mountain goats bleed out

The Mountain Goats – Bleed Out e l’arte di scrivere la stessa canzone

Gli artisti prolifici sono “bestie strane” difficili da afferrare. Potremmo forse provare a dividerli in due grandi filoni: da un lato gli “eclettici”, che nel corso della propria carriera mutano pelle ogni volta (o quasi), cercando di esplorare l’intero scibile musicale e dall’altro i “fedeli alla linea”, che sfornano in continuazione dischi, scrivendo più o meno sempre la stessa canzone. A questa seconda categoria appartiene John Darnielle, deus ex machina dei Mountain Goats, sigla esistente dal 1991 e posizionata giusto al confine tra ditta individuale e band.

Messa così, potrebbe sembrare un modo tranchant per liquidare trent’anni di carriera e denigrare la statura artistica di Darnielle. Ma, prima di ricevere una citazione dai suoi avvocati, voglio precisare che, al contrario, vuole essere un modo per esaltare proprio la capacità di scrittura del cantautore americano. Già, perché pubblicare all’incirca una trentina d’album contenenti “la stessa canzone” senza mai steccare e oscillando sempre tra il buono e l’ottimo non è affatto cosa per molti. Ciò in quanto, nel caso di John Darnielle, “scrivere la stessa canzone” non rappresenta affatto un indice di povertà creativa, quanto il raggiungimento di un paradigma musicale capace di condensare coerenza artistica con la forza espressiva di chi, conscio dei propri limiti, decide di farne il proprio punto di forza.

Darnielle ad esempio non ha una voce né bella, né particolarmente eclettica, ma ciononostante il suo modo di cantare é diventato uno dei marchi di fabbrica dei Mountain Goats, finendo per esaltare la tonalità acidula del cantante e quella maniera inconfondibile di scandire e porgere i propri versi che riesce solo a certi grandi della canzone (come quel tizio che si è rifiutato di ritirare il premio Nobel ad esempio…).

Certo non è sufficiente, perché si può essere bravi quanto si vuole, ma quando il raggio espressivo e musicale della propria scrittura è limitato é necessario adottare altre strategie e possedere altre abilità affinché “la stessa canzone” diventi “diversa” e non l’eterna copia di se stessa. E la qualità che più di tutti eleva dalla monotonia i Mountain Goats è la scrittura dei testi. Darnielle è uno scrittore con la S maiuscola: un pirotecnico e arguto cantore della provincia americana (naturalmente con un occhio di riguardo per i perdenti), capace di scandagliare l’intero spettro delle emozioni umane e di far trascendere l’esperienza individuale a dimensione universale. La sua specialità sono i fulminanti bozzetti a guisa di mini racconti, capaci di fotografare in pochi versi quello che normalmente richiederebbe parecchie pagine e parole. Prendete ad esempio questi versi che condensano con lucido sarcasmo l’essenza del r’nr e dei sogni giovanili infranti.

The Best Ever Death Metal Band in Denton

The Best Ever Death Metal Band out of Denton
was a couple of guys who’d been friends since grade school
One’s was named Syrus, the other was Jeff,
and they practiced twice a week in Jeff’s bedroom

The Best Ever Death Metal Band out of Denton
never settled on a name
But the top three contenders after weeks of debate
were Satan’s Fingers, and The Killers, and the Hospital Bombs

Jeff and Syrus believed in their hearts
they were headed for stage lights and lear jets and fortune and fame
So in script, they made prominent use of a pentagram,
they stencilled their drumheads and guitars with their names

And this was how Syrus got sent to the school
where they told him he’d never be famous
And this was why Jeff, in the letters he’d write to his friend,
helped develop a plan to get even

When you punish a person for dreaming his dream,
don’t expect him to thank you or forgive you
The Best Ever Death Metal Band out of Denton
will in time both outpace and outlive you

Hail Satan, Hail Satan tonight
Hail Satan, Hail Hail

Non è forse proprio quello che fanno i grandi autori? Per questa ragione non pare esagerato definire il canzoniere della band come un vero e proprio corpus letterario dell’America contemporanea. Non deve dunque stupire chenel corso degli anni Darnielle sia diventato anche un apprezzato scrittore, avviando praticamente una carriera quasi parallela.

Il processo narrativo del cantautore americano si sviluppa progressivamente: dapprima con l’inserimento di personaggi ricorrenti poi con raccolte di canzoni vagamente collegate fino ad arrivare a dei veri e propri song cycle. E questo a partire già dalla prima parte della sua carriera in cui in diversi album troviamo due personaggi ricorrenti protagonisti di un rapporto di coppia disfunzionale per proseguire con dischi come “All hail west Texas” (uno dei suoi lavori migliori) in cui direttamente in copertina le canzoni contenute sono descritte come “quattordici canzoni a proposito di sette persone, due case, una motocicletta e un centro di trattamento chiuso per ragazzi adolescenti.” Insomma per continuare con il paragone letterario si passa da pubblicazioni sulle riviste alla prima raccolta di racconti.

