… e poi quella voce – diomio, quella voce! – che ormai torna sempre più raramente e, quando lo fa, ti rendi conto di quanto ti sia mancata nel frattempo…

… che lotta per affiorare dagli scenari elettronici che Matteo Uggeri, l’altra metà del progetto Starlight Assembly, ha allestito mettendo assieme campionamenti, beat, elettronica e field recordings.

Ed è in questo scenario frammentato e cinematico, atmosferico ed avvolgente, che sporadicamente sale in cattedra la voce di Dominic Appleton ed è allora che il cuore perde un battito e sembra di sentire dei Breathless passati al setaccio digitale, rinvenuti come ritrovamenti emotivi in un hard disc altrimenti asettico…

… oasi melodiche in una scenografia virata in blu, di silicio e malinconia, sospesa tra glitch, fantasmi industrial e memorie di urbanizzazioni nineties, tracciate quando si aspettava un’apocalisse che poi non è mai giunta…

… in suo luogo, solo deserto e nessuna fantasia sul futuro, frammenti disossati e fantasmagoriche voci che interagiscono nel vuoto.

Matteo Uggeri è il demiurgo che manipola i paesaggi sonori, mentre la voce di Appleton ricerca l’hook nella reiterazione delle parole o vi è spesso costretta, lobotomizzata e sofferente, dall’ambiente sonoro apparecchiato per lei.

Poi però ci sono momenti come “Look What We’ve Wasted” che è forse la più bella canzone che ascolterete quest’anno, sapientemente piazzata in scaletta in modo che, dopo l’oscurità umbratile dei brani che la precedono, giunga come luce a rischiarare la scena…

… con la bellezza lunare delle sue linee melodiche incastrate alla perfezione tra gli elementi ritmici e armonici curati da Matteo che, per una volta, si adegua e si inchina alla storia dei Breathless, in un commovente gesto d’amore verso il compagno cui dona un vestito capace di luccicare nel buio.

Look What We've Wasted

Ma l’interazione fra i due raggiunge il vero apice emotivo nella bellissima “Long Goodbye”: archi struggenti e mantra salmodiante a fare da sfondo al numero solista di Dominic che declina spleen britannico da par suo…

… mentre le ritmiche scomposte si inventano frazionamenti e poliritmi senza mai compromettere il senso di struggimento di un brano, il cui ascolto imbarazza tutti noi per come pare violare l’intimità di due musicisti colti nella loro comunione più intensa.

Si stenta a credere che Matteo e Dominic non si siano mai incontrati per molti mesi e che l’interazione fosse tutta digitale sull’asse che corre tra Milano e Londra.

Questioni di sensibilità affini, probabilmente, che consentono ai due di scrivere e confezionare ad esempio quella bellissima preghiera laica di Still Air, che riecheggia l’ultimo David Sylvian di “Blemish”, fra trombe solitarie e un ritmo che si muove in maniera quasi impercettibile per l’orecchio, come fosse una creatura che vive con un suo battito e a nostra insaputa.

Ci sarebbe ancora da segnalare “Looking for Clues” i cui ricami ritmici richiamano Mick Karn e Steve Jansen, se solo i due ex Japan fossero saliti come Passengers al posto degli U2, ma tenendo Brian Eno come capotreno…

… oppure Bloodlines che rievoca con le sue chitarre arpeggiate e puntiformi fantasmi di quel post rock di cui gli Sparkle in Grey sono tutt’ora esponenti di pregio (e non è forse un caso se il brano sia stato oggetto di un bel remix da parte dei Pan American).

Ma serbiamo l’ultima segnalazione per “Unravelling”, brano meraviglioso, presente solo nel 7’’ allegato alla prima tiratura del disco, che – con il suo basso wave (a cura dell’ospite Ruben Camillas) e la melodia chiara e diretta – potrebbe benissimo trovarsi sul prossimo disco dei Breathless (che peraltro pare in uscita a inizio anno), non fosse per quella cassa elettronica e quei fiati campionati che si incastrano come un mosaico attorno al cantato.

Il resto del programma è un sublime catalogo di emotività wave e desolata malinconia, la ruga di un sorriso sereno che disegna sul viso un solco simile a quello dei vinili che più abbiamo amato della 4AD o della Tenor Vossa.

E’ il capolavoro di Matteo Uggeri che dipinge sceneggiature che non hanno bisogno di eventi, ma solo di scenari…

… e poi quella voce – diomio, quella voce! – che torna ormai sempre più raramente e quando lo fa ti rendi conto di quanto ti è mancata; che lotta per affiorare dagli scenari elettronici che…