“Così tanta musica e così poco tempo”.
Il bene più prezioso di cui disponiamo è il tempo: stressato dagli impegni, dilatato o compresso dalle limitazioni dovute alla pandemia, sprecato a scorrere schermi e display.
Spendere bene il proprio tempo è buona regola di vita e per gli appassionati di musica, letteralmente sommersi da un diluvio di stimoli, informazioni e segnalazioni, diventa esercizio che richiede cura, istinto e mai superficialità.
I social che frequentiamo, le riviste cui siamo affezionati o quelle che spulciamo saltuariamente, i contatti di cui ci “fidiamo”, i negozi che imperterriti bazzichiamo, da ognuno di queste fonti riceviamo centinaia di segnalazioni che, data la disponibilità immediata di ogni disco, si trasformano sovente in ascolto. Insomma, la nostra passione finisce per metterci quasi in una posizione di difesa dal vero nemico, rappresentato dai dischi inutili. Per quanto ci riguarda, la nostra regola è quella di farsi guidare dal piacere dell’ascolto, consapevoli che un disco merita il tuo tempo se ti richiama a sé… per essere compreso, giudicato, analizzato o semplicemente goduto.
Giunti in questo periodo dell’anno non possiamo che tirare le somme e capire perché certi dischi hanno funzionato alle nostre orecchie più di altri, in quale rapporto si pongono con la nostra vita e con il tempo che viviamo e infine quali percorsi è possibile individuare a partire dal loro ascolto.
Percorsi. Mappe. Come sapete una nostra vecchia passione.
I.
E’ stato possibile scorgere un primo significativo percorso a partire da tre dei dischi dell’anno che più abbiamo apprezzato e che hanno messo in musica da un lato la dimensione demiurgica del musicista e dall’altro il desiderio di scomparire nell’opera creata e perdersi nella moltitudine da essa evocata.
Nei dischi di Iosonouncane (Ira), Floating Points (with Pharoah Sanders & the London Symphony Orchestra Promises) e Adrian Younge (American Negro) abbiamo scorto lo slancio di chi riserva per sé il ruolo del grande manovratore, facendo un passo indietro rispetto alla propria creazione con precisi significati: di fratellanza (Iosonouncane), appartenenza (Adrian Younge) ed elevazione spirituale (Floating Points).
Se di American Negro abbiamo parlato recentemente, mettendo in risalto la maniera di muoversi dell’artista americano “come un grande alchimista capace di farsi – nell’assenza – presenza ingombrante, nascosta dietro i sontuosi arrangiamenti [di una] sublime sinfonia soul”, del disco di Iosonouncane al momento dell’uscita abbiamo proposto un’intervista alla pianista Simona Norato, spinti dalla curiosità di sbirciare dietro le quinte di un lavoro attesissimo.
A distanza di alcuni mesi dalla sua pubblicazione, possiamo dire che IRA è un disco che ha bisogno di essere frequentato a lungo e che prima di consegnargli la patente di capolavoro bisognerà mettere d’accordo chi ha parlato di un lavoro capace di far fronte al proprio coraggio e alla propria ambizione, pieno di spunti e suggestioni tenute efficacemente assieme dalla demiurgica forza centripeta del proprio autore e chi ha sollevato il dubbio che l’impianto ideologico del disco non sia riuscito a riscattare del tutto l’eccessiva zavorra sonora di cui il disco è gravato. Resta però indubbio che la visione ecumenica dell’esistenza, veicolata tramite il gramelot linguistico inventato appositamente per l’opera e il lavoro sulle melodie corali, rappresenta una delle cose più intense ascoltate quest’anno.
