“Per questo disco in particolare, penso che la tua risposta personale alla musica sia altrettanto valida di quella che potrei dare io. Se la maggior parte dei miei album recenti, da The Hollows e Four Workings a Lastglacialmaximum e Stadial, è caratterizzata da un forte elemento concettuale, mi sento di descrivere A Guidonian Hand come musica ‘mancina’, e dunque istintiva, intuitiva, emotiva. In altre parole, la musica non è creata al servizio di un’idea particolare – la sua relazione con il resto del mio lavoro potrebbe essere paragonata a quella esistente tra la pittura astratta e quella paesaggistica (nonostante il fatto che la pittura astratta sia spesso altamente concettuale…).”
Ho scelto di lasciare l’introduzione di questa recensione alle parole che lo stesso Richard Skelton mi ha scritto in relazione al suo ultimo lavoro, “A Guidonian Hand” perchè mi hanno fatto molto riflettere, riportandomi alle radici profonde della mia passione per molta musica strumentale e, in particolare, per quella che per pura comodità chiameremo “ambient” (categoria alla quale in maniera ancora più, ahimè, semplicisticamente ascrivo anche la musica di Skelton).
Una delle motivazioni profonde del mio amore per questa forma di espressione musicale, è la sua capacità di pormi a diretto contatto con il mistero dell’arte. Senza la “mediazione” dei testi ci si trova, da soli e senza facilitazioni, di fronte alla massa sonora che compone la musica. E’ un confronto fisico, sensoriale, intellettivo ed emotivo e la maniera in cui reagiamo all’ascolto esprime il nostro gusto e determina il nostro giudizio. Il mistero sta quindi, nella dialettica tra due soggettività, quella dell’autore e quella dell’ascoltatore, e nella relazione tra composizione e fruizione. L’artista può scoprire, attraverso l’interpretazione dell’ascoltatore, un aspetto inconscio della propria composizione e l’ascoltatore può scoprire qualcosa in più di se stesso, grazie alle suggestioni che l’ascolto gli provoca.
La risposta di Richard, che ho riportato in apertura, mi ha spiazzato e costretto a riconsiderare l’approccio che avevo avuto fino a quel momento nell’ascolto di “A guidonian hand” (una tecnica mnemonica utilizzata nel medioevo per aiutare i cantanti nella lettura a prima vista); mi ha quasi costretto insomma, a fare un sano “reset alle condizioni di fabbrica” del mio essere ascoltatore.
Da una parte infatti, le sue parole mi hanno incoraggiato a ritenere significativo ciò che avrei potuto scorgere attraverso il filtro della mia percezione, dall’altra però mi hanno ricordato che la soggettività stessa, per essere sincera, deve essere scevra da preconcetti (nel caso specifico il primo preconcetto da cui partivo era proprio che la musica di Richard fosse necessariamente concettuale)..
Ho provato dunque a concentrarmi su alcuni aspetti particolari, per “mettere alla prova” le prime impressioni che avevo avuto. In particolare ho cercato di focalizzarmi sul suono e sulle sensazioni più “pure” che mi derivavano dall’ascolto.
Il disco comincia con una sorta di suite, formata da tre brani intimamente legati tra loro. Il primo “The first point of contaction”, ci presenta un bordone a basse frequenze, uno strumento ad arco stridente, marchio di fabbrica dell’autore, e tappeti di percussioni, simili a gong. L’impressione immediata è che queste tre componenti siano dapprima decisamente separate e confinate nel proprio spazio, per poi, con il procedere del tempo e dei brani, muoversi alla ricerca di un terreno comune, una conoscenza reciproca e infine un equilibrio.
Se relazioniamo questa pura sensazione d’ascolto a una lettura più formale e strutturale della musica, possiamo scorgere in questa dinamica il tentativo di conciliare i suoni elettronici (che Skelton ha approfondito soprattutto nell’ultimo periodo) con i suoni acustici che costituiscono uno degli assi portanti della musica dell’artista inglese.
E le parole dello stesso Richard sembrano confermarlo:
“Vedo l’album in relazione sia a “Border Ballads” che a “These Charms May Be Sung Over a Wound”. Come fai notare, il primo è acustico e il secondo è elettronico, con questo album che forma il terzo vertice del triangolo da qualche parte tra loro”
Ritroviamo infatti un approccio simile nella maggior parte dei brani. Nella ciclicità di “Nectar of Fifth”, dove un’increspatura sonora rappresentata da una pennellata d’archi, unendosi agli altri suoni, cresce fino a diventare una onda che ci sommerge con grazia; o nella trascendente “And instrument Incision”, dove le distorsioni di inizio brano, introdotte dalle vibrazioni del gong, vengono sublimate da un organo tremolante. O ancora in “Nature is Become a point of art”, dove progressivamente sono i suoni distorti e un’atmosfera cupa a prendere il sopravvento.
Nel lungo dispiegarsi di “In ancient fabrics” ritroviamo anche il motivo melodico che caratterizzava “The motion of Indivisible”, ultima parte del terzetto iniziale. Dai titoli e dall’ascolto, emerge la possibile suggestione di un collegamento tra la trama di questi antichi tessuti e l’intrecciarsi dei suoni che diventano materia indivisibile.
Sono due invece, i brani dove prevale maggiormente il suono elettronico: “In the altar of Burnt offerings” con una pulsazione profonda a dettare il ritmo a suoni elettronici acuti e distorti avvolti da sporadiche folate di gong. “A longilaterall figure” invece, parte con un estatico violoncello che viene pian piano assorbito da un crescendo graduale di suoni elettronici, scanditi da una pulsazione inesorabile, soverchiata poi, a sua volta, progressivamente da distorsioni e vampate di synth.
Un tema, quello delle atmosfere cupe che prendono il sopravvento attraverso suoni distorti e clangori metallici quasi industrial, che torna nel finale di “The Late Afflicting Fire” e che, per tornale al “triangolo” discografico citato dall’autore, riporta decisamente più a “These Charms May Be Sung Over a Wound” che a “Border Ballads“.
Proviamo quindi a portare oltre il paragone e il legame tra questi tre dischi: poniamo quindi, che “Border Ballads” , con la sua prevalenza di suoni acustici e l’influenza dell’ambiente (inteso come luogo geografico) come fonte d’ispirazione primaria, rappresenti l’elemento naturale, mentre i suoni elettronici di “These Charms May Be Sung Over a Wound” , quello antropico. Allora la scelta di connotare con atmosfere cupe e plumbee la sintesi tra queste due anime operata in A Guidonian Hand, potrebbe essere vista come un tentativo, magari inconscio, di rappresentare lo spirito distruttivo dell’uomo e la sua tendenza a sottomettere la natura ai propri scopi?
Questa era l’idea che avevo intravisto tra le righe al primo ascolto e della cui esattezza o meno avevo chiesto a Richard. Analogamente a quanto fatto per l’inizio, lascio dunque, la chiusura alle parole dell’autore stesso che, invece di sciogliere i miei dubbi al riguardo, riportano al cuore di tutto, ovvero che compito dell’arte, più che dare risposte, è quello di stimolare delle domande e il confronto.
“ …alcune delle idee che menzioni potrebbero operare a livello subconscio – ma non le affronto direttamente, e quindi non scelgo di riflettere su di esse retrospettivamente. …Spero che questo aiuti – ma sono molto più interessato ai tuoi pensieri che ai miei…”







