Quanta bellezza nel nuovo disco dei Breathless. Una placida serenità che sconfina nella tristezza.
Scrivere del gruppo londinese non è facile: il rischio è quello di annoiare chi legge, dilungandosi in sensazioni private o avventurandosi in un lirismo che vorrebbe ricreare la medesima poesia di una musica evocativa come poche, che ha saputo coniugare wave e psichedelia, anticipando – già nei primi anni ottanta – l’estasi piena dello shoegaze.
Per evitare questo rischio, é forse meglio attenersi ai fatti che riguardano questo ennesimo splendido episodio della loro saga.
Va detto innanzitutto che la band di Dominic Appleton, Ari Neufeld e Gary Mundi non incideva nulla dal 2012, anno di uscita di “Green To Blue”, manufatto capace di lasciare quel particolare tipo di cicatrice su cui é bello tornare con voluttà. E ciò nonostante in alcuni episodi il lavoro scontasse una certa ruvidezza: alcuni brani, ancora allo stadio di demo, erano stati dati alle stampe più per l’ammirata insistenza di Ivo Watts-Russell, patron della 4AD, nonché grande estimatore del gruppo, che per reale convinzione.
Ma al di là del giudizio su un lavoro comunque splendido, “Green To Blue” fissava due tasselli che oggi risultano rilevanti: da un lato si registrava il ritorno di Tristram Latimer Sayer, batterista dei primi tre leggendari dischi della band editi negli anni ottanta; dall’altro il missaggio di alcuni pezzi era stato affidato al musicista newyorkese, nonché noto produttore, Kramer, responsabile – limitandosi solo agli spiriti affini – delle produzioni di band quali Low e Galaxie 500 (e, “seguendo la diaspora”, anche di Luna e Damon & Naomi).
Nel nuovo disco, intitolato “See Those Colours Fly”, sia Tristram Latimer Sayer che Kramer risultano presenti: il primo – paradossalmente – come assenza, il secondo come protagonista al banco del mixaggio.
A seguito di un incidente stradale che aveva ridotto Tristram in uno stato di coma (da cui si è poi fortunatamente ripreso), la band si é ritrovata a dover fare a meno del tambureggiante contributo dell’appena ritrovato batterista storico. A farsi carico dell’aspetto ritmico della musica ha provveduto la bassista Ari Neufeld, che – tra drums machine, programmazioni e kit di batteria suonate evocando il fantasma di Maureen Tucker – ha contribuito a generare un suono che, seppure immediatamente riconoscibile, presenta rispetto al sound classico della band leggere variazioni che ne rendono ancora più interessante l’ascolto.
L’assenza del batterista non ha affatto intaccato il feeling e l’alchimia del gruppo che, fin dalle prime note del disco, si produce in una performance coesa e vibrante, consegnando alla produzione di Kramer un suono da enfatizzare, lavorando sui reverberi e sulle sognanti rifrazioni sonore. Le chitarre di Mundi (uno dei chitarristi meno celebrati di tutta la new wave britannica) risultano perfette nel sorreggere il sound del gruppo e nel dare i brividi non appena gli si concede la ribalta; i giri di basso di Ari sono una goduria melodica che avvolge con spire perfettamente intrecciate a un lavorio ritmico che, meno tambureggiante e presente rispetto ai lavori wave in cui Tristram Latimer Sayer dava il suo contributo, si fa notare per la capacità di sparire tra le pieghe del suono (incantesimo che solo a una musicista come Ari Neufeld, da sempre l’anima più sotterranea della band, poteva riuscire).
E poi ci sarebbe Dominic… con le sue tastiere che fanno lievitare verso le stelle i brani e una voce che, d’accordo con Ivo Watts-Russell, riteniamo tra le più belle di quella generazione lì, capace di condurre e sorreggere canzoni che vantano una scrittura eccellente, spaziando tra il sublime (almeno quattro episodi) e il notevole e che sono state disposte – altra scelta poco appariscente, ma assolutamente vincente – in una sequenza perfetta.
La scaletta del disco appare infatti davvero impeccabile con l’incipit perfetto di “Looking For The Words”, che sembra scritta apposta per guarire certi cuori ormai invecchiati (Sto cercando le parole per lenire e curarti/ Scalda quel debole cuore e poi abbassa la guardia/ (…) Sto cercando le parole per armarti e rafforzarti) e preservarli da un mondo che vuole solo spezzarti, puntando sulle tue paure.
Segue la sospensione di “The Party’s Not Over”, che tra arpeggi di chitarra annegati in sintetizzatori aeriformi e batterie programmate mostra un Dominic che, generoso, offre tutto l’aiuto che la sua musica può dare (The party’s not over/ That’s really up to you/if you need my help some time/ To ease you down/ I’ll be here for you).
Poi la scaletta piazza l’uno-due rappresentato da “My Heart and I” e “We should go driving”: due brani che riescono ad essere accessibili e immediati senza rinunciare a un grammo del loro misterioso fascino… con il primo a riflettere sul tempo che passa (“It’s just my heart and I/ Are beginning to unravel/ It really has been years now/since I saw those colors fly/What’s the reason?/ Where’s the meaning in all of that?/ (…) “See how the time flies/ see how the years grow/ Turning into you. I know I’m not broken/ I’m clearly just stuck here/ turning back to you”) e il secondo che si occupa di bilanci esistenziali e di una ricerca della felicità che ci scopre sovente fragili e indifesi.
Due brani intensi che, assieme al seguente “Let Me Down Gently” (in cui a salire in cattedra è la pasta sonora di una voce intrisa di poesia che non ha bisogno di altro virtuosismo che quello di cantare con il cuore in mano), preparano il terreno per il cuore di tenebra del disco, ovvero quella “The City Never Sleeps” che è stasi ambient e fermo immagine pulsante di pace notturna.
Dopo tanta raccolta oscurità pare dunque normale e doveroso ribilanciare il rapporto luce/ombra con l’arpeggio solare di “Somewhere Out Of Reach” tra le cui geometrie sembra rifrangersi la prima luce del giorno.
Il disco a quel punto ripiega su sé stesso per giungere alla conclusione con il tour de force chitarristico con cui Gary Mundi conduce la splendida “Solar From Love”, tra delicatezze alla R.E.M. e una pienezza elettrica che sembra scagliarsi contro chi ti soffoca fingendo amore (You know, don’t you/ How He Lied and Lied To You/ That’s All He ever Did To Protect You/ That’s All He Ever Did To comfort You/ Well, That’s Not Love/ It seems So far from Love).
Il finale di “I Watch You Sleep” dimostra quanto Dominic abbia fatto tesoro dell’esperienza con Matteo Uggeri nel bellissimo disco d’esordio dell’anno scorso degli Starlight Assembly, influenza ravvisabile nella reiterazione – ritmica e melodica – della parola, sorretta – in crescendo – dal pieno strumentale di Gary ed Ari. Semplicemente magnifico. Un finale intensissimo per un disco che alla sua conclusione lascia emotivamente spossati e soddisfatti.
A questo punto, non resta che lasciarlo decantare, sapendo che, come gli altri lavori dei Breathless, anche “See Those Colours Fly” andrà a prendersi il proprio posto tra gli ascolti necessari, fuori dal tempo, gli umori, le mode e le classifiche di fine anno.