Resta da parlare di “Promises” di Floating Points/ Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra. A nostro avviso, Sam Shepherd, grande … ehm… demiurgo dell’opera, ha consegnato un capolavoro luminoso e ultraterreno che incontra forse il suo unico limite nelle partiture di archi scritte per la London Symphony Orchestra. Più che nell’enfasi a volte eccessiva di tali partiture, il disco trova i suoi momenti migliori nell’interplay tra il lavorio digitale di Shepherd e il soffio accorato e umano di un Pharoah Sanders, così intenso da prendere la scena, anche quando lavora per sottrazione.
Se dovessimo citare il nome di un disco in lingua italiana che condivide, con gli album appena indicati, il tentativo di risolvere in maniera demiurgica la tensione tra ordine e caos, citeremmo allora la biografia, lisergica e ondivaga, che Amerigo Verardi ha nascosto tra le pieghe del suo ultimo disco Un sogno di Maila. Nella vicenda della giovane protagonista, Verardi tira le somme della propria esistenza musicale (e non), alla luce della rinascita spirituale che da alcuni anni lo ha beneficamente investito. Il risultato è un disco che trascende le vicende raccontate, in nome di un abbandono totale alla materia musicale.
II.
Il secondo percorso che abbiamo scorto é relativo alle opere che hanno colto la nostra percezione del tempo che viviamo.
Ci riferiamo a un altro trittico che ha monopolizzato i nostri ascolti: gli Space Afrika di Honest Labour sono riusciti a immergere l’ascoltatore in una continua dilazione temporale, simile a quella che scandisce la nostra vita post-pandemica, sospesa tra l’attesa di un ritorno alla normalità e la paura di averla ormai perduta, mentre William Doyle (Great Spans of Muddy Time) e Assembly Starlight (Starlight and Still Air) hanno declinato – con un gusto adatto a noi ascoltatori di estrazione rock – il flusso indistinto di suoni manipolati & parole superstiti, che caratterizza molte pulsioni musicali moderne, riuscendo tuttavia a non perdere per strada l’obiettivo primario di scrivere delle grandi canzoni.
Rifacendo il giochetto del nome italiano da accostare, indichiamo i Casino Royale di Polaris, che – nel dialogo tra i trenta minuti dell’EP edito nel corso dell’anno e i novantanove del precedente Quarantine Scenario – illustrano uno zeitgeist che riguarda ancora una volta la maniera di rapportarsi con il proprio tempo (scrivevamo durante l’anno di “esistenze vissute a una velocità fittizia, che non trova corrispondenza in una reale evoluzione: la stasi totale interrotta dal falso movimento dell’upgrade costante e della crescita marginale, che non lascia intravedere né un alba da vagheggiare, né un futuro da coltivare”).
(I. + II =) III.
Ma se dovessimo trovare un disco capace di racchiudere in sé entrambi i percorsi finora individuati, non possiamo che fare il nome dei Low. Mimi Parker e Alan Sparhawk, coadiuvati dal fido BJ Burton, hanno tirato fuori un disco capace di mettere d’accordo davvero tutti: Hey What, con i suoi spiritual disturbati dal rumore digitale e dilatati temporalmente dalla stasi dell’ambient, ha incarnato perfettamente l’anelito alla trascendenza e il tentativo di pacificare in musica la conflittualità tra la componente elettronica e quella umana della nostra esistenza. Tocca ancora una volta eleggerli a migliori di tutti e noi lo facciamo di buon grado!
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(Quando si ha a che fare con battitori liberi come Kristin Hayter in arte Lingua Ignota diventa difficile collocarli, ma anche non parlarne. Con Sinner Get Ready alla violenza sonora estrema di Caligula, Hayter ha preferito sonorità e strumentazione acustiche, reinterpretando l’“american gothic” con una teatralità oscura, che oscilla tra il massimalismo di Diamanda Galas e il minimalismo di una novella Nico e che trasuda inquietudine da ogni nota).
IV.
Si parlava prima della nostra estrazione rock, che rivendichiamo con orgoglio e che ci spinge a chiederci con un occhio di riguardo cosa sia successo in questo ambito nell’ultimo anno.
