Abbiamo parlato più volte dei black midi, ragazzi prodigio londinesi usciti dalla celebre BRIT School, fin dai tempi dell’ottimo esordio “Schlagenheim” (2019), passando per il “sophomore album” Cavalcade (2021), fino al discutibile live dello scorso Maggio a Milano.

Torniamo sull’argomento alla luce della freschissima pubblicazione di Hellfire, sempre sotto l’egida di Rough Trade. Descritto dalla band stessa come un “folle film d’azione” e prodotto interamente dall’italianissima Marta Salogni, il disco continua la saga iniziata col precedente “Cavalcade”, mostrando come l’abbandono del chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin, silurato con un breve comunicato stampa, sia stato ormai ampiamente metabolizzato. Il trio prosegue infatti il suo viaggio spericolato nella sperimentazione, che assume spesso l’aspetto di uno slalom tra i vari generi musicali… e non è infatti un caso che tale ricerca si estrinsechi anche nei diversi “flexi disc”, contenenti cover degli artisti più disparati (dai King Crimson ai Talking Heads, passando per Taylor Swift, Prince, Captain Beefheart e Frank Ocean) che la band ha deciso di distribuire assieme alla versione fisica del disco.

Il ritorno dei black midi, Hellfire è stato annunciato a maggio ed è stato preceduto da ben tre singoli: “Welcome to Hell”, “Sugar/Tzu” e “Eat Men Eat”. Nel corso del recente tour europeo poi la band ha presentato in anteprima “live” e con una scelta non proprio allineata ai canoni di certo show business la maggior parte dei brani presenti nella tracklist del nuovo album Si tratta di un disco denso, ma che evita ogni lungaggine, affidando a poco più di 35 minuti la girandola di colpi di scena che la band ha imbastito a questo giro. A partire dalla una title track, in cui il frontman Geordie Greep si cimenta in un rappato sbilenco su una base di pianoforte dissonante, che introduce il primo dei narratori presenti nel disco (ce ne sarà uno per ogni brano a raccontare in prima persona la propria storia…): si tratta di un non meglio specificato individuo egomaniaco, totalmente in balia di se stesso, della noia e delle droghe.

La narrazione prosegue con “Sugar/Tzu”, forse il fiore all’occhiello del disco, un brano quasi crooneristico in cui la band sfoggia tutto il proprio potenziale a livello di sound e dinamiche: la combinazione tra il baritono di Greep, gli intermezzi sonori tecnicamente perfetti, la batteria di Morgan Simpson, le cacofonie sfruttate alla perfezione e l’esasperazione quasi sarcastica di queste qualità dà origine in maniera quasi paradossale a un sound che risulta perfettamente funzionante anche in un contesto pop, aiutato in questo anchedalla capacità dei ragazzi di non prendersi troppo sul serio.

black midi - Sugar/Tzu

Si può infatti cogliere una propensione all’ironia di ispirazione quasi zappiana che, se da un lato, rispetto al maestro, non ambisce a farsi veicolo di critiche politiche e sociali, dall’altro risulta perfettamente funzionale alla propria narrazione e alla creazione di un contesto perfetto per accogliere l’eclettismo della musica.

In “Sugar/Tzu”, che tratta un improbabile incontro di wrestling ambientato nel 2163, il protagonista uccide uno dei due combattenti in cambio di un momento di gloria sui tabloid, prima di venire incarcerato.

Nel folle flamenco di “Eat Men Eat”, cantato interamente dal bassista Cameron Picton, si tratta invece di una miniera di carbone gestita da un capitano schiavista, che soggioga i propri operai con droghe e vessazioni.

black midi - Eat Men Eat

I brani “Welcome To Hell” (primo singolo estratto) e la crimsoniana “The Race Is About to Begin” parlano dell’ex soldato Tristan Bongo, alle prese con un disturbo post-traumatico e con una ludopatia massacrante, che lo porta lentamente ad alienarsi rispetto alla propria famiglia e alla società.

black midi - Welcome To Hell

In definitiva, in “Hellfire” i Black Midi fanno quello che gli riesce meglio: combinare i generi più disparati con creatività, sfoggiare la destrezza tecnica e ironizzare su se stessi e sui folli scenari distopici dipinti nei testi. La formula magica è collaudata e perfettamente funzionante e, anche se magari dal vivo serve ancora qualche prova generale per renderla al meglio, l’esperienza di ascolto è più che esaltante.

I brani successivi non aggiungono particolare valore al complesso, ma piuttosto forniscono altri punti di vista (come se servissero) sul grande talento della band.

Particolarmente apprezzabile la scelta di puntare sull’incendiarietà dei brani e sulla brevità piuttosto che sulle lungaggini: per un disco intitolato “Hellfire” la scelta è decisamente azzeccata, e non vediamo l’ora di vedere la prossima invenzione musicale-cinematografica di questi ragazzi.