Che l’hip-hop stia inesorabilmente e (neanche troppo) lentamente divenendo la nuova musica popolare, capace di scalzare vecchie popstar e nostalgici rocker, è un dato di fatto che trova conferma non solo nelle classifiche di vendita e negli investimenti sempre più copiosi delle etichette “major”, ma anche in dischi come “Cheat Codes” che fino a qualche anno fa probabilmente non sarebbero certo stati pubblicati da un’etichetta mainstream come la Warner/BMG.
Danger Mouse, al secolo Brian Joseph Burton, newyorkese classe ‘77, poliedrico compositore e polistrumentista, è uno dei produttori più acclamati al mondo da vent’anni a questa parte, ed è anche un grande conoscitore del mondo underground.
Come produttore, Burton vanta un’immensa lista di collaborazioni nel mondo della musica rock e dell’hip-hop: Gorillaz (il leggendario “Demon Days”), MF DOOM (i due erano legati da una profonda amicizia e hanno prodotto insieme il disco “The Mouse and the Mask” del 2015 come Danger Doom), Black Keys, Michael Kiwanuka, Red Hot Chili Peppers, Sparklehorse, The Good, The Bad & The Queen, Beck, Norah Jones, Parquet Courts sono solo alcuni dei nomi che troviamo nel suo CV, senza contare i diversi progetti solisti, tra cui ricordiamo Pelican City, Broken Bells e Gnarls Barkley e la più recente collaborazione con Karen O.
“Cheat Codes” è lo sforzo collettivo di Burton con Black Thought, voce storica dei The Roots, una collezione di 12 tracce in cui Danger Mouse cuce su misura basi per il flow del rapper di Philadelphia.
Burton non inventa nulla, ma si attiene al solito, immortale paradigma “barre e sample” che ha reso celebre il genere ormai più di trent’anni fa: a fare la differenza è il gusto e la ricercatezza con cui i campioni vengono selezionati e poi adattati perfettamente agli ospiti presenti e all’umore che si vuole trasmettere.
Il neo-duo non inventa né innova, ma porta a un pubblico più grande i risultati di anni e anni di sforzi del mondo underground, divulgando e sdoganando le sonorità di collettivi come Griselda o da artisti come Roc Marciano, Ka, Action Bronson, Billy Woods, Quelle Chris, Big Ghost e tanti altri.
Sui brani non si alternano solo star della vecchia guardia, cui lo stesso Black Thought appartiene, come Raekwon, i Run The Jewels di El-P e Killer Mike o il defunto MF DOOM, ma compaiono a più riprese veterani della scena attuale (A$AP Rocky, Conway the Machine, Joey Bada$$), oltre a talenti estranei al mondo hip-hop, come Michael Kiwanuka e il giovane prodigio Dylan Cartlidge.
Sebbene il livello qualitativo sia costante nel corso di tutti i 38 minuti di durata, i picchi e i lampi di genio si manifestano principalmente nella prima metà: in particolare troviamo notevole la tripletta rappresentata da “Because”, gigantesca posse track in cui Black Thought, Joey Bada$$ e Russ si alternano su un beat che sembra provenire dall’universo dei Gorillaz, “Belize”, contenente una strofa postuma di MF DOOM su un sample estremamente malinconico e nostalgico, e “Aquamarine”, in cui la chitarra e un ritornello in salsa soul di Kiwanuka si alternano ai versi della voce dei Roots.
Si nota come i brani più esplosivi siano quelli in cui gli ospiti svolgono un ruolo di rilievo, a testimonianza di come Black Thought sia un ottimo rapper, ma anche di come il confronto con mostri sacri come DOOM e Raekwon risulti ancora piuttosto impietoso.
Danger Mouse con la sua produzione eclettica e sempre efficace riesce a far passare in sordina i limiti del suo collaboratore, ma anzi a valorizzarne il talento nella scrittura e nell’approccio al beat.
“Cheat Codes” è un lavoro ambizioso, ma che non si prefigge di inventare né innovare gli stilemi tipici del genere, e forse proprio il basso livello di pretenziosità lo rende estremamente godibile anche a un pubblico più ampio rispetto a quello usuale del rap.
Si tratta di un “producer album” raro nel panorama odierno, estremamente attuale nelle sonorità e nella produzione ricercata e patinata, ma reminiscente di alcuni lavori del passato.
Un paragone diretto e quasi immediato è quello col Kanye West degli albori di “College Dropout” e “Late Registration”, o “Be” di Common, dove West funge da deus ex machina dietro le macchine: si tratta di casi sempre più rari negli anni recenti in cui il rap “old school” é riuscito a prendere il sopravvento all’interno di un panorama major dominato da kolossal (come quelli dello stesso West dal 2010 in poi, o quelli del pupillo Travis Scott), in cui il budget allocato non sempre equivale ad altrettanta qualità e alle volte finisce per togliere autenticità al risultato finale.
In conclusione, “Cheat Codes” è un disco estremamente godibile, che strizza l’occhio al passato ma lo contestualizza con successo nel 2022: raramente abbiamo visto album così funzionanti nel panorama major (o meglio, bisogna tornare indietro di quasi vent’anni).
Lunga vita al rap!