La maturazione di questo processo, che porta ad album concepiti come flussi narrativi di storie di varia umanità, giunge infine nella seconda parte di carriera. La discografia di Darnielle infatti presenta una netta cesura: se i primi anni sono all’insegna di un’autarchia sonora e produttiva che si esplicita in un suono grezzo e lo-fi caratterizzato da una veste sonora scarna, a base di chitarra e voce e poco più, la svolta avviene nei primi anni 2000 con il passaggio a un’etichetta di peso come la 4AD. Una transizione, che spesso rappresenta un momento delicatissimo nella carriera di una band, sospeso tra il consolidamento artistico e commerciale e la perdita delle proprie radici, sembra arrivare per Darnielle nel momento giusto. Ne siano prova i primi tre album pubblicati che, non solo rappresentano probabilmente il vertice artistico del gruppo, ma costituiscono per molti aspetti l’archetipo da seguire nel resto della carriera sia dal punto di vista testuale e dell’unità tematica che da quello musicale.

Il debutto per la 4AD, Tallahassee”, richiama sulla scena i due personaggi di finzione citati in precedenza, impegnati in un rapporto matrimoniale sempre sul filo della separazione. Nei due album successivi invece, i Mountain Goats si inoltrano in territori parzialmente autobiografici tra realtà e finzione. “We shall be healed” si focalizza sull’adolescenza dell’autore, dando spazio a storie di amicizia e di dipendenza dalle metanfetamine che hanno per protagonisti personaggi per lo più realmente conosciuti da John, il quale precisa che “la maggior parte di loro probabilmente è già morta o in prigione.” The Sunset Tree”, invece, è incentrato sul rapporto tra il giovane Darnielle e il padre alcolizzato e violento e si presenta (chiudendo così il cerchio del paragone letterario) come il classico romanzo di formazione nel cuore della provincia americana.

the mountain goats - no children

Troviamo poi, tra gli altri, album ispirati alla Bibbia (The Life of the world to come), dischi sul wrestling come metafora della morte e di difficoltà interiori (Beat the champ), un ciclo di canzoni ispirate dagli ascolti di musica dark del giovane Darnielle (Goths) e un “concept album parziale” (testuali parole) che prende spunto da Dungeons & Dragons (In League with dragons”)…

Anche dal punto di vista musicale nel passaggio alla 4AD i Mountain Goats dimostrano una raggiunta solidità artistica: la transizione dalla dimensione ultra indipendente a quella di una grande etichetta, nonostante i maggiori legacci e i rischi di possibili compromessi, si compie senza contraccolpi, portando alla definitiva maturazione artistica. Darnielle riesce a utilizzare a proprio vantaggio i maggiori mezzi messi a disposizione dalla label come strumento per conferire varietà alla “stessa canzone” senza smarrire la propria identità o sbiadire la propria espressività.

In “Tallahassee” troviamo per la prima volta un accompagnamento full band e We shall be healedsi avvale del prezioso (e quasi lussureggiante per gli standard del gruppo) lavoro in cabina di regia di John Vanderslice. Produttore che ritroviamo anche in quello che, a parere di chi scrive, è il capolavoro di Darnielle, “The Sunset Tree”, nel quale gli arrangiamenti e, in particolare il sapiente utilizzo di archi e tastiere, risultano perfettamente funzionali per dipingere l’atmosfera sospesa tra il dramma e la rabbia del giovane John.

The Mountain Goats - Up the Wolves (Lyrics)

Negli anni ‘10 poi, in coincidenza con il passaggio dalla 4AD alla Merge, i Mountain Goats assumono una forma stabile attorno a un nucleo formato dal batterista Jon Wurster (membro anche del solidissimo trio di Bob Mould), dal bassista Peter Hughes e successivamente dal polistrumentista Matt Douglas e il suono assume un sapore più indie rock. Questo non impedisce certo ai dischi di suonare in maniera diversa anzi, anche grazie al contributo di produttori come Scott Solter, John Congleton, Brandon Eggleston e Owen Pallett, la differenza stilistica si accentua: si va dal suono più chitarristico di “Transcendental Youth” a quello pianistico e jazzato di “Goths”, da quello riflessivo e atmosferico di “In league of Dragons” a un suono caldo, asciutto, ma ricco di profondità acustica, del recente Dark is Here”, uno dei suoi album migliori e più maturi. Senza dimenticare l’incursione in solitaria nel suono lo fi dei tempi andati con “Songs for Pierre Chuvin”, disco estemporaneo e ispirato dall’isolamento forzato da pandemia (chi meglio di Darnielle poteva uscirsene con un instant album da lockdown?).

The Mountain Goats - Mobile (Lyrics)

Va poi sottolineata anche la notevole crescita del John Darnielle cantante col passare del tempo; non è forse un caso che la minor dipendenza dal classico schema chitarra acustica-voce e il supporto di un gruppo di lavoro consolidato, abbia aiutato il nativo dell’Indiana a concentrarsi maggiormente sull’interpretazione e trovare nuance inedite nella propria voce.

