Kanye West può tranquillamente dirsi uno dei personaggi più controversi e odiati del millennio: chi di voi non ha mai pensato qualcosa di simile dopo una delle tante sparate del produttore e rapper di Chicago, oppure dopo la sua improbabile candidatura a presidente degli Stati Uniti o, ancora, dopo gli interventi non richiesti ai Grammy?

Eppure, Yeezus (soprannome a supporto del mastodontico ego del nostro) è pure uno dei personaggi più influenti degli ultimi anni e, anche su questo, non ammetto obiezioni.

Partendo dagli esordi come produttore (dietro “The Blueprint” di Jay-Z del 2001 c’è anche lui) e la firma con la Roc-a-Fella (etichetta di proprietà proprio dell’amico Jay-Z), si è arrivati al debutto come rapper con The College Dropout (2004), cui hanno fatto seguito il rivoluzionario “808’s And Heartbreaks” del 2008, la nascita della sua label G.O.O.D. Music (sotto Def Jam / Universal), il kolossal musicale (se proprio dovessi fare un paragone, direi che è l’equivalente di un film ad alto budget e tanti effetti speciali) di “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” (2010) e la svolta “industrial” di Yeezus, si è giunti agli episodi più recenti con un’unica costante: Kanye West è sempre stato in grado di offrire un contributo innovativo e qualitativo al mondo hip-hop, vuoi per l’enorme visione, vuoi per la propria capacità imprenditoriale o più semplicemente per la grande abilità nell’arrangiare sample e scrivere rime.

Kanye West - Gold Digger ft. Jamie Foxx

Personaggio e musica sono inscindibili, l’ego trip è parte integrante della personalità di West, così come il suo amore per il massimalismo e la perfezione negli arrangiamenti.
Sebbene fin dal debutto fosse chiara la volontà di emergere e suonare diversamente, pur pescando dalla tradizione soul, nel corso degli anni Kanye West ha saputo far genere a sé, diventando un punto di riferimento per talenti emergenti e critica.

Kanye West - Runaway (Video Version) ft. Pusha T

La magistrale capacità di cercare e stratificare sample delle tradizioni più disparate, unita a un lirismo sarcastico (spesso raggiunto anche con collaboratori e ghost writers, su stessa ammissione di West) e tagliente e alla innata capacità di dirigere i progetti, fanno di West un personaggio unico nello showbiz statunitense: probabilmente l’unico personaggio davvero affine è il magnate Jay-Z, che negli anni più che rapper è diventato discografico, imprenditore, manager di talenti (la sua Roc Nation conta centinaia di assistiti e diversi contratti con i maggiori campionati sportivi), e, che legato a Kanye da una storica collaborazione, ha pubblicato nel 2011 assieme al nostro l’eclettico joint albumWatch The Throne”.

JAY Z, Kanye West - Otis ft. Otis Redding

Il biennio 2009-2011 è fondamentale per lo sviluppo artistico di West: i suoi dischi iniziano ad essere sempre di più dei “colossal” musicali, ricchi di collaborazioni e con una eccezionale cura anche per la grafica e il comparto artistico. In questi anni iniziano le collaborazioni con l’amico, architetto, DJ e designer Virgil Abloh (Off-White, Louis Vuitton) e Riccardo Tisci.
Non è un caso che sia le cover che le realizzazioni fisiche di “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” e “Watch The Throne” spicchino per qualità e originalità.
E’ anche il biennio in cui la visione musicale del ragazzo di Chicago si dimostra talmente lungimirante da riuscire a lanciare i talenti più disparati: nel 2009 inizia la collaborazione con Justin Vernon dei Bon Iver (collaborazione che si protrarrà fino al 2016), mentre nel 2010/11 vengono messi su disco personaggi del calibro di Frank Ocean e John Legend, ben prima del loro successo commerciale.

La fama di artefice di talenti non scade con gli anni, anzi: West si dimostra sempre visionario nello scoprire nuove superstar e nel creare un ambiente a lui ottimale per la creazione di arte.
Tra i talenti lanciati da Kanye il nome recente più altisonante è sicuramente quello del texano Travis Scott, forse attualmente una delle più grandi superstar a livello mondiale.
Sono anni in cui la fama di Kanye cresce a dismisura, rendendo da un lato possibili collaborazioni imprenditoriali come quelle con Adidas per la linea di prodotti “Yeezy” (stipulata in concomitanza con l’uscita di “Yeezus”), dall’altro mostrando i primi segni di cedimento psicologico: viene resa pubblica una diagnosi di bipolarismo e Mr. West decide anche di entrare in politica, candidandosi come presidente degli Stati Uniti, a testimonianza dell’ego smisurato del ragazzo di Chicago.

