Li avevo persi di vista da un po’ i Manic Street Preachers.

Troppi dischi mancati per ascoltarne uno nuovo col rischio che, perso il filo della loro carriera, finisci magari per giudicare male. La sensazione però era che fossero finiti da tempo e che al massimo potessero regalare qualche buon colpo di coda, come ad esempio quel gran singolo di “The Love of Richard Nixon”.
Eppure, sotto sotto apprezzavo la loro prolificità, interpretandola come segno di orgoglio gallese, capace di persistere come soldati giapponesi che rimangono in guerra, quando tutti hanno ormai deposto le chitarre.

Poi vengo a sapere che l’ultimo disco, intitolato “The Ultra Vivid Lament”, “vale la pena” e mi precipito ad ascoltare. E mentre la voce di James Dean Bradfield scorre chiara e fresca, come la ricordavo, sulla chitarra e sui ritmi ostinati di quello spilungone di Nicky Wire, da sempre in coppia con Sean Moore, cerco di ricordare cosa rappresentano per me i Manic Street Preachers o cosa hanno rappresentato…
Un gruppo come i Manic Street Preachers non puoi che legarli alla tua emotività e alla tua vita: o così o non ne cogli l’essenza e dunque non li amerai mai. Per quanto mi riguarda, la prima volta li ho ascoltati grazie a un amico che mi aveva passato un loro CD. Quell’amico è ancora oggi una delle persone a cui sono più legato e questo mi induce ad avventurarmi in un parallelismo tra le amicizie di lunga data e le passioni che nutriamo nei confronti di certe band… Dopotutto, i punti in comune non mancano: quando ci si rincontra, in pausa dalle proprie vite, si ricordano i bei tempi andati e tutto quello che ha cementato il rapporto, nella speranza che – sebbene certe cose non torneranno più – magari, con le giuste condizioni, di bei momenti potrebbero essercene ancora.

Manic Street Preachers - Orwellian (Official Video)

 

Con “The Ultra Vivid Lament” succede più o meno la stessa cosa: undici episodi, tutti perfetti, magari non epocali e senza nessun singolo killer, ma comunque 45 minuti spesi in piacevole compagnia, come si trattasse di una bella serata passata con tre amici a sorseggiare qualcosa e a lubrificare ricordi, parole e sentimenti.

In questa arte conosco uno specialista. Uno che possiede la dote rara di trovare lucidità nel fondo di una bottiglia e che, sia detto per inciso, i Manic Street Preachers li conosce bene, avendo spesso appoggiato i propri magoni alle melodie di questi tre gallesi.

E in effetti è così che lo trovo, bicchiere alla mano, seduto al bar di un centro commerciale dove ama fermarsi a guardare la gente passare. Dice che gli danno l’impressione degli agnelli al pascolo e a quel punto gli viene più facile immaginarsi lupo.

 

Te li ricordi i Manic Street Preachers?

Certo che me li ricordo. Ricordo tutto di quell’ultimo singulto britannico. La class of ‘96…

Parliamo innanzitutto di Richey Edwards, così sgombriamo subito il tavolo dal fantasma del chitarrista che, nel 1995, all’indomani dell’uscita di “The Holy Bible” è sparito nel nulla per essere poi dichiarato morto nel 2008. Paul Morley una volta ha detto che “a un certo punto è scomparso e si presume sia morto come se non avesse trovato altro modo per realizzare il suo modo di entrare nella leggenda del rock n roll, se non quella di scomparire nel nulla”. Quello del vecchio Morley voleva essere un commento acido, ma credo che in qualche modo ci abbia preso: in Richey c’era l’ansia di vivere la retorica del rock n’ roll in maniera totale e senza ipocrisie (“4 Real”, giusto?) e forse alla fine c’è riuscito, più che per meriti strettamente musicali, per la maniera con cui ha vissuto una vita in cui, come diceva quel tale, “ha messo il genio, mentre nelle opere solo il talento”…

Io purtroppo credo che la risposta sia più concreta e meno attaccata alle leggende del rock and roll. Richey era un ragazzo fragile, così fragile che si è spezzato anzitempo. Il rock and roll gli ha concesso qualche barlume di felicità in più ma gli si è anche ritorto contro, accelerandone la fine. Non mi interessa se sia scomparso davvero o no, quelle sono leggende buone per Elvis o Morrison, gente che dapprima ha contribuito a forgiare il rock and roll, cavalcandolo, poi ne è stata disarcionata. Edwards è stata una vittima cosciente di sé stesso. Guarda il video di “Motorcycle Emptiness”, è l’unico dei quattro con lo sguardo fuggente, non fissa mai la camera, ha il volto sempre nascosto o girato da qualche altra parte. Vi è già il rifiuto dello stardom, sembra che voglia da subito perimetrarsi ‘a latere’. E siamo ai tempi del primo album eh. Non poteva durare. Non durò.