La scena che ha fatto più parlare di sé è stata senza dubbio la nuova ondata di band londinesi. Si tratta di formazioni spesso divisive e che hanno generato pareri divergenti persino all’interno del piccolo gruppo che mette assieme gli articoli di questo blog. Dopo alcuni dibattiti interni, il dissenziente è stato messo fisicamente in minoranza e i due vincitori hanno decretato i Black Midi straordinari nella propria miscela di Math e Prog capace – in mezzo a tecnicismi forse eccessivi, ma dalla indubbia carica rock – di ricercare una personale via alla canzone; i Black Country New Road tra le migliori espressioni di quella freschezza giovanile che sa maneggiare il passato con rispetto, ma senza averne timore reverenziale e che, a dispetto della giovane età, è riuscita a trovare un notevole senso dell’equilibrio nel gestire arrangiamenti complessi e dosare l’individualismo dei suoi musicisti; gli Squid dei fantastici traghettatori capaci di portare il suono funk wave verso scenari moderni e sperimentali, il tutto senza rinunciare a un già perfettamente formato gusto pop; infine, i Dry Cleaning ipnotici e fascinosi, grazie a una formula – basica e minimale – che lambisce la noia, ma solo per soggiogare l’ascoltatore, anche grazie alla produzione di un John Parish che dona ai ragazzi rotondità, dinamica e un senso dello spazio inusuali per le taglienti sonorità post-punk cui la band si rifà.
Per chi andasse in cerca di un po’ di sano e grezzo rock n’ roll e magari non avesse digerito l’elevato tasso tecnico delle band appena citate, suggeriamo allora il ritorno degli Idles, tornati alla forma migliore con Crawler, o l’esordio dei Pist Idiots che con Idiocracy non hanno fatto di meno in ambito punk rock, proponendo una felice miscela di hardcore chitarristico e melodie epiche e straccione. Anche il Canada offre il suo contributo con i Kiwi Jr e un disco “appiccicoso” come Cooler returns, tra Modern Lovers, Pavement e Rolling Blackouts Coastal Fever.
V.
Dopotutto il Rock continua a essere la musica che da queste parti colpisce più al cuore. Se dobbiamo infatti parlare di emozioni, nulla batte il ritorno di certi musicisti, compagni di lungo corso, come il Damon Albarn di The Nearer The Foutain, More Pure The Stream, ennesima tappa di un lento apprendistato che ha portato quel ragazzino con la faccia da schiaffi di Girls and Boys verso una padronanza totale della materia musicale, manipolata con quella naturalezza che si raggiunge solo dopo essersi abbandonati ad essa; gli Arab Strap di As Days Get Dark che, tra i dischi “rock” votati alla canzoni, è forse il migliore tra quelli ascoltati quest’anno. La voce e le parole di Aidan Moffat e i vestiti confezionati per l’occasione da Malcolm Middleton sfiorano una perfezione formale e sostanziale non dissimile da quella dei Tindersticks, il cui Distractions ci auguriamo rappresenti solo la prova generale per il prossimo capolavoro di inediti; gli Elbow con Flying Dream 1 sono tornati nell’intimità di un teatro vuoto con un pugno di ballate emozionanti e delicate, ma soprattutto ispirate; infine il supergruppo Springtime, costituito da alcune vecchie conoscenze come Gareth Liddiard, Jim White e Chris Abrahams, sono stati protagonisti di un avant-blues, che è summa e sintesi delle caratteristiche e della sensibilità dei tre musicisti e allo stesso tempo di un sentire viscerale che nel rock trova la sua genesi in anni lontani (magari gli stessi da cui proviene il Chris Eckman dell’intensissimo Where The Spirit Rest).
VI.
Il 2020 era stato certamente l’anno della musica black, in virtù della propria capacità di farsi contenitore capace di accogliere mutazioni e battiti dell’attualità musicale (e non), senza mai perdere la propria identità.
