Forse vi sarà capitato di guardare il film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”. Se non lo avete fatto, il consiglio è quello di rimediare al più presto e, se invece lo avete già visto, siamo certi vi ricorderete del giovane e timido pubblicitario dai capelli rossi. Ebbene quel personaggio è interpretato da Caleb Landry Jones, che di mestiere principale fa l’attore, e pure molto bene come dimostra il recente premio di miglior attore al festival di Cannes per il film australiano “Nitram”, ma che in questa sede ci interessa per la pubblicazione del suo secondo disco, intitolato Gadzooks Vol. 1.
Di Caleb ci si ricorderà anche per le sue interpretazioni in “Antiviral” di Brandon Cronenberg, nella terza stagione di “Twin Peaks” o nel film “I morti non muoiono” di Jim Jarmusch. Il regista americano di “Down By Law” è un’altra personalità del cinema che bazzica con piacere il mondo della musica ed è infatti proprio quest’ultimo a scoprire che il pel di carota texano nascondeva, non solo un’ascendenza musicale familiare rappresentata da una genealogia di violinisti, ma anche una passione per la musica, concretizzatasi in centinaia di demo registrati in solitudine presso la fattoria di famiglia. Una volta ascoltati alcuni di questi nastri, Jarmush incita il ragazzo a intraprendere una carriera musicale e lo mette in contatto con la Sacred Bones, sua etichetta di fiducia.

Caleb si mette quindi al lavoro per registrare il suo esordio “The Mother Stone”. L’album, pubblicato nel 2020, é suonato per buona parte (voce, chitarra, tastiere, batteria e percussioni) dallo stesso Jones con l’aiuto, soprattutto per le parti orchestrali e di archi, di diversi musicisti (tra i quali spicca Robert Levon Been dei BRMC alla chitarra e Nick Jodoin dei Black Lips in veste di produttore).

OK, ma che musica fa Caleb Landry Jones? Credo che il migliore dei modi per rispondere sia quello di rifarsi proprio all’ambito di frequentazione originario dell’artista, ovvero il cinema. Prendiamo un attore dallo strabordante istrionismo come Jim Carrey. Immaginate che sul set gli venga data carta bianca, con un regista che, invece di disciplinarlo, lo inciti e ne stimoli l’estro. Non sappiamo se il risultato finale sarebbe un capolavoro o un disastro, ma di certo ne verrebbe fuori un lavoro schizofrenico e logorroico, stimolante e irritante allo stesso tempo; insomma delle montagne russe dove le emozioni e le sorprese non mancano, con il rischio che siano talmente tante da arrivare stremati al termine.
Ecco, “The Mother Stone” è così: un saliscendi psichedelico di invenzioni musicali e mescolanze di generi. Stuzzicante, ma stancante. Il primo brano “Flag Day/The Mother Stone” sintetizza perfettamente l’intero lavoro. Jones crea un caleidoscopio musicale, muovendosi repentinamente tra musical, vaudeville, pop barocco, psichedelia, glam e suggestioni sinfoniche e tutto questo in soli sette minuti! Su questo patchwork musicale si staglia la vocalità dell’autore dallo spiccato sapore lennoniano, mentre lo spiritello di un Barrett schizoide e anfetaminico veglia dall’alto.

Caleb Landry Jones - Flag Day / The Mother Stone (Official Music Video)

Dare un giudizio equilibrato su qualcosa così dissennata è davvero difficile, nonché rischioso, poiché la valutazione diventa strettamente legata all’attitudine personale. Personalmente, ho apprezzato davvero tanto il disco, proprio grazie alla sua capacità di stimolare in continuazione e alla sua natura perennemente mutevole, pur riconoscendone degli evidenti limiti nel negare a ogni spunto il tempo necessario per svilupparsi. E’ dunque un disco che travolge, piuttosto che ammaliare, a patto che, come nel mio caso, si sia amanti dell’irrequietezza sonora e che si sia alla ricerca dello stupore continuo, anche quando va a discapito di una coerente costruzione sonora.

