La storia è questa: conosciamo questo ragazzo di Barcellona e cominciamo a chiacchierare di musica. Si propone di scrivere qualche riga sul nuovo disco di St. Vincent e la cosa ci piace al punto che le suddette righe finiscono QUI. Poi succede che il tipo comincia a millantare amicizie altolocate. Sostiene – ad esempio – di essere amico nientepopodimeno che di Ian McCulloch, creatura mitica che in questo blog viene venerata con devozione da anni.Il fatto è che il Miguel Trape in questione non sostiene di essere semplicemente un conoscente di Ian, ma proprio “amico” con tanto di dediche ai concerti, inviti a session di registrazioni etc etc. Che dire? Prima di dargli del cazzaro spagnolo e considerato che il ragazzo sembrava davvero convinto, gli abbiamo chiesto – con il tono burbero dei giornalisti consumati (che ovviamente non siamo) – di darci la prova di tale amicizia. E Miguel le prove ce le ha fornite scrivendoci queste righe che, oltre a raccontare una bella e strana storia di amicizia, ha fugato ogni dubbio circa la veridicità delle sue affermazioni con tanto di link a documenti video e audio a supporto.

Diavolo di uno spagnolo!

Buona lettura.

 * * * *

Anche per un appassionato allo stadio terminale che sulla musica ha edificato la propria intera esistenza non risulta facile ricordare il momento esatto in cui ha avuto inizio questo percorso di gioia, esaltazione e, ahimè, senso di assuefazione come neanche la più pesante delle droghe può provocare. Se ne conserva giusto una vaga idea… un amico, il fratello maggiore, il fratello maggiore dell’amico di prima etc …

Stranamente però tutti ricordiamo perfettamente il primo disco che abbiamo acquistato. Quantomeno il primo disco “adulto”, quello (più o meno) consapevole. Si tratta probabilmente dell’eccitazione che accompagna tale acquisto a farlo imprimere nella memoria e quel suo essere segno inequivocabile che non si tratterà di un semplice “hobby”, ma di una passione che presto diventerà mania, se non – appunto – dipendenza. Per gran parte della mia generazione, il momento dell’ingresso in un negozio di dischi ha rappresentato la discesa nella “tana del coniglio”, l’inizio dell’esplorazione di quel paese delle meraviglie che è la Musica.
Nel mio caso, il primo album “adulto” è stato “Starless and the Bible Black” dei King Crimson. Un disco talmente denso del quale – dal basso dei miei sedici anni – credo di aver capito davvero poco, ma era quello che ascoltava il fratello più grande del mio amico Jordi e non potevo che cercare di essere all’altezza. C’è anche da dire che il prog-rock non sarebbe mai diventato la mia tazza di tè… E se il prog mi sembrava davvero una musica “vecchia”, i volti truci dei punk mi atterrivano non poco. Molto più nelle mie corde si dimostrarono, invece, i gruppi della new wave e del post-punk di cui leggevo sul NME e sul Melody Makers. Roba che arrivava dall’Inghilterra e mi permetteva – come surplus non irrilevante – di sfoggiare un sano “snobismo” verso il resto del mondo che non sapeva nemmeno chi fossero i Magazine.
Ma veniamo a noi: è il 1980 e il mio occhio cade sull’annuncio di un album dalla copertina più bella che avessi mai visto: “Heaven Up Here“. Il nome degli Echo and the Bunnymen mi era noto per aver fatto capolino nelle liste dei dischi migliori del 1979, purtroppo però il loro disco d’esordio non era uscito in Spagna e non ero riuscito né a comprarlo, né ad ascoltarlo (altri tempi!).
Però… la bellezza di quella copertina, la coolness incredibile della band, quel nome così fascinoso, la loro provenienza (Liverpool!), il mistero che li avvolgeva (nessuno dei miei “conoscenti” li conosceva…) furono tutti elementi che resero gli Echo il mio nuovo gruppo preferito… e tutto questo senza nemmeno averli ascoltati!