Anche quest’anno non sono mancati i dischi che si sono mossi in questo senso (Ben LaMar Gay, Sault, Damon Lock, Moor Mother e altri ancora). Tutti lavori di grandissima qualità ai quali forse è mancato l’effetto sorpresa del passato e la capacità di sparigliare le carte, affermando allo stesso tempo un suono nuovo. Se dovessimo dunque scegliere due dischi a rappresentare la categoria, optiamo per il suono totale e sincretico dei Sons Of Kemet che hanno mischiato, nel loro Black To The Future, afrobeat, jazz, hip-hop e tutto quanto gira attorno alle pulsazioni del Black Planet e per il meticciato elettronico di Madlib di Sound Ancestors che, in combutta con il vecchio amico Kieran Hebden, si è mosso dalla propria “casa” hip-hop verso terreni e culture differenti con il piglio del grande alchimista.
La nostra annata hip-hop si è mossa tra i due estremi rappresentati dal massimalismo pronto a spiccare il definitivo balzo verso il mainstream della britannica Little Simz di “Sometimes I Might Be Introvert” e dalla sperimentazione destrutturata dei Injury Reserve di “By The Time I Get To Phoenix”, canto del cigno per una band che, poco prima della pubblicazione del disco, ha perso uno dei suoi tre componenti (Stepa J. Groggs) e che regala, in mezzo a muri elettronici, suoni distorti e glitch vari, momenti di grande intensità emotiva.
In mezzo a tali estremi, abbiamo gradito il ritorno “nella casa” di Tyler The Creator con “CALL ME IF YOU GET LOST” e l’ennesima conferma di Westside Gunn con “Hitler Wears Hermes 8: Side B”, seconda parte conclusiva della epica collana di mixtape. Il collegamento tra i due risulta anche dalle parole dello stesso Tyler Okonma che ha confermato a più riprese quanto il rapper di Buffalo lo abbia ispirato e convinto a tornare a un rap più puro, quello fatto di barre, punchline, sample e tante collaborazioni. Dopo il fortunato IGOR del 2019, Tyler The Creator è infatti tornato alle origini con grande stile, sfruttando la sua presenza scenica e una consolidata abilità nelle produzioni; mentre per quanto riguarda Westside Gunn, troviamo incredibile la sua capacità di coniugare quantità e qualità e come, nonostante uno stile rimasto praticamente inalterato, continui sempre a risultare assolutamente interessante, grazie a un gusto incredibile per i beat, un’accurata selezione di collaborazioni e un immaginario ormai consolidato (e imitato anche dai più grandi).
Tra gli altri episodi hip-hop dell’anno sicuramente fa scalpore il ritorno di JPEGMAFIA con “LP!”, il suo ultimo disco per una major (esiste infatti una versione “offline”, caricata in free download, che contiene la vera versione dell’album senza le imposizioni e le restrizioni di Universal sui sample e sulle durate), e la collaborazione tra Bruno Mars e Anderson.Paak, a nome Silk Sonic: An Evening With Silk Sonic è una sintesi perfetta di pop moderno e reminiscenze soul/funky che fa ballare, passare un momento di leggerezza e divertire.
VII.
Diamo ora un’occhiata alla scena elettronica nelle sue varie declinazioni: sul versante ambientale spiccano i placidi droni elettro-acustici di Sarah Davachi (che in Antiphonals aggiunge alla propria ricetta una dose di spiritualismo krauto alla Popol Vuh, filtrato tramite minimalismi ipnotici e variazioni microtonali) e il monumentale doppio album The Alias Sessions di Murcof (che contrappone luci e ombre, droni che flirtano col silenzio e glaciali pulsazioni techno, rasoiate noise e tenui luminescenze date da melodie estatiche e slanci sinfonici).
