Song for Dan Treacy

Parlando di Dan Treacy, leader indiscusso e deus ex machina dei Television Personalities, si rischiano di dire un sacco di cose scontate se non vere e proprie banalità. Il rischio è quello di ridurre il racconto di una delle esperienze più intense del pop britannico alla solita retorica del grande irregolare votato alla sconfitta, finendo per non rendere giustizia al valore della sua musica. Sì, è vero, poteva essere il Kurt Cobain britannico, ma ha finito più per essere un Greg Sage: davanti a tutto e tutti, ha preannunciato vent’anni di indie rock britannico, fornendo peraltro la pietra angolare e la vibrazione su cui Alan McGee ha edificato la cattedrale Creation. Insomma, parliamo dell’unico uomo che sapeva dove vivesse Syd Barrett e forse l’unico che, se lo avesse incontrato, ne avrebbe parlato il medesimo linguaggio.

Ma vedete come è facile scadere nella retorica?

Television Personalities - I Know Where Syd Barrett Lives

In rete si trovano con facilità notizie in merito ai problemi di alcol, droga e instabilità mentale di cui ha sofferto negli anni Daniel Treacy, così come del suo arresto per furto, dell’intervento al cervello e in generale di un’indigenza economica cui riesce ancora a far fronte solo grazie alla generosità dei pochi amici. Dal punto di vista artistico poi le cose non vanno meglio: uscite discografiche sempre più sporadiche e spettacoli dal vivo conclusi tra le risate del pubblico. Ma più che della caduta, vorremmo parlare della capacità dell’uomo di volare alto grazie alla propria arte. La stessa che gli ha consentito di mettere in musica parole bellissime, declinate in maniera così scoperta ed epidermica che forse solo un Nick Drake dotato dell’infantile ingenuità di Syd Barrett avrebbe potuto eguagliare.

La musica dei Television Personalities ci ha regalato personaggi più o meno surreali (Pauline Lewis, Geoffrey Ingram, David Hockney, Bridget Riley tra gli altri…), sketch di purissimo humour britannico e squarci di vita inglese colti in diretta e dal basso (la celebre “Part-Time Punks” non è forse una “Dedicated Follower of Fashion” per gli eighties?) e spesso la poetica di Dan Treacy è stata “ridotta” a una, pur squisita, bozzettistica stralunata che, a nostro avviso, però non rende giustizia alla quantità di registri e tematiche che il nostro ha toccato negli anni, dimostrando di possedere uno sguardo lucido, capace di restituire ritratti resi ancora più vividi dalla lente del proprio disagio mentale. Nello sguardo che Dan rivolgeva al mondo si scorgeva da un lato la rabbia generata dalle sue storture e dall’altro una voglia di lottare che ineluttabilmente sembrava poi spegnersi per difetto di forza e mancanza di energia.

Tindersticks - You'll Have To Scream Louder (Television Personalities cover) [with lyrics]

In You’ll Have To Scream Louder, classico della band (riproposto recentemente anche dai Tindersticks in una versione dall’andamento funky e sornione), Dan riserva al mondo parole piene di rabbia e livore (And I feel so frightened/ And I feel so violent), con un cantato che si pone contemporaneamente dentro e fuori un contesto sonoro in cui regna caos e confusione, disturbato da chitarre a metà strada tra la scarica elettrica e il rumore di una sega a motore che stenta ad avviarsi. Si tratta di un’invettiva, che parte dalla presa di coscienza di una comune sofferenza (Yes I know you’re unhappy/ Yes I know you’ve been crying/ Can’t you see by my eyes/ That I’ve been crying too) e dalla voglia, sterile e fin dal principio consapevole della sua velleitarietà, di urlare e ribellarsi (But you’ll have to scream louder/ Because no one is listening/ You can scream, you can shout/ Don’t expect to be heard). Eppure il verso più significativo del testo sembra essere quel “I feel so ashamed” rivolto indistintamente al potere che ci governa (I’ve got no respect for People in power/ They make their decisions/From their ivory towers), così come agli individui che non riescono a provare alcun senso di empatia (Can’t you see that I’m crying?/ Do you think I’m pretending?/ Can’t you see by my eyes/ These tears are real) e che per questo dovrebbero essere puniti (If your conscience don’t catch you/ Then something else will).

