Qualche tempo fa stavo guardando “Amabili Resti” (consigliatissimo film ad opera di un Peter Jackson in vacanza dalla Terra di Mezzo) con un amico. Mentre ero immerso nella struggente scena, sottolineata musicalmente dalla arcinota versione di “Song to the siren” dei This Mortal Coil, fui scosso da una voce. Il mio compagno di visione, probabilmente proiettato in quell’etereo universo musicale anni ‘80 che ruotava attorno al suono 4AD, se ne uscì, di punto in bianco, con una domanda secca: “Chi preferisci, Elizabeth Fraser o Lisa Gerrard?” Risposi immediatamente con sicumera: “beh… Ovviamente Mimi Goese!”.
Non lo nego, mi piace “spararla grossa”, come l’espressione sdegnata del mio amico chiaramente mostrava; è chiaro che la Fraser e la Gerrard restano lassù, inavvicinabili, ma credo che questa sparata, oltre a essere un omaggio a una mia “eroina minore”, contenga anche solo un pizzico di verità.

 

Ma facciamo un passo indietro, poiché forse non tutti sanno chi sia la suddetta Mimi Goese; si tratta di una cantante (e molto altro) americana sulle scene da più di trent’anni, autrice di alcuni dischi solisti o in coppia con il trombettista Ben Neill, ma soprattutto, negli anni 80, voce solista della cult band Hugo Largo, quartetto con base a New York, che è proprio la mia “fissazione”, oggetto di questo articolo.

 

Quello con gli Hugo Largo fu per me un classico caso di amore a prima “vista”, nel vero senso della parola. Capii infatti, che mi sarebbero piaciuti prima ancora di averli ascoltati, leggendone sull’Enciclopedia del rock anni 80, curata da Riccardo Bertoncelli.
Fui attratto, innanzitutto, da quel nome buffo e poi incuriosito dalla formazione: rispetto alla classica line up rock fondata su chitarra e batteria o a quelle più in voga negli anni ‘80, a base di synth, il gruppo newyorchese spiccava per l’anomalo schieramento, formato da due bassi e un violino, oltre ovviamente alla voce della Goese.
Ma ciò che mi conquistò definitivamente, furono i due endorsement di peso: quello di Michael Stipe che produsse il loro primo disco e quello di Brian Eno, che li portò nella scuderia della sua etichetta di allora, la Opal. Forse singolarmente i due avrebbero potuto anche prendere un abbaglio, ma puntare entrambi sulla band sbagliata? No dai, non scherziamo…

 

Gli Hugo Largo si possono considerare un gruppo figlio del connubio tra il mondo dell’avanguardia (intellettuale, artistica e propriamente musicale) e quello del pop-rock e non stupisce che la band abbia trovato terreno fertile proprio in quella New York che, fin dai tempi dei Velvet Underground, passando per artisti come Talking Heads e Laurie Anderson e movimenti come la No Wave, ha rappresentato la sua culla ideale per tale connubio.
Il cofondatore Tim Sommer aveva affiancato alla carriera di giornalista presso il Village Voice, quella di musicista sia in ambito punk (nella band Even Worse a fianco di un giovane Thurston Moore) che di avanguardia (nell’ensemble di Glenn Branca dove ha militato anche altri due membro degli Hugo Largo, il violinista Hahn Rowe e il secondo bassista Adam Peacock). L’estrosa front man Mimi Goese, invece, interpretava alla perfezione il concetto di artista multimediale che stava prendendo forma in quegli anni (e in quei luoghi), dato che ella stessa si autodefinisce “a singer, songwriter, musician, dancer, actor, performer and visual artist”. E infine, a chiudere il cerchio, c’è l’arruolamento nella Opal di Brian Eno, il padrino artistico del movimento No Wave, con la produzione della compilation “No New York“.

 