Riuscii a comprare il disco quell’estate in Inghilterra: ricordo ancora l’attesa di quei giorni di vacanza in terra d’Albione in cui mi rigiravo quella sublima copertina tra le mani senza poterne ascoltare una sola nota (non avevo mica un giradischi dappresso!). E intanto fantasticavo su una musica che sapevo non mi avrebbe deluso. E così fu: non appena tornato in Spagna, con l’emozione tipica delle “prime volte”, misi su il disco e quello che ascoltai superò la mia fervida immaginazione: la chitarra di Will Sergeant nell’intro di “Show of Strength“, l’ingresso del basso di Les Pattinson, la batteria ipnotica di Pete de Freitas; quarantacinque secondi che mi tolsero il fiato e poi… l’ingresso della voce di Ian McCulloch. Una di quelle che cose che non smetterà mai di commuovermi anche oggi che di anni ne sono passati quaranta da quel primo ascolto. La seconda canzone “With a Hip” poi provvide a sigillare definitivamente la mia storia d’amore con gli Echo and the Bunnymen. Da allora sono stato un fan terminale degli Echo, attendendo con una impazienza da patologia clinica ogni disco successivo, compreso quel “Ocean Rain” che secondo Ian McCulloch rappresenta il miglior album della storia del rock. Andai persino al mitico concerto alla Royal Albert Hall del 1983!

Echo and The Bunnymen - Never Stop The Royal Albert Hall 1983 HD


Quello fu forse l’apice del mio amore per gli Echo. A partire dal quinto album, cominciai a perdere interesse (mi sembrava fossero diventati un “has been“), mentre abbandonai del tutto il gruppo quando McCulloch decise di mollare e Will ebbe l’audacia, al limite della blasfemia, di pubblicare un album con il nome di EATB senza Mac (Echo and the Bogusmen li chiamò Mac). Per la cronaca, come molti amanti della prima ora del gruppo, riacquistai interesse nella band non appena Will e Ian tornarono assieme, dopo il magnifico e ingiustamente sottovalutato progetto degli Electrafixation.

Se questo è il preambolo (giovane maniaco di musica con speciale predilezione per gli Echo and The Bunnyman) tocca adesso parlare della mia amicizia con Ian McCulloch, “Mac” per gli amici, anche se io per pudore continuo a chiamarlo Ian.
Lasciamo per un attimo ai suoi ascolti il ragazzino spagnolo che vedeva il proprio idolo come una divinità irraggiungibile e andiamo al 2006, anno in cui lo stesso ragazzino divenuto adulto lavora presso una catena di alberghi di Marbella, cui viene data l’opportunità di sponsorizzare un festival musicale a Malaga, dal programma davvero straordinario. Tra le band presenti in cartellone vie erano molti dei miei gruppi preferiti del tempo: Belle and Sebastian, The Divine Comedy, Mercury Rev etc … ma su tutti spiccavano due nomi: Van Morrison ed – colpo al cuore! – gli Echo and the Bunnymen.

Se il burbero Van decise alla fine di non presentarsi (ci sono circa 50 km tra Malaga e Marbella e lui sempre dorme vicino ai posti dove canta), il resto degli artisti non solo si presentò come da ingaggio, ma mi diede anche la possibilità di incontrarli a uno a uno e farmi firmare da ognuno di loro i dischi delle rispettive band (sì, lo so: sono ancora un ragazzino per certe cose…).
Purtroppo, sfortuna volle che il giorno del concerto degli Echo non mi fosse possibile essere presente, ma mi ero premurato di far alloggiare McCulloch nella suite migliore, con fornitura imperiale di bottiglie di champagne e precise istruzioni su come dovesse essere trattato (“come un re! che dico? una divinità!”).

Immaginate dunque la mia sorpresa quando ricevo una chiamata dall’albergo e dall’altro capo vengo accolto da una voce roca con accento da scouser di Liverpool che rendeva quasi ininteleggibili le parole: “Hello Miguel, this Ian Mc Culloch“.
Ammetto di essere rimasto di pietra e, dopo qualche interminabile secondo di catatonico silenzio, ho cercato di fare appello a tutte le mie forze da uomo adulto, ma… tutto quello che sono riuscito a dire è stato un banalissimo: “Ciao Ian, sono il tuo più grande fan“.
Lo so, lo so: tutta una vita ad aspettare di incontrare uno dei musicisti che più ammiri e che più hanno contato nella tua vita e alla fine reagisci come un fan quindicenne della peggior specie.
Per fortuna, la paresi cerebrale che, data l’emozione mi aveva colto, ha piano piano cominciato a dissolversi e sono riuscito a raccontare a Ian la mia storia d’amore per la sua band e come “Heaven up Here” fosse il mio disco della vita e “With a Hip” una delle mie canzoni preferite di sempre. Alla fine, dopo una conversazione in cui ho dovuto fare dei veri sforzi per capirlo (è curioso quanto sia forte il suo accento quando parla e come sia inesistente quando canta) l’ho invitato a trascorrere qualche giorno in hotel, sfidandolo in un duetto su “With a hip” accompagnandoci con il pianoforte della hall.