Parliamo un po’ della loro musica. Non erano beatlesiani, né fragili poeti che trasmettevano dalla loro cameretta. Le chitarre non erano jangle, ma così dure che, più che ai Clash, facevano pensare agli Hanoi Rocks… Insomma, cosa hanno rappresentato i Manic Street Preachers nell’Inghilterra di quegli anni?

I Manics sono stati la scheggia sotto l’unghia finemente smaltata. Hanno fatto da collante tra Suede e Idles (la taglio con l’accetta, ma mi hai capito). Quando gli Smiths sono usciti hanno rappresentato la cesura netta e definitiva con i synth che impazzavano all’epoca. Beh, i Manics hanno riportato il glam stradaiolo e i Clash dentro delle classifiche boccheggianti. Gli slogan situazionisti, le camicie dipinte con lo spray che nemmeno nel ’77, Mao, Andy Warhol, Brèton. Rock and roll caciarone ma intelligentissimo. Nicky Wire un superbo vergatore di liriche; pensa solo a quell’incipit: “Libraries gave us power, then work came and made us free”. Beh, è una frase da tatuarsi addosso. “Il Capitale” di Marx al Whiskey And Go-Go. O pensa ai titoli del loro debutto: “Methadone Pretty”, “Condemned to Rock And Roll”, “Spectators of Suicide”, “Born to End”, “Nat West-Barclays-Midlands-Lloyds”… Accidenti, ci stavano già dicendo tutto, al netto delle loro boutade tipo ‘venderemo 20 milioni di copie e poi ci scioglieremo’; quello era piegare l’industria ai loro voleri. O almeno il Bignami della loro iconografia dello spettacolo.

Quindi, tornando al succo della tua domanda: sono stati la lotta di classe all’interno del Melody Maker o del NME. “Hope Lies in the Proles”, dicevano. Ne avevamo bisogno, (anche) quello è il rock and roll. Tendiamo spesso a dimenticarlo.

Manic Street Preachers - Faster (Top Of The Pops 1994)

 

Parliamo della poetica del gruppo. I ragazzi hanno avuto da subito le idee chiare, se consideriamo che il primo disco avrebbe dovuto chiamarsi “Culture, Alienation, Boredom and Despair”.

Torno a Nicky Wire (e a Richey, sua speculare penna), poeti quasi ottocenteschi. I ragazzi non erano i soliti disadattati di provincia strafatti di birra e anfetamine. Vi erano letture colte, riferimenti alti (ma mai sbattuti sul muso dell’ascoltatore), idee chiare sulla cultura pop, rimandi mai banali. Dei Mark E. Smith edoardiani. Quello colpiva, la frattura tra un’immagine quasi da Motley Crüe, con tutti i rimandi a essa collegati, e il citare Sartre, Orwell e la Guerra di Catalogna. I Clash scrissero “Spanish Bombs”, i Manics si adattarono in “If you Tolerate this, then your Children will be next”. Pensa al passo con ‘So if I can shoot rabbits then I can shoot fascists’, preso da un contadino gallese che si era arruolato nella guerra civile spagnola. Converrai che – Clash a parte, appunto – non sono argomenti così comuni all’interno delle classifiche.

Il loro essere gallesi aveva a tuo avviso una particolare influenza nel loro modo di porsi? Erano ragazzi poco accomodanti e con la cultura britannica non erano certo teneri (a parte l’amore evidente per il glam rock più straccione…)? Erano anche in questo degli alieni, considerato il clima da cool britannia che stava montando?


Assolutamente sì, la provincia ti preserva dalle bolle di sapone e da tanta fuffa mediatica. Il Galles poi è davvero la provincia infima dell’Impero britannico. In quel momento storico, improvvisamente, sono arrivati i parìa dell’isola tutta e ci hanno sbattuto in faccia “Culture, Alienation, Boredom and Despair”. Avremmo potuto mai farne a meno?

Due parole su “Motorcycle Emptiness” vorrei spenderle però – al netto che è stata la MIA canzone degli anni Novanta – lì dentro c’è tutto. Ma veramente tutto. Il senso di delusione, la consapevolezza che non vi sarà mai redenzione, il prendere a pugni i rigidi paletti dell’industria discografica, il senso di fine imminente. E tutto questo sopra una canzone armonicamente perfetta. Un manifesto davvero socialista che spazza via, pisciandoci sopra, tutti i sedicenti filosofetti pelosi e da apericena che vorrebbero indicarci la strada con le loro mani mollicce. Quattro mocciosi di Blackwood scrivono il dazebao definitivo sopra le nostre anime.