Dal punto di vista della direzione musicale, il discorso si fa più complesso: se proprio vogliamo trovare una classificazione potremmo inquadrare il gruppo nel dream pop, del quale però, il gruppo fornisce una visione personalizzata e appunto, potremmo dire, newyorchese.
Uno degli elementi più caratterizzanti degli Hugo Largo è l’utilizzo del doppio basso che, di fatto, sostituisce il ruolo della chitarra ritmica e delle percussioni. Questa promozione a protagonista di uno strumento tipicamente “gregario” come il basso elettrico è una mossa apparentemente insolita, ma che affonda le sue radici nel contesto storico dell’epoca. Gli anni 80 arrivano dopo il punk o, meglio, in una fase nella quale il punk era già stato metabolizzato e superato. Era l’epoca della new wave e il basso elettrico, anche in reazione agli eccessi solistici degli anni 70, si era ritagliato un inedito ruolo da protagonista. Basti pensare a Peter Hook, Peter Principle, Jah Wobble, Mick Karn, Sting, Paul Simonon, etc Grazie a loro, la componente ritmica, che prendeva ispirazione dal motorik di krauta memoria, rivitalizzandola con l’impeto del punk, trovava proprio nelle quattro robuste corde dello strumento la propria carne viva.
E anche nell’evoluzione della new wave nel corso degli eighties, le pulsazioni del basso rimanevano protagoniste ad esempio trasformandosi elettronicamente nelle linee ritmiche dei sintetizzatori del synth-pop o andando a formare l’anima morbida del dream pop e del cosiddetto “4AD sound”.
La scelta di basare tutta la struttura ritmica sul doppio basso, rinunciando sia alle percussioni che alla chitarra o al pianoforte, appare dunque perfettamente in linea con i propri tempi e anzi sembra ergere a paradigma la tendenza emersa alla fine degli anni 70.

Vi è poi la presenza del violino che, di fatto, va a rimpiazzare sia le tessiture armoniche delle tastiere che la la componente melodica della chitarra solista. Una scelta decisamente controcorrente rispetto al furore noise della scena newyorchese.

Infine c’è la protagonista principale, la voce di Mimi Goese, da cui siamo partiti con la mia “sparata” iniziale: in essa troviamo le caratteristiche tipiche delle voci femminili 4AD per antonomasia (il tono evocativo, l’estensione vocale amplissima e uno stile quasi operistico), ma anche una maggiore teatralità e cerebralità. Laddove Gerrard e Fraser sembrano delle creature ultraterrene, con la loro voce eterea e la loro impostazione ieratica, Goese con il suo approccio maggiormente intellettuale e avanguardistico fatto di balzi improvvisi di tonalità, di melodie talvolta spigolose veste la propria voce di un manto teatrale che la distanzia dalle altre due cantanti. Un istrionismo che la avvicina seppure con timbrica e caratteristiche vocali differenti a un’altra grandissima cantante britannica, Kate Bush. O per restare a New York, per alcuni aspetti può far pensare a una versione più educata e meno morbosa e psicotica di Lydia Lunch.

 

Il risultato finale di tutte queste componenti è un suono etereo e sospeso che dà vita a un’inedito art-dream pop da camera.

 

 

La band ha pubblicato due soli album che possono essere considerati delle vere e propri perle nascoste.

 

Il gruppo, dopo una cassetta autoprodotta nel 1985, esordisce ufficialmente con Drum”, un mini LP pubblicato nel 1987 per la Relativity (e riedito poi dalla Opal con due brani in più), con Michael Stipe alla produzione.
Il brano con cui la band si presenta al mondo, mettendo subito in evidenza il proprio marchio sonoro, è “Grow Wild”. Sull’intreccio dei due bassi si dispiega la litania del canto di Mimi Goese, ora dolce ora inquietante, così come il violino, che alterna svisate rumoristiche a fraseggi melodici. In un coro appare, lontana, anche la voce di Michael Stipe. L’atmosfera plumbea, e a tratti malsana, che permea il brano, viene però squarciata da lampi di luce. Questa abilità nell’affiancare ambientazioni cupe e luminose è una delle caratteristiche che rende la musica degli Hugo Largo unica.

(E’ solo una nota a margine e probabilmente solo una suggestione a posteriori, ma mi piace segnalarla: provate a sentire il brano attorno ai 35 secondi e ditemi se non si sentono analogie tra l’utilizzo del basso e del violino con quello che ne faranno i R.E.M. di Out of Time in “Low”. Che la collaborazione con gli Hugo Largo abbia lasciato qualche piccolo segno in Michael Stipe?)

Nel lento incedere e nella spettralità del brano poi, (e per estensione in tutta la musica della band) è facile ravvisare un’affinità con il suono scheletrico e l’andatura dilatata dei futuri post rock e slowcore.
Brani intensi e pieni di pathos come “Scream Trail”, “Country” ed “Eureka” (dove sentiamo questa volta in maniera più distinta, nell’intro e nei cori, la voce di Stipe), ricalcano la struttura del brano di apertura e danno modo a Goese di esprimere tutta la sua incredibile vocalità, passando da sussurri a vocalizzi improvvisi con impressionante naturalezza.

