jake xerxes fussell

Jake Xerxes Fussell – Good And Green Again

Immaginate una di quelle polverose strade di provincia americane, che si perdono nell’orizzonte lungo una linea retta infinita, immerse in scenari che passano da desolate zone desertiche a maestose foreste, passando per campi sterminati. Sull’asfalto rovente si scorge in controluce la sagoma, tremolante per il calore, di un uomo di spalle che si dirige verso una meta sconosciuta. Si tratta di un classico ragazzone americano con l’inevitabile berretto da baseball in testa e indosso dei vestiti un po’ sdruciti, ma soprattutto con la chitarra a tracolla e un bagaglio di canzoni che si tramandano di generazione in generazione, da offrire a chiunque incroci il suo percorso. Il nome di quell’uomo è Jake Xerxes Fussell.

Ok, avrei potuto farla breve dicendo semplicemente che il musicista originario della Georgia è un cantastorie americano, ma quando si parla di certe figure non si fa mai peccato a rievocare il mitico alone di leggenda che le rivestono. I songwriters americani sono stati d’altronde figure fondamentali per la diffusione di ballate e traditional di stampo popolare, che sopravvivevano al passare del tempo proprio perché tramandate da musicisti che, aggiungendo le loro piccole o grandi variazioni, ne rinnovavano continuamente la vita.
Jake Xerxes Fussell è stato immerso fin da piccolo in questa tradizione: suo padre infatti era un curatore e studioso di musica e cultura tradizionale e fin da bambino lo aveva portato con sé in giro per l’America a registrare vecchi bluesman o a studiare le tradizioni culturali dei Nativi Americani.
Una passione e un rispetto per la materia che fuoriesce con potenza e sincerità dai solchi della musica di Jake.

Con “Good and green again”, Fussell giunge al suo quarto album che, in apparenza, non mostra grandi differenze rispetto ai tre che lo hanno preceduto ma che, in realtà, contiene delle succose novità.

La prima è la produzione che, dopo l’esordio, prodotto dal chitarrista fingerpicking William Tyler e due album autoprodotti, questa volta è stata è stata affidata a James Elkington. Il musicista britannico si cala nel ruolo in punta di piedi, senza rivoluzionare un suono che non ne aveva alcun bisogno, ma operando con estrema sensibilità per piccole sfumature. Elkington lavora innanzitutto sulla rotondità del suono, ammorbidendo il suono rustico e secco che aveva caratterizzato (peraltro in maniera molto positiva) i lavori autoprodotti. Riempie i vuoti con le basse frequenze del contrabbasso, le svisate della pedal steel guitar, i delicati e soffusi arrangiamenti di fiati e archi, le chitarre cristalline e gli impressionistici interventi di pianoforte, conferendo così un suono pieno, soffice e sognante quanto basta, per disegnare canzoni che restano sospese tra il mito dei racconti e la realtà.

La seconda e più evidente novità, risiede nel fatto che, per la prima volta, non tutti i brani sono tradizionali, ma troviamo quattro canzoni scritte dall’autore. Tre di questi sono strumentali. Ascoltare la cinematografica “Frolic”, costruita su un saltellante fingerpicking a cui si aggiungono, prima uno stomping rhytm cadenzato e poi dei cori carezzevoli: è come attraversare le vastità del territorio americano, osservandolo dal finestrino di un automobile o di un treno in corsa. Troviamo ampi spazi e atmosfere da colonna sonora, rievocati in maniera non dissimile da quella di due giganti come Bill Frisell e Ry Cooder, anche nella splendida “In Florida” dove fanno capolino una chitarra quasi twang e una fisarmonica, accompagnati da un emozionante arrangiamento di fiati. Un classico fingerpicking come base ritmica con dobro, slide guitar e soprattutto il violino a reiterare il fraseggio della melodia, vanno a formare il rustico bluegrass al rallentatore di “What the hen”.

A concludere il quartetto di brani autografi troviamo la curiosa “Washington”, una ballata con un testo brevissimo che si colloca tra storia e mito come da classica ballata tradizionale.

General Washington
Noblest of men
His house, his horse, his cherry tree, and him

I versi irrompono nel mezzo della canzone per poi lasciare il campo a un arrangiamento fiati che vengono lasciati da soli a concludere il disco, lasciando in bocca un retrogusto di brass band e New Orleans.


La vera notizia quindi, è che il Fussell autore non solo si muove all’interno delle stesse coordinate di quello del curatore di brani tradizionali, ma riesce a scrivere brani che potrebbero tranquillamente essere attribuiti al pubblico dominio, se non fossimo a conoscenza di chi le ha composte.

Il disco però comincia con un traditional come “Love Farewell” che, nelle mani di Fussell, diventa una piccola meraviglia: una chitarra, un piede che tiene il tempo, la voce pastosa ma con sfumature profonde alla Johnny Cash e le armonie vocali dell’ospite Bonnie Prince Billy disegnano un interpretazione semplicemente perfetta ed emozionante.


Tocchi di chitarra alla Frisell e un mandolino adornano la tenera ballata “Carriebell”, prima di essere avvolti dalle consuete pennellate vellutate dei fiati. Striature ancora più chiaroscurali di strumenti a fiato poi, accarezzano la delicatissima e saltellante melodia di “Breast Of Glass”. Sono invece gli archi a supportare in maniera evanescente la struggente e notturna ballata “Rolling Mills are burning Down”, dove la fa da padrone un’interpretazione “a cuore aperto”, sottolineata da sparsi accordi di pianoforte.
Coraggiosamente i nove minuti del brano più lungo “The golden willow tree” sono anche quelli dove la produzione interviene con più parsimonia: il palcoscenico è lasciato quasi esclusivamente alla chitarra in fingerpicking e alla voce del titolare del disco, con discreti interventi in secondo piano di violino e di una soffusa e crepuscolare chitarra elettrica quasi frippiana. Ancora una volta la scelta produttiva si rivela semplicemente perfetta.

Jake Xerxes Fussell - "Love Farewell" (Official Audio)

“Good and green again” è l’album più intimista di Jake Xerxes Fussell, un lavoro davvero prezioso, che trabocca di sincerità e umanità, commuovendo e smuovendo nel profondo. Con questo disco il musicista americano non solo pubblica quello che probabilmente è il miglior disco di una discografia già di eccellente livello, ma apre nuove strade, iniziando a mostrare le proprie qualità di autore, in continuità con quella tradizione dalla quale si abbevera e alla quale riesce a donare una freschezza e una vitalità contagiosa.

Possiamo dunque goderci una musica senza tempo, come quella di “Good and Green again”, guardando con curiosità e ottimismo al futuro assieme a Jake Xerxes Fussell, perché la tradizione folk americana non solo ha trovato un artista capace di tramandarne il passato, ma anche di darle nuova vita.

 

 



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