Arriviamo così a “Bleed Out”, disco prodotto dalla leader dei Bully, Alicia Bognanno.
Si tratta di un ennesimo disco a tema. L’idea di base, che lasciamo descrivere proprio a Darnielle, è ancora una volta curiosa e originale: “Mi è venuta l’idea di scrivere un gruppo di canzoni che fossero mini-film d’azione uptempo. Trame, personaggi, rapine, ostaggi, ragazzate discutibili, auto in fuga, tutta quella roba lì. Il pedale del gas era incollato al pavimento, Alla fine, come si può intuire, volevo almeno una canzone in cui il ritmo si rilassasse un po’, e questa è la title track, ma per il resto allacciate le cinture.”

Insomma l’artista americano promette un album ad elevata energia cinetica e “Training Montage” sembra subito mantenere la parola: il brano, dopo una classica introduzione a base di chitarra ritmata, esplode in un ritornello robusto dove la band accompagna in maniera possente i propositi di vendetta urlati a pieni polmoni dal protagonista. La successiva “Mark on You”, classica melodia alla Mountain Goats con tanto di bridge fulminante, ha un passo più lento ma non rinuncia a un arrangiamento ad alto tasso di elettricità.

Sarà forse il batterista in comune ma quando parte il singolo “Wage Wars Get Rich Die Handsome” (titolo fulminante!) la sensazione è che per errore sia stato piazzato un brano di Bob Mould… Provvede la voce di Darnielle a riportare tutto a casa, declinando dei Mountain Goats in una eccezionale variante power-pop-punk che sicuramente renderà fiero del proprio compagno di band l’ex Husker Du.

E come dimenticare la drammatica cavalcata di “Need More Bandages”?

the Mountain Goats - Wage Wars Get Rich Die Handsome

Insomma il concetto di fondo è chiaro: i cortometraggi sonori vanno accompagnati da una versione solida ed energica, come forse la band non è mai stata, dei Mountain Goats.

Ma Darnielle, nonostante la dichiarazione d’intenti, sa benissimo che anche i film d’azione non possono contenere solo inseguimenti e sparatorie, ma che l’equilibrio tra quiete e tempesta fa quasi sempre la differenza. Un perfetto esempio di questa dinamica è la lunga “Hostages”, che parte lenta per terminare con un epico crescendo chitarristico, che porta a una sequenza di brani in cui si alza un po’ il piede dall’acceleratore (particolarmente interessanti “Extraction Point”, “Guys On every corner”, dove il sax conferisce un sapore noir ai pezzi, e “Bones don’t rust” dove invece fa capolino una fisarmonica).

Non mancano anche il jingle jangle di “Incandescent ruins” e il vivace country folk un po’ alla Violent Femmes di “First Blood”.

Viaggia invece a velocità di crociera media il caterpillar in 4/4 di “Make you Suffer”, con un ritornello grondante di desiderio di vendetta talmente inesorabile che fa quasi provare pietà per il destinatario dell’invettiva.

Insomma che vada piano, veloce o a tutto gas i Mountain Goats si dimostrano perfettamente padroni della strada e, tra sgommate e testacoda controllate, giungiamo al termine della scaletta, dove possiamo tirare un po’ il fiato.

Come anticipato dall’autore infatti, il disco si chiude con i quieti sette minuti della ballata che dà il titolo all’album. Se il mood è rilassato come quello del finale di un film, la mini storia narrata non lo è affatto: già dalla prima strofa e nel ritornello, Darnielle con pochi efficacissimi versi descrive un classico anti eroe maledetto da film d’azione. Eccolo lì il nostro uomo, stanco e malconcio dopo gli inseguimenti alla “Braccio violento della legge”, scorribande e sanguinose rese dei conti. Anche questa volta aveva giurato che avrebbe chiuso con quelle storie ma nel finale lo vediamo allontanarsi claudicante verso l’orizzonte incontro al suo inevitabile destino.

Ogni volta che mi buttano giù
mi rialzo in piedi
Ogni volta che mi becco una pallottola,
loro trovano un medico
Per ricucirmi alla perfezione
Basta fare i conti per capire
Prima o poi tutti devono morire

Sanguinare
Mi dissanguerò
Mi dissanguerò
Mi dissanguerò
Non ci sarà nessuno ad aspettarmi per portarmi in salvo
Lascerò che la lunga notte mi porti via

Sanguinare
Mi dissanguerò

In precedenza abbiamo parlato di Darnielle come un musicista ad alto tasso letterario; in questo disco ce lo dimostra ulteriormente con 12 mini sceneggiature messe poi in scena musicalmente in modo magistrale, con l’ormai sempre più rodata band e l’ausilio della produzione misurata ed efficace di Bognanno.

Insomma il nativo dell’Indiana continua imperterrito a scrivere la “stessa canzone” che piano piano in trent’anni ha scavato un solco indelebile nella storia della canzone americana, anche se probabilmente non se ne sono accorti in molti. Ma non importa il nostro eroe continuerà con la chitarra a tracolla e un pugno di amici ad andare in giro per il mondo a cantare le sue storie di santi e, soprattutto, peccatori.
E quando gli chiederanno: “Ehi perchè non ce ne canti un’altra?” lui risponderà: “Una sola, amico? Ne ho a centinaia!”



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