Uscito il 6 gennaio, Antidawn di Burial è stato il primo disco di peso del 2022. Ma anche il primo disco divisivo dell’anno, considerati i giudizi contrastanti che ha ricevuto. Gran parte dei commenti però concordavano su un punto: Burial ha finalmente pubblicato il tanto atteso terzo disco. Sì, perché, nonostante Antidawn venga presentato come un EP, la sensazione è che il lavoro non solo presenti la lunghezza di un album vero e proprio, ma ne possieda anche il tiro, la visione e la voglia di condurre un discorso sonoro lungo la durata di tutti i suoi episodi… che sono cinque, ma che si snodano quasi senza soluzione di continuità in un unico flusso di 43 minuti.
Burial continua a seguire un percorso preciso, rigoroso e solitario, dotato di una propria logica interna che sembra condurre verso una personalissima forma di musica ambient. Se è vero che in questi anni l’artista inglese ha pubblicato diversi brani dal tiro ritmico piuttosto sostenuto (basti citare l’EP del 2021, Chemz/Dolphinz, o sempre nello stesso anno la bordata politico-apocalittica di Dark Gethsemane)
l’impressione generale è però che il mood prevalente della sua musica stesse spingendo verso una rarefazione totale del proprio suono, che sembra poter rinunciare del tutto al groove disarticolato e spigoloso che lo aveva reso noto. Ciò saltava agli occhi in particolare nella raccolta del 2019, intitolata Tunes, che si presentava come una sorta di time lapse di tutte le pubblicazioni occorse tra il 2006 e il 2019 e mostrava come la musica di Burial, nonostante marcatori subito identificabili al primo fruscio e al primo campionamento vocale, in realtà si fosse sempre mossa in una condizione di continua evoluzione.
Il successo di Untrue, che ricordiamo essere uno dei dischi più celebrati e discussi degli ultimi venti anni, sembrava aver generato una sorta di blocco nel suo autore, impedendogli di pubblicare un terzo disco che si sarebbe inevitabilmente attirato così tante aspettative da rimanerne probabilmente schiacciato. La scelta di evitare il “difficile terzo disco” si è però rivelata felice, consentendo al musicista di Croydon, di liberarsi di ogni tensione e pubblicare tantissimo materiale, dalla qualità peraltro sempre elevatissima.
Con la pubblicazione di Antidawn, Burial sembra adesso aver finalmente, seppure sotto le mentite spoglie dell’EP, affrontato il moloch del terzo disco con un lavoro che prosegue, riassume e conclude una parabola che aveva avuto inizio con il suo primo singolo del 2005. Da quel primo vagito, si è affermato un suono che – stando alle dichiarazioni del suo stesso autore – voleva restituire la sensazione che coglie quando ci si allontana da un club e sulle scale si sentono ancora, attutiti e ovattati, i suoni della sala da ballo. Con Antidawn, proseguendo nella suggestione, il ragazzo è finalmente uscito dal club, trovando all’esterno una terra desolata, abitata da ricordi del passato e dai fruscii increspati della memoria. Un paesaggio descritto tramite una peculiare forma di ambient, quasi del tutto priva di beat, che sostituisce i bordoni di tastiera o i tappeti di droni con una serie di campioni affastellati in maniera disordinata, che sembrano non andare da nessuna parte e a cui non viene dato il tempo di esprimersi, venendo subito sostituiti dai capricci della memoria e dalla disordinata associazione mentale di chi si abbandona al ricordo. Quella proposta è una passeggiata in una wasteland esistenziale, non sappiamo se abitata da fantasmi reali o se invece partoriti dalla mente del musicista.
Nonostante la loro difficoltà di fruizione, i paesaggi (reali o psichici?) proposti da Antidawn colpiscono per l’intensità emotiva con cui giungono alle orecchie, ma allo stesso tempo diventano lo sfondo ideale su cui proiettare tante speculazioni filosofiche presenti nel dibattito culturale odierno (su tutte, vengono in mente certe pagine di Mark Fisher sulla gassosa pervasività del passato). Speculazioni che non vengono richiamate dall’autore con la rigidità programmatica di certa conceptronica, ma che vengono semplicemente evocate in maniera naturale, lasciando che la musica ne divenga “correlativo oggettivo” e ristabilendo così i corretti ruoli e i giusti confini tra l’attività intellettuale e quella musicale.




