Il mio rapporto coi My Morning Jacket di Jim James iniziò nel 2015, quando rimasi folgorato da “The Waterfall”, consigliatomi in maniera algoritmica da qualche server Spotify sparso per l’Europa.
Il mix letale di psichedelia, folk, melodie orecchiabili e pura americanità attecchì subito su di me, trasformandomi in pochi minuti in un ammiratore.

My Morning Jacket - Compound Fracture

La miscela di suoni, le reminiscenze di Beatles e Tom Petty, i mari di riverberi e synth che farebbero sicuramente invidia a band come Tame Impala e ai War On Drugs e, ancora, la delicata voce di James e le strutture non convenzionali dei brani rendevano la band di Louisville un faro nella scena indie rock del tempo, sia per autenticità che per unicità.
Da qui iniziò il mio viaggio alla scoperta di lavori come “Circuital” (2011), “Z” (2015), “At Dawn” (2001) e “It Still Moves” (2003).

Quando poi in pieno lockdown, a cinque anni dal capitolo uno, giunse la notizia della pubblicazione di “The Waterfall 2” non potevo che correre all’ascolto, rimanendo purtroppo però leggermente deluso: come parecchi sequel, “The Waterfall 2” convinceva solo a metà e lasciava l’amaro in bocca, non potendo schierare la stessa potenza sonora e la medesima espressività dei lavori precedenti (nonostante un comparto grafico di notevole impatto).

My Morning Jacket - Spinning My Wheels (Official Visualizer)

A distanza di poco più di un anno, arriva adesso l’annuncio di un altro album di inediti, intitolato semplicemente “My Morning Jacket”, distribuito dalla ATO e prodotto dallo stesso Jim James.
Ad accompagnare il breve comunicato stampa relativo al ritorno sulle scene della band, troviamo diversi singoli e video, tra cui la openerRegularly Scheduled Programming”, riuscita ballata psichedelica, dove la voce di James danza sopra un tappeto di synth e di chitarre spudoratamente anni ‘80:

My Morning Jacket - Regularly Scheduled Programming

Vengono estratti anche “Love Love Love” e “Complex”, i singoli più pop e radiofonici del disco, caratterizzati da un sottile equilibrio tra la delicatezza della voce e degli arrangiamenti e la potenza delle chitarre, che nel corso dell’opera si ritrovano spesso a ruggire.
Nonostante dei pezzi pop perfettamente riusciti, ciò che stupisce maggiormente del disco sono i brani più lunghi, che in alcuni episodi raggiungono quasi i dieci minuti. Brani in cui la band di Jim James riesce a dare ancor più risalto alla propria abilità tecnica e alla perizia negli arrangiamenti: a differenza di “The Waterfall 2”, la sensazione più evidente è quella che stavolta vi sia una forte narrazione alla base del progetto, capace con la propria forza coesiva di prendere per mano l’ascoltatore e condurlo tra dolci ballate e assoli esplosivi (notevole è quello di “Never in the Real World”, che sembra scritto da un Tom Petty in piena forma).

Insomma, “My Morning Jacket” è un gioiello di equilibrio, tecnica e psichedelia, che non si prefigge di reinventare i canoni del genere, ma piuttosto di interpretarli e declinarli secondo la propria visione.
E se l’anno scorso abbiamo apprezzato moltissimo American Head” dei Flaming Lips (ricordate quando Wayne Coyne blaterava che il suo disco era stato influenzato proprio da Tom Petty e i suoi Heartbreakers?), è difficile non lodare un ascolto del genere.

Francamente non crediamo che Jim James e soci puntino a essere ricordati come “coloro che riuscirono a fondere psichedelia e Tom Petty meglio dei Flaming Lips”, ma di certo – episodio dopo episodio e senza mai vergognarsi di citare in maniera esplicita la tradizione – si candidano al ruolo di pilastri del rock alternativo a stelle e strisce degli anni ‘10 e ‘20.