Quando si è saputo che il 24 settembre, a solo un anno di distanza, sarebbe stato pubblicato Gadzooks Vol. 1” (non ci è dato sapere se il “Vol. 1” sia un calembour o effettivamente indichi la prima tranche di un lavoro composto da più parti), prodotto con la stessa squadra di lavoro dell’esordio, la curiosità era tanta.
Si è capito innanzitutto che quella della musica non era solamente una diversione dalla recitazione, ma una nuova e, presumibilmente duratura, via di sbocco per la proprie pulsioni artistiche.
La prima cosa che balza all’occhio come elemento di continuità e allo stesso tempo di distinzione, è la copertina che come il lavoro precedente va alla ricerca di una certa estetica del brutto e del freak: se però la cover del primo album raffigurava un nobile debosciato, nel secondo troviamo un’immagine sgargiante che ritrae un volto ambiguamente sospeso tra posa e autentica angoscia. Quindi da una parte un ambiente aulico seppur decadente, dall’altra una psichedelia psicotica. Che sia la spia di un cambio di direzione?
L’altro elemento che risalta è la durata del lavoro che segna un distacco netto: i quaranta minuti contro i sessanta abbondanti dell’esordio potrebbero essere interpretati come espressione di un maggiore senso della misura.

Il frammento iniziale, “Never Wet” è un altro indizio. Al posto della pomposità nevrotica dell’incipit di “The Mother Stone”, troviamo novanta secondi di glam rock arrembante: ritmica impetuosa, chitarre distorte e un arrangiamento di archi che, invece di disegnare barocchismi, rafforza tutto. Una partenza che sembra segnalare la volontà di trasporre in maniera più diretta i medesimi ingredienti dell’album precedente, pigiando il pedale dell’acceleratore psichedelico.
Sensazione confermata da una scaletta composta da episodi molto più concisi, legati assieme più per scelta di missaggio che per il desiderio di comporre una suite e che in generale cercano una forma più strutturata e meno incline al puzzle musicale, senza però che perdere lo spirito irregolare e psichedelico originario.
Ne è un fulgido esempio la ballata “Yesterday Will Come” dove il nostro mescola mirabilmente, nei canonici tre minuti o poco più, influenze beatlesiane, archi ora struggenti ora enfatici, rumori ed effetti assortiti e una vocalità che passa da toni accorati a vocalizzi in falsetto dalle tinte quasi soul, senza farsi mai mancare bizzarrie come sospiri utilizzati a mo’ di espediente ritmico.

Caleb Landry Jones - Yesterday Will Come (Official Audio Visualizer)

Altri vertici del disco sono “Bogie”, magistrale fusione tra i Beatles lennoniani e i Pink Floyd barrettiani di “Piper At The Gates of Dawn”, la trascinante power ballad pianistica, ma disturbata da distorsioni chitarristiche “California” e la ninna nanna psichedelica di “For A Short Time”.
Arriviamo quindi al brano conclusivo “This won’t come back”, ovvero la classica eccezione alla regola: qui Jones infatti, si lascia andare e tira fuori una suite di venti minuti. Si tratta di un vero e proprio colosso sonoro composto da cinque minuti di canzone in stile “patchwork” e da un’interminabile coda strumentale decisamente sperimentale e psichedelica, incorniciata da un finale delicato e melodico. Il risultato è un brano decisamente riuscito ma che, proprio per la sua tendenza all’eccesso, rischia di essere polarizzante nei giudizi, come raccontato in relazione all’esordio.

This Won't Come Back

Insomma, tirando le fila possiamo dire che con “Gadzooks Vol. 1” Caleb Landry Jones ha messo un po’ d’ordine negli appunti… ma non troppo. La sua musica si è leggermente spostata verso una forma canzone più “normale” ma, nella sua distintiva bizzarria, rischia di essere ancora troppo “dispersivo”; cosa che a seconda del proprio gusto può far storcere il naso oppure fare applaudire. Come già dichiarato prima, io rientro nella seconda casistica e, di conseguenza, il mio giudizio è positivo, ma sicuramente Jones difetta ancora di quel quid che occorre per “diventare grande”. L’impressione è che manchi ancora quel salto di qualità nella scrittura che farebbe passare in secondo piano il problema della “dispersività”.

Forse quindi è arrivato il momento per l’attore e musicista di decidere cosa vuol fare da grande e, riallacciandosi al suo mestiere principale, di sciogliere l’eterno dilemma: “Essere o non essere (un songwriter)?”