Passando al versante più beat oriented segnaliamo Pool di Skee Mask, moloch da un’ora e quaranta minuti nel cui frullatore finisce gran parte dell’elettronica che più abbiamo amato negli ultimi anni: IDM, beat martellanti, definizioni HD, dilatazioni ambient e battiti dub. Interessantissimo anche l’esordio sulla lunga distanza del gallese Koreless che rinuncia quasi totalmente alla ritmica da drum machine in favore di una stimolante ricerca ritmica sul beat costruito prevalentemente su manipolazioni di campionamenti vocali.
Ma se il rock si è da sempre molto connotato territorialmente, la musica elettronica ha da subito seguito lo sviluppo transnazionale della tecnologia. Ed ecco che ad esempio l’Italia ha saputo dire parecchie cose interessanti in questo 2021 emergenziale, terreno fertile per gli sperimentatori elettronici. E dunque peschiamo dal mazzo i campionamenti world di Cemento Atlantico (Rotte interrotte) e quelli Afrika oriented di Khalab & M’berra Ensemble (M’berra), la library vintage di Blak Saagan (Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo), il massimalismo noise e analogico di Alessandro Cortini (Scuro Chiaro) e le chitarre avant su ritmi hip hop di Spano (Spano).
VIII.
Restando in Italia, ma con focus sulla nostra canzone, abbiamo amato senza riserve l’esordio di Venerus (Magica Musica): disco di purissimo pop che, dietro le suggestioni soul, le vibrazioni elettroniche e le scansioni hip hop (curate da quel Mace che in proprio quest’anno ha consegnato anche l’ottimo Obe), sfoggia una scrittura ispirata e molto personale.
Ma è stato anche un anno di grandi ritorni.Se di Amerigo Verardi abbiamo già detto, va segnalato quello di Andrea Chimenti, che con Il deserto, la notte, il mare ha consegnato probabilmente il suo lavoro più ispirato di sempre, capace nei suoi momenti migliori di coniugare l’eleganza arty di David Bowie con l’anelito spirituale e comunitario della canzone popolare, unico linguaggio in grado di cantare il dramma, ponendosi allo stesso tempo dentro e al di fuori della Storia.
Chimenti riesce a giungere al nocciolo poetico della propria scrittura, scegliendo con cura ogni singola parola, in maniera non dissimile, nel metodo, da quanto fatto da Giovanni Succi che con i suoi Bachi Da Pietra é tornato con il caustico e travolgente Reset. Su cui ci siamo soffermati in corso d’anno e che probabilmente rappresenta il disco rock n’ roll italiano dell’anno.
Infine con Forme Complesse i Fine Before You Came hanno continuato a portare avanti un percorso rigoroso e appartato che mostra come si possa superare un capolavoro come Sfortuna senza farsene incatenare: nella ricerca del nocciolo più genuino della propria musica e della propria identità, la band milanese può permettersi di variare il proprio suono, eliminando gran parte del fragore e flirtando con un’idea di silenzio e di registrazione ambientale che non fa che accrescere la curiosità per quelle che saranno le loro prossime mosse.
IX.
Infine, concludiamo con gli esordi e le rivelazioni dell’anno. Su tutti peschiamo dal mazzo due giovani musicisti. Il primo è il coreano Parannoul che con To See the Next Part of the Dream ha proposto un suono shoegaze, etereo e capace di erigere malinconici muri di suono, mentre in split con Asian Glow e con i brasiliani Sonhos Tamam Conta (Downfall of the Neon Youth) ha arricchito la formula introducendo glitch elettronici e una dinamica ritmica ben accordata alla ferocia punk quasi screamo elaborata assieme ai nuovi soci. E’ stato soprattutto il secondo lavoro ad averci impressionato: oltre a proporre una miscela viva ed efficace di musiche che sembravano confinate al nostro personalissimo passato, il disco reso plasticamente le potenzialità che una connessione internet oggi concede, permettendo ad esempio questa felicissima collaborazione tra due artisti di Seoul (Parannoul e Asian Glow) e un etereo musicista di Sao Paulo (Sonhos Tamam Conta).
