Chi l’avrebbe detto che uno dei filoni più cool della scena british sarebbe stato quello dello spoken word? Dagli Sleaford Mods a Kae Tempest fino ad arrivare ai più recenti Yard Act e Dry Cleaning, sembra infatti una delle tendenze più gettonate del momento.
E quando proprio una di queste band, i Dry Cleaning, ha annunciato la propria data a Milano è salita immediatamente la voglia di capire come la loro musica avrebbe retto al passaggio dal disco al palcoscenico.

Il quartetto inglese era infatti reduce dalla pubblicazione nel 2021 del proprio album di esordio, “New Long Leg” (4AD), che – dopo un paio di EP – li aveva di fatti entrare di diritto tra le punte della nuova ondata di band post punk britanniche.
Dal punto di vista strumentale la loro formula è piuttosto semplice ed essenziale: il classico triangolo chitarra-basso-batteria caratterizzato da un drumming roccioso, un basso incisivo, pieno e rotondo e una chitarra capace di assolvere non solo al proprio ruolo melodico e armonico, ma anche di arricchire il tappeto ritmico con un sapiente utilizzo di effetti. Una delle armi vincenti di “New Long Leg” è il suo suono pieno e rotondo, diverso da quello secco e spigoloso tipico delle band post-punk. Una delle maggiori curiosità del concerto era quindi quella di capire quanto la band sarebbe stata capace di reggere la dimensione live senza il supporto della produzione di un gigante come John Parish.
Ebbene sotto questo aspetto, il giudizio è assolutamente soddisfacente; dal punto di vista strumentale, la versione live dei Dry Cleaning si è rivelata pienamente all’altezza di quella ascoltata su album. L’abilità di Parish in questo caso è stata dunque quella di mettere in evidenza proprio le caratteristiche sonore di cui abbiamo parlato (e che ad esempio non risultano bene a fuoco nei primi EP) semplicemente ottimizzando la ripresa del gruppo e arricchendone la formula con tocchi minimali.

Ma se la spina dorsale dei Dry Cleaning è costituita dal trio di strumentisti, senza dubbio l’elemento maggiormente distintivo della band è il parlato di Florence Shaw.
Uno spoken ben distante dalla logorrea suburbana di Jason Williamson o dalla poesia recitata a tempo di rap di Kae Tempest.
Intrisi di una ironica sardonica, Shaw snocciola i suoi versi con parsimonia, producendosi in in una cantilena monotona che, piuttosto che sommergere verbalmente gli ascoltatori, li seduce in maniera quasi ipnotica. Il suo tono quasi distaccato fa pensare più che ai suoi omologhi britannici a una versione inglese di Kim Gordon o Laurie Anderson.

Per questa ragione era particolarmente interessante vedere come il modo di recitare di Shaw si sarebbe tradotto in termini di presenza scenica e, soprattutto, come e quanto il suo modo più “sotto” che sopra le righe di porsi come frontman avrebbe retto alla prova del concerto.

Dal punto di vista della presenza scenica, la giovane frontman appare esattamente come ce la immaginavamo: una presenza fascinosa con i lunghi capelli a incorniciare il viso e lo sguardo obliquo e quasi mai rivolto verso il pubblico, totalmente immersa nel proprio ruolo e coerente con la maniera altera e ironicamente distaccata del suo declamare. Solo un paio di volte tra un pezzo e l’altro Shaw è sembrata uscire temporaneamente dalla parte, accorciando la (voluta) distanza con il pubblico e pronunciando qualche battuta col sorriso sulla bocca. Da sottolineare l’interazione efficace dello spoken con la componente strumentale, in particolare la sincronizzazione ritmica con i fraseggi della chitarra in alcuni frangenti.
Chiaramente questa interpretazione del ruolo di frontman finisce per essere decisamente più statica di quella classica del cantante rock: ciò crea un contrasto con la musica che da una parte è apparso originale e stimolante, dall’altro invece ha finito a lungo andare per subire la carica sempre crescente della musica del resto della band, complice anche il livello di volume insufficiente della voce nel missaggio.

Infatti la scaletta, che ha proposto soprattutto brani dall’album ma anche dei due EP, è risultata ben congegnata, mettendo in successione brani dall’impatto sempre crescente che dapprima ha permesso alla band di sedurre il pubblico con l’interazione tra la parte musicale e il recitato, per poi travolgerlo premendo maggiormente il piede sull’acceleratore.
Tra i brani più riusciti segnaliamo per la prima parte, la sinuosa “Leafy” e “Strong Feelings”, dove senza fare una piega Shaw ha sfoderato uno shaker e, per la più impetuosa seconda parte, il singolo “Tony Speaks!”, alimentato da un poderoso giro di basso distorto e impreziosito da un assolo rumorista dell’ottimo chitarrista, Tom Dowse, e la title track dell’album, ”New Long Leg”.

Insomma, un concerto piacevole che ha confermato la bontà del progetto anche nella dimensione live ma anche alcuni rischi come quello della possibile noia che può sopraggiungere con la formula del parlato; rischio scongiurato, però, anche grazie alla durata contenuta (un’ora tonda) del set.
Il format “spoken word” dei Dry Cleaning si presta decisamente bene a platee silenziose o piccole, e sarebbe curioso osservarne l’evoluzione o l’adattamento a seconda della location o del proprio pubblico.
Peraltro nelle poche occasioni nelle quali Shaw ha intonato qualche verso cantato ha mostrato una potenzialità canora che nel futuro potrebbe essere utilizzata per ampliare il proprio spettro musicale.

Tirando le somme comunque, l’esibizione può essere considerata sicuramente soddisfacente e, se la curiosità iniziale è stata appagata, sale ora invece quella di verificare l’evoluzione futura sia in studio che dal vivo della band, che sembra proprio destinata a durare nel tempo e ad assistere a un cospicuo aumento delle platee nel corso degli anni.