Manic Street Preachers - Motorcycle Emptiness

 

I ragazzi non nascondevano certo da che parte stava il loro cuore a livello politico e spesso riuscivano a evitare la sloganistica pura (penso a versi From feudal serf to spender/ This wonderful world of purchase power/Just like lungs sucking on air/ Survival’s natural as sorrow, sorrow, sorrow). Il loro era più uno spleen socialista che gli veniva dall’eredità della loro terra e delle loro radici, un’identità che travalicava la mera appartenenza a una precisa parte politica (ad esempio nella citata “The Love Of Richard Nixon” finiscono per immedesimarsi addirittura con Tricky Dicky e scrivere una malinconica ed empatica canzone che vuole stare dalla parte dei reietti e dei perdenti della storia).

Sono d’accordo su quel singolo, credo sia stata l’ultima loro vera, grande canzone. Sul resto avevano una fortissima impronta territoriale che, come dicevo prima, li salvaguardava dai reflussi fortemente modaioli della capitale. L’esibirsi SEMPRE con la bandiera del Galles sopra gli amplificatori, ed esempio, era una fortissima connotazione politica, molto più degli slogan. Vi era il disagio degli anni Settanta e Ottanta, le lotte cruente dei minatori, il sentirsi sempre i reietti di una nazione. Ecco, i Manic Street Preachers, al netto degli occhi bistrati di Richey o i boa di piume di Nicky, erano tutto questo. Se lo siano ancora ho forti dubbi. Del resto c’è un tempo per pescare e uno per raccogliere le reti, si dice.

Manic Street Preachers - The Love of Richard Nixon

Hai definito “Everything Must Go” come l’ “Unknown Pleasures” della generazione brit pop, paragonando i Manic Street Preachers ai Joy Division, e ci potrebbe anche stare, se solo – sempre citandoti – “quel disco lo avessero suonato i Guns n’ Roses con Phil Spector in cabina di regia”.
Ma non è che, partendo dal medesimo senso di perdita (con Richie nel ruolo di Ian Curtis), con quell’album i Manic sono piuttosto riusciti a incidere il disco emotivo e liberatorio che i New Order non hanno mai voluto scrivere?
Uhm, buona teoria in effetti. Ma che non sposo appieno. Io lo sento eccome Richey dentro “Everything Must Go”, molte canzoni di quel disco contengono la sua penna e il suo plettro. C’è ancora, lì dentro, pur essendosi volatilizzato, consumato per troppo disamore. Hanno fatto quadrato con il fantasma. Per dieci anni un conto corrente aperto in contumacia a Richey Edwards ha raccolto le royalties spettanti all’uomo. Questo perimetra una band, più di mille dischi. I Manic Street Preachers, almeno fino a “Everything Must Go”, sono stati una entità socio-politica. Una cooperativa di intenti, chiusissima al suo interno (Dave Eringa pur avendo collaborato con loro dagli inizi assume il ruolo di membro occulto più o meno in quei giorni). Qualcosa che solo i Clash erano riusciti a fare. Ci vuole costanza, caparbietà e saper sublimare il dolore in un atto artistico. “The Holy Bible” è un capolavoro, ma “Everything Must Go” è il loro disco più rivoluzionario proprio perché non hanno avuto paura di mettersi davvero a nudo. What price now for a shallow piece of dignity?

Hai sentito l’ultimo disco?
Preferisco ricordarli ‘da vivi’. Intendiamoci, amerò sempre quello che hanno rappresentato – lo spieghi benissimo nel tuo cappello introduttivo – ma oggi vi è solo affetto, come incontrare un vecchio amore per strada. We don’t talk about love, we only want to get drunk.

As we are told that this is the end. No?

Manic Street Preachers - A Design For Life

 

N.B.

Se volete leggere gli altri episodi di “Dixon stalkerizza SirBilly” su argomenti come Menswear, Associates, Fall, Sparks cliccate pure sui link.

Se poi vi siete – come speriamo (per voi) – innamorati della penna di SirBilly, vi consigliamo di acquistare il romanzo Maida Vale, edito da Ronzani Editore, che il buon Sir ha scritto con lo pseudonimo di Michele Benetello. Trattasi di romanzo notevolissimo che non dovrebbe mancare in nessuna libreria, soprattutto se limitrofa a una corposa collezione di dischi…

Buona lettura!