Il secondo nome che peschiamo dal mazzo è Alex Pester, ragazzo ventenne di Bath, songwriter, arrangiatore, nonché illustratore delle sue stesse opere, che sembra vivere in una personale ed eterea realtà musicale, fatta di folk, reminiscenze canterburyane, ricerca e sperimentazione. Lover’s Leap, il suo terzo disco (!) è un lavoro che ci ha lasciati a bocca aperta e ci ha spinto a organizzare subito per direttissima un’interessante intervista.
Vogliamo inoltre accendere i nostri piccoli riflettori sui dischi di Gary Lover (Songs Of Fortune, Songs Of Pain), moniker dietro cui si nasconde Gareth Hoskins, già visto con i Black Manila e soprattutto con gli indimenticati (almeno da noi) Tangerines: il suo songwriting country-blues minimalista e in bassa fedeltà ha toccato corde negate a molte produzioni ben più blasonate; Sheep, Dog & Wolf, (Two-Minds), altro moniker dietro cui si nascondono il giovane neozelandese Daniel McBride e il suo cantautorato da camera che associa influenze classiche, contemporanee e jazz a un gusto pop capace di rendere accessibile un lavoro complesso grazie a un invidiabile lavoro di sintesi; gli italianissimi Sterbus, che con Let your Garden Sleep In ci hanno conquistato in forza di un pop chitarristico, felice e vitale, come una pagina degli XTC, un verso dei Belle And Sebastien o una melodia dei Guided By Voices.
Queste sono le nostre mappe del 2021. Nessuna pretesa di esaustività. Ci sarebbero ancora parecchie rotte da seguire, come quelle che si rivolgono sempre più verso l’Africa e il Medio Oriente e che hanno cominciato ad attrarre non per fascinazione esotica, ma perché a noi sempre più vicine, in forza di un racconto globale che sta polverizzando i vecchi steccati culturali.
Per il momento lasciamo ad altri il compito di tracciare queste nuove rotte: noi restiamo ad osservare e ascoltare, consci dei nostri limiti, dati da età e formazione, ma anche consapevoli che a prevalere sarà sempre la curiosità.
Il “qui e ora” musicale si trova sotto i nostri occhi: è in pieno ed incessante svolgimento, si forma con modalità, canali e sonorità differenti rispetto al passato. Ma il bello è proprio questo…
PS. E non è finita. date un’occhiata (o meglio un orecchio) alla nostra playlist delle (altre) canzoni dell’anno, quelle che non fanno parte degli album di cui abbiamo parlato qui
DISCHI DELL’ANNO: LE NOSTRE LISTE
MASON
Iosonouncane – IRA
Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises
Low – Hey What
Springtime – Springtime
Damon Albarn – The nearer the fountain
Murcof – The Alias Sessions
Starlight Assembly – Starlight & Still Air
Black Country New Road – For the First time
Sheep, Dog & Wolf – Two-Minds
Elbow – Flying Dream #1
DIXON
Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra – Promises
Adrian Younge – American Negro
Low – Hey What
Amerigo Verardi – Un sogno di Maila
Space Afrika – Honest Labour
Alex Pester – Lover’s Leap
Starlight Assembly – Starlight & Still Air
Arab Strap – As Days Get Dark
Gary Lover – Songs Of Fortune, Songs Of Pain
David Christian And The Pinecone Orchestra – For Those We Met On The Way
THE LINE
Iosonouncane – IRA
black midi – Cavalcade
Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert
Injury Reserve – By the Time I Get To Phoenix
Black Country New Road – For the First Time
Lingua Ignota – Sinner Get Ready
Parannoul / Asian Glow / Sonhos Tamam Conta – Downfall of the Neon Youth
Tyler the Creator – Call Me If You Get Lost
Westside Gunn – Hitler Wears Hermes 8: Side B
Low – Hey What