Echo & The Bunnymen Live @ Rockpalast 1983 03 - With A Hip

Pensavo fosse chiusa lì… e invece ricevo una chiamata di Ian che per sdebitarsi mi invita a Liverpool, per andare ad Anfield e per visitare gli studi di registrazione di Parr Street.
E’ il novembre 2006, quando volo a Liverpool e alloggio al Marriott, l’unico hotel decente in una Liverpool che sino a quattordici anni fa era una città molto più brutta di quella che è oggi. Il programma è quello di andare a vedere una partita di Champions: Liverpool – Girondins de Bordeaux.

Dunque, ricapitoliamo: mi trovo nella hall dell’albergo e aspetto che Ian McCulloch appaia da quelle porte girevoli per andare a vedere la partita come fossimo due amiconi. Non so se vi rendete conto quanto fosse surreale quella situazione… quando ecco che finalmente LUI entra.
E’ molto più alto di quanto immaginassi e, nonostante sia già notte, indossa degli occhiali da sole (non per vezzo da rockstar scoprirò: ha un problema alla vista ed è inoltre molto miope). Indossa un giubbotto nero e dei jeans che hanno visto tempi migliori. Mi saluta abbracciandomi, mi chiama “amigo” e andiamo allo stadio nel taxi di un suo amico che gli fa sempre d’autista, in quanto Mac non ha la patente. Io sono sotto shock, essendomi ritrasformato nuovamente nel fan quindicenne che – a quanto scopro in quel momento – non era mai andato via!

Prima di arrivare allo stadio, entriamo in un negozio di liquori e compriamo una bottiglia di whisky da mezzo litro. “E’ per la partita” dice. Il fan quindicenne non accenna a riprendersi ed è già ubriaco al solo pensiero di vedere una partita di calcio sorseggiando del whisky col suo vecchio amico Mac (faccio notare che a me il whisky non piace, ma non credo non vogliate sapere cosa sarei stato disposto a bere in quella occasione se solo Mac me lo avesse ordinato…).
La partita non ve la racconto, ma per la cronaca e gli enciclopedisti finisce 3-0 (Luis García 2, Gerrard). Più interessante è stato vedere Mac cantare assieme a tutto lo stadio “You’ll never walk alone” (preciso: una roba che, con o senza Ian McCulloch, è comunque da pelle d’oca) e in generale tutte le altre perle del “Mersey hooligan Pop” come “Steven Gerrard Gerrard is better than fucking ass” o “Luis Garcia, he drinks sangria...” (capisco in quel momento che non tutti i fanatici del Liverpool hanno una laurea in poesia medievale inglese…).
Dopo la partita e una cena spesa cercando di decifrare quel suo diabolico accento da “scouser”, mi porta nel suo studio dove fino alle quattro del mattino non smette di raccontarmi aneddoti sui suoi rapporti con gente come Lou Reed, David Bowie o Ian Broudie, sulla storia del gruppo e su episodi che lo hanno fatto stare davvero male come la morte di Pete De Freitas. Mi racconta dei vari colleghi e di come Julian Cope sia una testa di cazzo, Jim Kerr uno che per sua stessa ammissione ha sempre cercato il successo e di come odi quel maledetto Bono Vox.