Country - Hugo Largo.wmv

I brani a cappella “Harpers” e “My favourite people” ci trasportano in case abbandonate e infestate da fantasmi, mentre la marziale “Second Skin” esibisce, nel ritornello, un improvviso e inaspettato intervento di percussioni, che proprio grazie all’effetto sorpresa, si dimostra particolarmente efficace

Per ultimi abbiamo lasciato i due episodi più luminosi: “Fancy” è una sorprendente cover dei Kinks di “Face to face”. Se l’originale dei Kinks è una nenia che pian pian piano assume colorazioni country blues, la versione degli Hugo Largo ne mantiene la fascinosa bellezza, declinandola però verso un folk da camera evocativo e sospeso, attraverso l’utilizzo di un bordone d’organo e del violino pizzicato.

Hugo Largo - Fancy

Elementi, questi ultimi, che ritroviamo, anche se in secondo piano, nella deliziosa “Eskimo Song”, apice melodico del disco, dove il basso e la voce, al vertice della propria espressività, la fanno da padrone.

“Drum”, pur nella sua brevità (meno di mezz’ora) è dunque un esordio sorprendentemente maturo. Michael Stipe. nell’inconsueto ruolo di produttore, veste il suono del gruppo con un abito spoglio ed essenziale ma perfetto per mettere in luce le caratteristiche del quartetto.

 

La band si mette subito nuovamente al lavoro e già l’anno dopo pubblica il secondo album Mettle, che, purtroppo, ora sappiamo essere anche il canto del cigno del quartetto.

Il gruppo, ora passato sotto l’egida di Brian Eno nella sua Opal, opta questa volta per l’autoproduzione; la trama sonora del gruppo non presenta particolari mutamenti ma il suono del disco è meno asciutto, più rotondo e suadente, e ciò che perde in spettralità lo guadagna in calore. Anche i brani questa volta sembrano pigiare maggiormente sul pedale della melodia, malinconica e avvolgente, come dimostra immediatamente “Turtle Song”, sorta di erede di “Eskimo Song”, e forse il brano più canonicamente “bello” del quartetto newyorkese; è difficile non abbandonarsi al vaporoso intreccio melodico tra voce, violino e linee di basso.

Turtle Song - Hugo Largo

Della stessa pasta sono fatte la meravigliosa Jungle Jim, con Goese che si esibisce in un’interpretazione memorabile da pelle d’oca e “Hot day”, culminante in un ritornello dalla melodia (tr)ascendente.
“4 brothers”, brano che ripropone le atmosfere di “Grow Wild”, mette in mostra un maestoso crescendo finale con la Goese e le sovraincisioni di violino sugli scudi.
“Ohio” sembra recuperare il suono scheletrico di “Drum” con i sussurri della Goese, sfuggenti arpeggi di basso e delicate pennellate di violino per poi evolvere in una breve e sorprendente coda con uno spiazzante intervento di pianoforte.
“Martha” invece, con il suo arpeggio di basso e le vampate di violino riverberato, si muove sul crinale tra la cupezza della strofa e la luminosità del ritornello.

Si collocano invece senza indecisioni nel lato oscuro, il cupo gorgo incantatore della sinuosa “Halfway Knowing”, con una Goese che rasenta lo stile di Diamanda Galas, e la lunga conclusione di Never Mind, che finalmente, nella coda, si apre a una suggestiva melodia.

Hugo Largo - Halfway Knowing

Si conclude così “Mettle, un ’album che mette in mostra una sottile evoluzione della band verso un suono meno cupo e più accessibile, senza però perdere nulla in termini di peso specifico.

 

Giungiamo così al termine della carriera discografica degli Hugo Largo, che si scioglieranno nel 1989. Nel 1990 tre dei quattro membri (manca all’appello Sommer ben avviato verso una carriera di discografico) metteranno in scena una breve reunion che però, purtroppo, non si concretizzerà in alcun album.

Hugo Largo: Unclear (live)

 

Quella degli Hugo Largo resta, dunque, una meteora nel panorama del rock anni ‘80, destinata a diventare una band di culto.

Ovviamente noi “fedeli” continuiamo ancora oggi a celebrare le gesta e a tenere viva la memoria del quartetto, che crediamo abbia raccolto meno di quanto meritasse. Pur nella breve vita infatti, la band ha dimostrato, non solo di possedere uno stile che osiamo definire, senza timore di essere smentiti, unico, ma anche l’abilità di abbinargli brani dalla scrittura raffinata ed efficace e arrangiamenti calibratissimi, con risultati davvero notevoli.

 

Quindi, non senza un pizzico di rimpianto per la fugacità dell’apparizione, continuiamo a farci incantare dalla loro musica senza tempo e a farci ammaliare dalla camaleontica voce di Mimi Goese. Non è forse lei, del resto, la miglior cantante del dream pop?