Kanye West - BLKKK SKKKN HEAD (Explicit)

Dal punto di vista musicale, se “Yeezus” è un disco estremamente elettronico, sperimentale (tra i produttori troviamo, tra gli altri, Daft Punk, Arca e Gesaffelstein) e a tratti industrial, “The Life Of Pablo” del 2016 risente fortemente di influenze gospel e ultra-religiose, che sono le stesse che caratterizzano anche “Jesus Is King del 2019.
Negli anni West produce, lancia e dirige innumerevoli progetti in diverse arti, dalla musica alla moda alla politica, riuscendo sempre a mettere in mostra il suo ego e a non passare mai inosservato. E tutto questo riuscendo a dare al pubblico prodotti sempre innovativi e freschi, sfidando spesso aspettative decisamente alte: ne sono esempio “ye”, “Nasir” prodotto per Nas, “DAYTONA” di Pusha T e l’album di collaborazione “KIDS SEE GHOSTS col socio Kid Cudi, tutti datati Giugno 2018.

Negli anni West si cimenta anche nel ruolo di “pastore”, e regolarmente celebra la “messa” col suo Sunday Service Choir, in cui reinterpreta brani della tradizione soul e canti religiosi, segno sempre più concreto della sua conversione.

 

Ma veniamo finalmente a “DONDA”, pubblicato il 29 Agosto del 2021, a “sorpresa”, di domenica.
L’album è stato annunciato l’anno scorso, per poi essere rimandato in maniera indefinita, in pieno stile West, come accaduto anche per “Life of Pablo” e innumerevoli altri lavori.
I tre “listening party” tenutisi tra Atlanta e Chicago hanno creato un’attenzione mediatica non indifferente: non si era mai visto un artista riempire tre stadi per presentare un disco ancora non uscito, anzi, ancora in fase di demo.
Corpi di ballo, fuochi d’artificio, ascensioni, case bruciate: i listening party sono stati un successo, facendo montare l’hype alle stelle, fino a quando “DONDA”, il tributo finale di Kanye alla madre scomparsa nel 2007, è uscito pochi giorni dopo, senza annunci, con uno sfondo nero come copertina, presentandosi con quasi due ore di musica e nessun featuring specificato, se non quelli ascoltati nei listening party.
Per aumentare il gossip musicale, subito dopo l’uscita West dichiara che l’Universal ha pubblicato il lavoro senza consenso, ma il post di polemica viene presto cancellato e dunque ci si può finalmente dedicare al disco. “DONDA” è qui, fruibile per tutti.

La signora West è il soggetto principale dell’album, come testimonia il cacofonico intro, che ripete fino all’ossessione questo nome.
Gli ospiti sono tantissimi e si disvelano soltanto con l’ascolto di questo lunghissimo viaggio che parte dal riff di chitarra riverberata di Jail con Kanye che canta la sua strofa con un’intonazione quasi gospel e l’entrata di un Jay-Z ispiratissimo: i due tornano col primo featuring dopo 10 anni (“This might be the return of the throne”).
I brani risentono tutti di una produzione curatissima ed eccezionale dal punto di vista tecnico: i mix suonano tutti puliti, angelici, cupi al punto giusto, e anche i numerosi ospiti danno il meglio di sé con strofe che parlano di redenzione, spiritualità e religione.

Tra i migliori featuring segnaliamo quello di Playboi Carti in “Off The Grid”, brano dalle sonorità trap, il contributo della strana coppia The Weeknd / Lil Baby in “Hurricane”, uno dei brani più azzeccati e pop del disco, dove gli armoniosi ritornelli del canadese interrompono il duetto estremamente a fuoco dei due rapper, l’apporto della coppia di Buffalo Westside Gunn / Conway in “Keep My Spirit Alive”, fino al picco rappresentato dall’intervento di Jay Electronica in “Jesus Lord”, dove la strofa del misterioso rapper per stile e contenuto stacca tutti per distacco.
Gli altri ospiti, per quanto convincenti e a loro agio nel beat, non si dimostrano capaci di lasciare il segno: si susseguono quasi a raffica personaggi come Travis Scott, Baby Keem, Chris Brown, Lil Yachty, Kid Cudi, Lil Durk, DaBaby, Marilyn Manson, ma pochi restano nell’immaginario.