Secondo Dan, sembra essere proprio la mancanza di empatia il peccato più grave… Forse perché sarebbe l’unica cosa che potrebbe salvarci, come risulta evidente nella bellissima “A Sense of Belonging”, ballata dall’andamento sbilenco in cui, tra i rintocchi di un pianoforte scordato e l’incedere di una chitarrina acustica, il nostro canta come uno Shane McGowan consumato più che da alcool e poesia, da disagio mentale e tristezza sociale. La voce traballa e sembra tenere a stento, la band lo segue, accelerando e decelerando ogni volta che il pezzo lo richiede… E se Dan riesce a tenere tutto assieme è solo perché ha qualcosa di importante da dire: come se, dalla torre d’avorio cui la propria condizione mentale lo ha relegato, riuscisse ad avere una visione più nitida (e per questo più desolante?) del mondo, in un circolo vizioso di depressione che solo la bellezza della musica riesce a sublimare:

Una volte c’era fiducia ma adesso solo paura
Una volta c’erano risate, ma ora solo lacrime
Una volta c’erano ragioni per essere ottimisti
Ma ora stiamo tutti affogando in un mare di cinismo
Ma io spero e prego nella mia maniera ingenua
Che un giorno potremo trovare una specie di comprensione

La sua “maniera ingenua” è semplice, quanto disarmante: condividere e donare, perché solo così è possibile trovare un senso di appartenenza (Try a little more sharing/ Try a little more giving/Might find a sense of belonging).

A Sense Of Belonging

Il mondo che Treacy raccontava negli anni ottanta non è poi così dissimile da quello odierno (I think that you’re the one who’s naïve/ If you believe all the things you see on television/ It’s all propaganda and like a fool you accept it), così come le ansie apocalittiche che Dan coglieva nella paranoia da guerra fredda trovano cittadinanza anche in un presente come il nostro, in cui l’idea di futuro sembra coincidere con il racconto della nostra estinzione, giunga essa per mano di apocalissi climatiche, pandemiche o (nuovamente) da conflitto nucleare (And to you it’s just another soap opera drama, it can’t happen here/ Have a nice cup of tea and we’ll all stay calm/ And we’ll come to no harm in our nice warm underground shelters/ There’ll be Helter Skelter).

Il tentativo di recuperare un’empatia basata sulla condivisione e il senso di appartenenza finisce per scontrarsi con un’infelicità che sembra essere innanzitutto privata e drammaticamente personale. In “Happy All Of The Time”, Dan sembra scrivere l’unico inno possibile per tutti coloro che lottano con la depressione e non vorrebbero altro che essere felici… almeno nella propria testa. Si potrebbe parlare dell’arpeggio di chitarra che ritorna costante per tutto il brano, slabbrato dal phaser, o della tastiera che disegna un motivetto che nessuno dimenticherà più una volta ascoltato, ma a rendere davvero indimenticabile il brano provvede l’incedere di un cantato che disegna immagini che si affastellano le une sulle altre: il clown che suscita le risate di un pubblico ignaro delle sue lacrime, il bambino che reclama l’attenzione della madre mentre si arrampica su un albero e raggiunge altezze di felicità inavvicinabili in qualunque altra stagione della vita, l’età adulta che porta in dote il sospetto che qualunque principio ordinatore sia in verità fallace e ingannevole. E ancora, l’inesausta e ingenua tensione verso una felicità che nel ritornello viene agognata e vagheggiata con un senso di perdita che non può che commuovere (And I wish that I was happy all of the time in my mind/ If I was happy all of the time in my mind/ Happy all of the time).

Raramente la fragilità della depressione è stata messa in musica in maniera così delicata, con un equilibrio simile a quello che per anni e in maniera traballante Dan ha cercato di mantenere per evitare che il male che si portava dentro prevalesse.

Daniel Treacy lo ha messo in musica per noi.

Per coglierlo basta coltivare un po’ di empatia e scoprirsi a provare a “sense of belonging”.

Television Personalities - Happy all the time