Si avvicina la fine dell’anno e le classifiche incombono. Le riviste si sono già attrezzate per andare in stampa, secondo il cattivo costume di redigere già a novembre gli elenchi dei migliori dischi dell’anno. Noi bloggettari da quattro soldi possiamo prendercela comoda e leggere con attenzione quali saranno i nomi più celebrati della stagione.
Facile prevedere che anche quest’anno la musica nera avrà un posto rilevante. Artisti come Little Simz, Ben LaMar Gay, L’Rain, Moor Mother, Kanye West e compagnia siamo certi faranno capolino in molte classifiche, così come siamo sicuri che saranno in pochi – nel medesimo ambito – a citare uno dei lavori a nostro avviso più interessanti della stagione: “The American Negro di Adrian Younge. Un disco non facile, che forse si apprezza davvero solo se si coglie l’afflato corale del lavoro e non ci si lascia scoraggiare dagli spoken words che si intervallano ai brani musicali, interrompendo il flusso melodico del disco.

In maniera non dissimile dall’operazione compiuta in un altro grande album dell’anno, Ira” di Iosonouncane, “The American Negro” rivela l’anelito del proprio l’autore a perdersi in una coralità polifonica, conservando però un ruolo demiurgico nella tessitura dell’opera. Adrian Younge si muove come un grande alchimista capace di farsi – nell’assenza – presenza ingombrante, nascosta dietro i sontuosi arrangiamenti e i cori gospel che con i loro incastri perfetti costruiscono una sublime sinfonia soul. Un classicismo splendidamente coniugato con la (post)-modernità dell’hip hop e un’ingegneria sonora che punta al groove collettivo e al battito moderno.

Quello che viene fuori da tali collisioni è un sound peculiare che sembra quasi puntare a una lettura hauntologica del soul classico. Younge non è certamente nuovo a questa tematica: dischi come “Something About April” o “The Electronique Void” sono lavori permeati dalla passione del nostro per la materia, laddove il primo è una sorta di Soul morriconiano, mentre il secondo è un disco di elettronica che paga pegno a pionieri come Delia Derbyshire. In alcune interviste Younge si è spesso dilungato ad illustrare il felicissimo corto circuito che vedeva musicisti come Ennio Morricone abbeverarsi alla fonte del soul classico degli anni sessanta/settanta, per poi creare quelle colonne sonore che sarebbero divenute anni dopo le basi per i campionamenti di gruppi hip-hop come Wu Tang Clan o Trip-Hop come Portishead.

A ben guardare, anche in “The American Negro”, Younge mantiene una patina weird e sfuggente che caratterizza il sound del disco, collocandolo contemporaneamente “dentro” e “fuori” il suono black classicamente inteso. Dal suo Linear Labs Studio, Younge riesce a estrarre delle perfette sonorità vintage che, tramite la propria scienza produttiva, riveste con una patina onirica e sfocata che lambisce la psichedelia. Se in passato il musicista californiano – a volte accomunato al movimento retro-soul di etichette come la Daptone – è stato tacciato di proporre dei meri, per quanto raffinati, esercizi di stile, con “American Negro” riesce a dare corpo e anima alla propria formula, portando nel suo studio non soltanto i fantasmi sonori del passato, ma anche le promesse e lo slancio ideologico che caratterizzarono quella indimenticabile stagione.

 

Sia le musiche per sonorizzazioni europee che il soul classico hanno finito per sedimentarsi nella memoria di una generazione cresciuta con promesse progressiste e/o di liberazione, ma a ben vedere hanno condotto a una maniera differente di approcciarsi al passato.

Mentre in Occidente ci si balocca con i ricordi fantasmatici del proprio passato, rivelando una natura sempre più isolata, depressa e incapace di immaginare il proprio futuro, l’artista afroamericano pesca tra i fantasmi sonori che infestano la memoria della propria generazione per dare forza a un messaggio identitario e antagonista: la musica degli anni sessanta/settanta viene riproposta perché le promesse formulate in quegli anni – anch’esse disattese – infestano ancora il presente, scatenando però una forte voglia di futuro e liberazione.

 

L’aspetto politico del disco risulta d’altronde evidente fin dal titolo provocatorio e soprattutto dalla copertina, oggetto di parecchie censure, in quanto raffigurante il reperto fotografico dell’impiccagione di un uomo di colore, cui era stato appeso un cartello con scritto: “This nigger voted“.

Tutti i testi delle canzoni e quelli dei vari spoken words si risolvono in una gigantesca seduta psicanalitica effettuata sull’intero corpo sociale afro-americano.

Younge sembra porsi in continuità con la teoria della “doppia coscienza” formulata dal sociologo americano W.E.B. Dubois, il quale ai primi del ‘900 aveva sostenuto come l’afroamericano fosse fin dalla nascita costretto a misurarsi con un lacerante dualismo identitario, psicologico e culturale nel dover tenere assieme da un lato “l’americano” e dall’altro “l’uomo di colore”. L’integrazione in una società ostile veniva resa ancora più difficile da una faticosa auto-analisi che andava condotta secondo una duplice ottica: quella della propria percezione di sé e quella con cui l’uomo nero immaginava di essere percepito dal bianco.

Dalla forza necessaria per sopravvivere a tale dualismo, nasceva la via nera all’arte americana, che in quegli anni andava formandosi a partire da un irripetibile crogiolo di culture.

Rispetto dunque al panafricanismo di Marcus Garvey o Malcolm X, che predicava il ritorno alla madre Africa, unica soluzione per mettere fine alla diaspora schiavista, a partire dalle tesi di Dubois, cominciarono a sorgere movimenti che rivendicavano con orgoglio una “americanità speciale” proprio perché allevata dalla “doppia coscienza” e foriera di capacità artistiche straordinarie. Un esempio per tutti, il movimento della Harlem Renaissance, crogiolo di poeti e scrittori che ebbero come discepoli colossi artistici del calibro di Gil Scott Heron e dei Last Poets. Dalla nostalgia verso una madre terra che di fatto rendeva il nero sdradicato ed esule, si passava ad un senso di appartenenza al “qui e ora”, che diventava una sorta di chiamata alle armi artistiche e politiche.

 

Una chiamata cui “The American Negro” sembra voler rispondere, nella maniera più elegante e stilosa possibile, presentando un sontuoso suono funky, che vanta un lavoro sui bassi colossale, al tempo stesso ritmico e melodico; degli archi, eseguiti dalla Linear Labs Orchestra e diretti dallo stesso Younge, che sanno aggiungere quel tipo di melassa che abbiamo amato nei dischi di Isaac Hayes e delle chitarre che aggiungono sapori psichedelici all’impasto preparato dal polistrumentista di Los Angeles. Un progetto ambizioso che ha visto il suo autore affiancare alla musica anche un podcast in quattro parti chiamato Invisible Blackness, e un cortometraggio di accompagnamento, intitolato TAN.

 

Inutile indicare un brano piuttosto che un altro… anzi sì: peschiamo dal mazzo Light on the Horizon, capace di ispirare determinazione e senso di speranza, tramite quel tipo di retorica che taglia la pelle e fa sanguinare lacrime di commozione.

Puro orgoglio nero. Pura bellezza.

 

"Light on the Horizon" - Adrian Younge