Le produzioni sono affidate al fido Mike Dean e a personaggi come Gesaffelstein, Swizz Beatz, Boi-1Da, Louis Bell e tanti altri, ed è importante sottolineare come mix e master siano stati affidati all’italianissimo Mirko Serra, in arte Irko.

Quello che stupisce di “Donda” è che i brani che più colpiscono sono quelli meno hip-hop della scaletta. Alludo a pezzi come “Come To Life”, “Heaven and Hell”, “No Child Left Behind”, dove la tradizione gospel si fonde perfettamente con l’iperproduzione e il massimalismo a-là West: inseriti in scaletta al momento giusto sembrano rappresentare la vera essenza di “DONDA”, suggerendo quasi che a fare da contorno sia invece la componente rap del disco.

Kanye West - Come to Life (Official Video)

La sensazione che “DONDA” trasmette è quella di un lavoro estremamente sentito, ma forse incompiuto, come testimonia l’estrema lunghezza e la presenza di diversi brani che non appaiono necessari allo scopo finale.
Che sia stato l’ego smisurato di West a spingere per un prodotto così prolisso e sconnesso oppure la Universal non lo sapremo mai: quello che invece possiamo dire è che “DONDA” vanta dei picchi altissimi, laddove riesce a focalizzarsi sull’anima del progetto (il gospel, la religiosità e la spiritualità) e che piaccia o meno costituisce uno spaccato della scena rap attuale.
La sensazione che traspare è che Kanye abbia perso il controllo di se stesso e dell’opera: lo testimoniano i continui ritardi nella pubblicazione, gli album annunciati e mai scritti (“Yandhi” nel 2018 o “God’s Country”, forse il prototipo di “DONDA”), o le continue modifiche ai brani post-pubblicazione: West ha infatti cambiato più volte delle strofe sia in “Yeezus” che in “Life of Pablo” e ha recentemente modificato i brani “Keep My Spirit Alive” e “New Again” su “Donda”, rimuovendo due collaborazioni e cantando lui stesso le parti degli altri
Il magico direttore d’orchestra che una decina d’anni fa ci regalava un capolavoro dopo l’altro sembra bloccato in un limbo creativo, da una parte legato agli scheletri del passato, dall’altra al nuovo “ye”.

Purtroppo, salvo le poche eccezioni prima citate, al di là della produzione cristallina e di una lucida scelta dei suoni, quasi nessun brano spicca realmente.

Insomma, al di là degli spettacolari e pirotecnici party negli stadi è mancato qualcosa: magari l’assenza di sonorità affini al palato del pubblico europeo o forse la mancanza di singoli killer capace di trainare l’album.
Nel suo essere cartina al tornasole dello stato dell’arte della scena rap attuale, “Donda” spinge anche a una riflessioni: se questa scena oggi non riesce a convincere e gli unici a spiccare sono i due indipendenti più in voga e un rapper misterioso di cui si sa pochissimo, ma che scrive i brani a mezzo mondo, forse è segno che è ora che sopraggiunga qualche cambiamento.
Se c’è qualcosa che possiamo recriminare a Kanye West, è il non essere andato fino in fondo e non avere avuto una visione demiurgica tale da consentirgli di realizzare “DONDA” fino in fondo.
E’ un peccato sia perché il potenziale derivante dai listening party e da una promozione così inusuale era immenso, sia perché West ci ha abituato a episodi di “art direction” ben più riusciti di questo.

Insomma, volevo poter dire un “WOW!” più convinto, ma invece devo limitarmi a qualche sporadica esaltazione.

Per chiudere, “DONDA” non è certo il miglior disco di Kanye West, ma vanta alcuni tra i pezzi di più belli mai scritti dal nostro, senza ombra di dubbio.

The Line consiglia: “Jesus Lord”, “No Child Left Behind”, “Come to Life”, “Jail”, “Heaven and Hell”, “24”.

Au revoir, Kanye!