessione sia nella qualità che nella frequenza degli eventi. Se questo da un lato genera fastidio in chi, insaziabile, va costantemente alla ricerca di spettacoli, va anche detto che una minore offerta finisce spesso per far focalizzare meglio l’attenzione sulle giuste manifestazioni.

I successi di JazzMI e ROBOT Festival non sono a nostro avviso assolutamente casuali, ma piuttosto frutto di un’accurata gestione della comunicazione, di una direzione artistica di livello, ma anche di una scelta calendaristica azzeccata. 

Questa volta vogliamo concentrarci sulla kermesse bolognese, giunta ormai alla sua tredicesima incarnazione, nei suoi pregi (notevoli) e nei suoi problemi (minori, ma non sempre trascurabili). 

ROBOT è un festival “itinerante” con diverse location, scelte accuratamente nel cuore di Bologna, e con diverse tipologie di eventi poste in diversi momenti della giornata: tra i luoghi selezionati troviamo l’accademia di Belle Arti, TPO, Oratorio San Filippo Neri e Palazzo Re Enzo

La programmazione inizia subito col botto, offrendo da subito spettacoli esclusivi e difficilmente visti sul suolo italiano: si parte, tra gli altri, con Lyra Pramuk, con la star del neo-soul Loraine James e con il pupillo di casa Planet Mu Gábor Lázar

Abbiamo la fortuna di presenziare a ROBOT a partire da venerdì 7 Ottobre, dove l’ex deposito ferroviario DumBO (che per certi versi ricorda una versione industrial/throbbing-gristleiana delle OGR di Torino) ospita una delle serate più interessanti degli ultimi anni: in cartellone sono previsti Laura Agnusdei, Ben Frost, Caterina Barbieri, Giant Swan e Skee Mask, stranamente in team con gli Zenker Brothers, fondatori di Ilian Tape.

La Agnusdei col suo sax, in coppia con Daniele Fabris, ha l’arduo compito di aprire una serata complicata, visto il blasone del resto della line-up, rivelandosi invece una delle sorprese della serata: Laura, in bilico tra Colin Stetson e Pharoah Sanders, stupisce il pubblico con una performance di impatto e ad alti volumi (la gestione dei suoni è sicuramente uno dei punti critici di DumBO, ma ci torneremo). 
Ben Frost, ormai membro stabile degli SWANS e incontrastato idolo di questo blog, è forse il più atteso della serata, insieme all’eroina di casa Barbieri, ma viene purtroppo tradito dai suoi stessi strumenti: dopo pochi minuti iniziano a presentarsi problemi di audio apparentemente irrisolvibili in tempi rapidi, tanto che il 42enne australiano, dopo aver sostituito diverse schede audio, abbandona il palco anzitempo, terminando lo show in fretta e furia.

Ben Frost in concerto al ROBOT Festival 13
Ben Frost in concerto al ROBOT, foto di Roberto Deva

Di questa breve comparsata resta solo la soddisfazione di aver sentito, almeno abbozzati, pezzi iconici come “Stomp” e “Theory of Machines”, dove la Telecaster di Frost si è infranta rumorosamente contro i muri eretti dai suoi sintetizzatori, impianto permettendo. Rimane ovviamente il rammarico di veder saltare proprio davanti agli occhi uno degli headliner, ma il problema sembra essere proprio della strumentazione di Frost, visto il prosieguo della serata. (Vi saranno comunque alcuni problemi di gestione dell’audio nel corso dei due giorni da noi trascorsi, ma meno rilevanti).

A seguire Caterina Barbieri sfodera dal cilindro un set full-analog, con dei bellissimi visual proiettati su un enorme telo alle sue spalle. 

Il live si concentra sulle ultime due uscite della bolognese, “Spirit Exit” (2022) ed “Ecstatic Computation” (2019), e riesce addirittura ad arricchire trame e sensazioni dei suddetti lavori. Lo show risulta non dissimile dalla performance che la musicista ha tenuto in occasione del C2C dello scorso Novembre, con l’opera grafica di Ruben Spini a completare le sottili trame elettroniche, ma resta comunque d’impatto, e riesce benissimo nell’impresa di calmare gli animi di un pubblico piuttosto incazzato e ristabilire il bellissimo clima che ha poi caratterizzato tutta la manifestazione.

Caterina Barbieri live, foto di Roberto Deva.

La serata (non la nostra, purtroppo) prosegue a BPM decisamente più alti e casse martellanti, con i live dei raver di Bristol Giant Swan (ne parlammo nel 2019!) e di Skee Mask b2b Zenker Brothers.

Day 2

La giornata di Sabato 8 è decisamente la più ricca, con workshop, DJ set sparsi e tantissimi live. 

I workshop vertono sugli argomenti più disparati, dalla blockchain alla nuova musica napoletana, fino alla pittura. 

I live sono tantissimi ed è sempre difficile dover rinunciare a qualcosa, soprattutto se si tratta di TSVI.

Prima di muoverci verso il palco principale, ci godiamo in parte i rumorosissimi Brutal Casual al TPO, i quali ci ricordano la furia cieca di Royal Trux e Suicide e ci fanno divertire parecchio con un live estremo e concettuale, dove la fotografia di Jacopo Benassi si fonde con la musica di Lady Maru per un mix micidiale che ci porta dritti dritti alla New York di fine anni ‘70. 

DumBO questa volta ospita una line-up decisamente più danzereccia, a partire dal resident DJ Speaking Minds, fino agli ospiti d’onore Pantha Du Prince, Kittin & The Hacker e Laurent Garnier.

La serata parte subito a ritmi folli, quando Speaking Minds infiamma la folla con un lungo dj set di introduzione al produttore tedesco Pantha Du Prince, che strega il pubblico con un live A/V di grande impatto visivo ma musicalmente un po’ accademico per una personalità del genere. 
Una musicalità più accessibile è sicuramente alla base di questo “main event”, come testimoniano i set di Miss Kittin col fedelissimo The Hacker o quello della leggenda Laurent Garnier.

I due set vertono entrambi su sonorità simili, a cavallo tra techno e french touch, e il risultato è sicuramente più accessibile rispetto alla serata precedente. Benché non si possa parlare di set eccezionali, si è trattato di spettacoli assolutamente azzeccati, la cui “scolastica” efficacia ha acquistato valore proprio perché inserita all’interno di una programmazione ricca e vasta:   il responso e la felicità del pubblico sono sicuramente il feedback più immediato e riscontrabile che si possa avere, e una pista piena per tutta la durata dell’evento è un traguardo sicuramente notevole. 

Complice anche la natura dei set in questione, passano anche più inosservati i numerosi problemi dell’impianto principale, con cali di volume improvvisi o sparizioni delle basse frequenze. 

Al di là delle normali problematiche, ci sentiamo di definire ROBOT un successo clamoroso, che ha mobilitato un’intera città e non solo (in effetti noi stiamo parlando dall’altro del nostro ruolo di trasfertisti della domenica). 

Il paragone concettuale con kermesse come JazzMI e C2C non è casuale, anzi, abbiamo apprezzato molto come l’evento fosse sentito non solo all’interno dell’organizzazione, ma anche tra i numerosissimi partecipanti, che hanno fatto registrare “sold out” in quasi tutti gli eventi e hanno popolato fin da subito tutti i palchi, riempiendo le piste fin dai primi minuti.