Il nuovo lavoro degli Space Afrika,Honest Labour”, è stato negli ultimi mesi un affascinante rompicapo, su cui tornare più e più volte al fine di mettere a fuoco il giudizio, sospeso tra la fascinazione per le atmosfere evocate dal duo di Manchester e un senso di incompiutezza dovuto al suo girare in tondo alle cose, senza mai affondarvi dentro.

Oltre alla natura sfuggente del progetto Space Afrika (che a ogni uscita tende a implementare sempre più il proprio gradiente di rarefazione, deriva & destrutturazione), a suggerire di immergersi senza remore e con fiducia nel racconto notturno assemblato da Joshua Inyang e Joshua Reid, hanno poi provveduto – a mo’ di canto di sirena – tutti i riferimenti sonori disseminati nel disco. Minimalismo, ambient, dub, grime, soul, hip e trip-hop, illbient… insomma: tutto quello che negli ultimi anni ci ha affascinato di certa musica, per di più immerso nella soluzione fantasmagorica con cui l’elettronica inglese ha cominciato a baloccarsi (soprattutto) a partire dalla musica di Burial e dagli scritti di Mark Fisher.

Ascolto dopo ascolto, la tensione del disco verso l’astrazione, condotta tramite la sovrapposizione continua di frammenti che sembrano interrompere il brano un attimo prima del suo divenire, ha finito per svelare la vera bellezza del disco, ovvero la capacità di immergere l’ascoltatore in una continua dilazione temporale, tale per cui i 45 minuti dell’album sembrano durare almeno il doppio e ciò – lungi dal rappresentare un difetto – avviene grazie alla capacità immersiva che il disco sa provocare nell’ascoltatore.

Honest Labour”, titolo ispirato al soprannome con cui era noto un antenato nigeriano di Joshua Inyang, non si limita a rappresentare un catalogo destrutturato degli ultimi vent’anni di continuum hardcore britannico versante black british culture, né a costituirne una seppure mirabile sintesi, ma tende piuttosto a operare un superamento dei linguaggi e un rinnovamento della grammatica, in forza di un lavoro tutto interno alla dinamica del disco.

E così la stasi temporale dell’ambient diventa il liquido amniotico su cui far galleggiare in maniera inedita fantasmi ragga e presenze dreamy, frattaglie di voci (soul, spoken, dream pop) e frammenti di soundtrack e – ancora – disturbi sonori, rumori di massa elettrica e tutto quanto si è sedimentato nella nostra memoria in questi ultimi anni.

Space Afrika - "B£E (ft. Blackhaine)" (Official Video)

Una capacità di operare dilatazioni temporali influenzata certamente dalla genesi del disco, scritto e assemblato durante il lockdown. Il racconto per suoni degli Space Afrika non sembra avere per oggetto la notte dei club e della strada, capace di informare in diretta il suono, bensì la notte rivissuta tramite la propria memoria, interdetta dalle restrizioni del lockdown e ancora oggi non del tutto riconquistata. L’eterna dilazione temporale del disco non può dunque che richiamare alla mente il nostro tempo che, da quel marzo 2020, non fa altro che spostare in avanti il ritorno a una normalità che sembra non giungere più, suggerendo l’idea che un nuovo presente, più solitario e alienato, si sia ormai sostituito a un passato che stenta a ri-espandersi.

Se c’è, dunque, un disco capace di riassumere e mettere in musica il nostro particolare presente, quello è “Honest Labour”: la stasi irrequieta, la navigazione sfuggente che scivola sulla superficie delle cose, il chiacchiericcio bulimico, le confessioni senza conseguenze. Tutte cose che sfilano, lasciando un senso di dissipazione emotiva, che trova però il tempo di mettere in scena, nella traccia finale, la speranza malconcia della liberazione: un arpeggio puntinato di piano, una viola che canta il proprio struggimento e gli archi che spazzano via tutto, come folate di vento notturno.

Space Afrika - "Honest Labour (ft. HforSpirit)" (Official Audio)