I Garcia Peoples con Dodging Dues  arrivano a totalizzare ben cinque album in 5 anni. Molti, forse troppi, si dirà… D’altronde, cosa aspettarsi da una Jam Band (scusate la parolaccia) che richiama fin dal nome (non sappiamo se volontariamente o meno…) gli sbrodolamenti psichedelici di gratefuldeaddiana memoria, se non un mucchio di canzoni utili al massimo per rimpolpare le scalette del prossimo tour??

Le apparenze però a volte ingannano e, se il gruppo del New Jersey non fa certo mistero di trarre la propria ispirazione primaria dalla psichedelia più morbida e dalla filosofia “a tutto palco” dei sixties-seventies, sarebbe un errore bollarli come una semplice band revivalista di neo hippies, potendo vantare nel loro arco molte più frecce. Le radici dei Garcia Peoples risiedono infatti anche nel paisley underground e nel suono indie e alternativo degli anni ‘90 e dunque, più che con il circuito autoreferenziale dei Deadheads e di band come i Dead & Company di Bob Weir e John Mayer, vanno piuttosto accomunati a certi esploratori avant-psych come Chris Forsyth e i Sunwatchers, artisti con i quali hanno spesso calcato le scene e collaborato.

Chris Forsyth with Garcia Peoples - Dreaming in The Non-Dream, from "Peoples Motel Band" LP/DL

Come dicevamo in apertura, la band si contraddistingue per una generosità discografica inusuale per i tempi attuali, che però va di pari passo con una certa solidità dei lavori. Certo il capolavoro ancora manca, ma il debutto “Cosmic Cash” era una delizia per gli amanti del suono sixties più chitarristico, “Natural Facts” invece accentuava i legami con il suono alternativo anni ‘90 e il chitarrismo duale dei Television, mentre “One step Behind” si misurava, in maniera soddisfacente, con l’inevitabile suite senza perdersi nei meandri dell’auto indulgenza e aggiungendo tocchi avant-jazz alla propria ricetta. Infine “Nightcap at Wit’s End” nel 2020 confermava che prolificità e qualità nei Garcia Peoples vanno a braccetto e si qualificava, forse, come il disco migliore del lotto.

Arriviamo quindi al 2022 e a “Dodging Dues”, album che non spariglia le carte ma si propone in continuità con i lavori precedenti.
Il disco inizia alla grande con “False Company”, tramite un riff che profuma di folk rock suonato con veemenza hard e un cantato perfettamente rafforzato dalle armonie vocali. Il brano mostra anche una certa fantasia nell’utilizzo delle twin guitar con un intermezzo strumentale a due voci di chiara ispirazione folk (ci si aspetterebbe quasi di vedere spuntare il violino di Swarbrick invece delle chitarre elettriche) e una coda in cui le due soliste si inseguono a perdifiato. Insomma: solido classicismo per un pezzo che rimane in testa. Gli amanti del folk psichedelico avranno poi da leccarsi i baffi e deliziare le orecchie con l’incanto sospeso di “Cassandra”, dove fa capolino anche un flauto fatato.

Arpeggi guizzanti, chitarre liquide, piano elettrico e una voce filtrata caratterizzano invece la sincopata ballata psichedelica “Cold Dice”, che riporta alla mente lo Steve Gunn dei primi lavori. Troviamo più o meno i medesimi ingredienti nella seguente “Tough Freaks”, declinati però in salsa anthemica, con un ritornello epico e corale decorato da arabeschi di chitarra elettrica. Un brano che dovrebbe fare scintille dal vivo, trascinando il pubblico in un festoso coro autocelebrativo.
Il passo lento vagamente blues di “Stray Cats” serve come terreno di coltura per un breve ma acidissimo assolo.
L’aggressiva “Fill Your Cup” conclude le danze alzando i toni: l’attacco di duplice chitarra satura e distorta ci porta dritti nella California anni ‘60 dei Quicksilver Messenger Service e di Country Joe & The Fish con controtempi che vanno a scandire un efficacissimo ritornello.

Abbiamo lasciato volutamente per ultimo l’inevitabile brano lungo, quello che, in un album di questo tipo, può spesso marcare la differenza tra disco interlocutorio e lavoro memorabile. “Here we are”, che sembra fin dal titolo una fiera affermazione di sé, non tradisce le attese. Il brano conferma la tendenza al passo lento che contraddistingue gran parte di “Dodging Dues” e si fonda su un’interpretazione vocale sottile che culmina in un suggestivo ed emozionante ritornello corale, sottolineato da languide chitarre e da liquide svisate di pedal steel. Dopo le due strofe, il brano è pronto per esplodere in una cavalcata chitarristica che sposa alla perfezione la coralità della parte iniziale con l’epicità delle sovrapposizioni elettriche.
Missione compiuta quindi sia per il brano chiave, che per l’intero disco, che conferma i Garcia Peoples come i principali eredi della favolosa stagione psichedelica californiana; alunni capaci però di non suonare come un relitto culturale degli anni 60.

Gli amanti della psichedelia non possono dunque che essere felici di avere tra le mani un gruppo così generoso e prolifico, capace di riportare all’onore delle cronache proprio quel particolare suono, in un’epoca nella quale l’unica rievocazione ammessa sembra essere quella post punk o comunque marcatamente eighties…
Beh, “noi fricchettoni dentro” non ci stiamo e reclamiamo il nostro spazio, aspettando ogni anno il disco dei Garcia Peoples con la speranza che prima o poi arrivi l’opera definitiva. E se poi non arriva, pazienza…