Da quella serata splendida, non solo per quel fan quindicenne ma anche per l’uomo che ero diventato, abbiamo iniziato a sentirci regolarmente: lui non risponde mai al telefono, ma replica quasi sempre con dei messaggi. Abbiamo continuato a vederci soprattutto ai concerti degli Echo a Liverpool, dove ho sempre trovato per me un pass “Access All Areas“.
In una di queste occasioni, conoscendo la sua passione per il calcio, ho deciso di sdebitarmi portandogli la maglia del FC Barcelona autografata da Ronaldinho. Gliela consegno nel backstage, lo trovo con i suoi occhiali scuri e una birra a fianco, nel suo camerino personale che è sempre separato dal resto della band. Quando gli mostro la maglietta noto che mi guarda con una faccia profondamente sorpresa. Si alza e mi abbraccia. Io penso che deve aver bevuto davvero un sacco di birra se, da inglese qual è, si lascia andare a tali manifestazioni di affetto. Dopo il concerto al mattino trovo un SMS in cui Mac che si limita a dire: “You’ve got a friend“.
Ho poi saputo come McCullouch si trovasse in un momento piuttosto difficile: stava rompendo con la sua donna, si sentiva piuttosto solo e quel regalo lo aveva commosso. Insomma, era arrivato al “posto giusto al momento giusto” o forse è uno di quei casi che dimostrano come “no good deed goes unpunished”.
Da allora sono stato un habitué dei concerti Echo And The Bunnymen in Spagna e nel Regno Unito, diventando di fatto come quel fan di cui parla Ray Davies in Rock and Roll Fantasy dei Kinks: “I´ve seen him low and I’ve seen him high“.

Questo è tutto. Ma da buon maniaco musicale non posso che concludere questa mia memoria snocciolando la Top Five dei migliori concerti degli Echo And The Bunnymen cui ho assistito:

5. Valencia / Barcellona / San Sebastian Tour 2018 di “The Stars, The Ocean and the Moon”:
A pari merito le date di San Sebastian, Valencia e Barcellona, in quanto facevano parte dello stesso tour. Tre concerti grandiosi in cui peraltro vengo salutato ogni volta con il pubblico a chiedersi chi diavolo fosse questo Miguel!
A San Sebastian, lo incontro dopo il concerto e davanti a mia moglie mi dice: “Pensavo che l’ubriaco che vedevo tra il pubblico fossi tu” mia moglie sta ancora ridendo.
A Barcellona mangiamo assieme prima del concerto: io avevo prenotato un bel ristorante, ma lui ha preferito alcune tapas infette in un bar vicino.
A Valencia, dopo il concerto ci concediamo persino una “vuelta al ruedo”;

4. Barcellona – Pueblo Español: Primavera Sound 2011.
Mi aveva dato buca per mangiare assieme, ma una volta sul palco urla: “Miguel, dov’è la mia maglia di Messi?“. Sapeva che gliela avrei portata…

3. Kingston Upon Thames 2017, Una serata con Ian McCulloch:
Bellissimo concerto in solitaria. Una serie di aneddoti (difficili a volte da capire… sempre per quel suo maledetto accento “scouser”!) intervallati da canzoni suonate all’osso. Sapendomi tra il pubblico mi invita a salire con lui sul palco, ma avevo troppa vergogna (un vero torero, io, eh!). Ci abbracciamo poi nel camerino e gli consegno la maglia firmata Luis Suarez: grazie a me, Mac ha una notevole collezione di maglie autografate da giocatori del Barcellona!;

2 – Liverpool 2008:
Il concerto in cui gli regalai la maglia di Ronaldinho. Che dire? Per me indimenticabile!

1 – Liverpool – Liverpool Olympia Dicembre 2011:
Ovvero il momento più alto della mia carriera di amico-fan di Mac. In occasione di un tour in cui la band riproponeva due dei loro dischi più belli, “Crocodiles” e “Heaven Up Here”, avviene l’apoteosi! Alla fine della mia canzone preferita “With a Hip” (sì, quella che poi non abbiamo mai eseguito in duo al pianoforte) dice: “That was for Miguel Trapé” (potete verificarlo al minuto 43 e 25 secondi:

Echo & The Bunnymen - Do It Clean - Live 2011 (Full Album)

Due secondi di gloria, con il mio nome scandito perfettamente prima che l’impenetrabile accento “scouser” ritornasse al suo posto. Inutile dire che ho quasi pianto dall’emozione, soprattutto quando nel back stage mi ha detto che quello era il suo modo di ricambiare la mia amicizia. Dal concerto peraltro è stato tratto un CD che viene venduto ai concerti, “Echo and The Bunnymen: Do it Clean Live at the Liverpool Olympia 11th December 2010″, e dove è possibile ascoltare distintamente la famosa frase: That was for Miguel Trape

 

SONO STORIA VIVENTE DEL ROCK, Bitches …

 

(Una volta un ragazzo di Seattle in gruppo Facebook di fan degli Echo And The Bunnymen mi ha chiesto “Sei QUEL Miguel Trapé?!” Beh, se non sono un mito tra i fan di Mac… almeno sono un tipo conosciuto!!)
Ad ogni modo, la nostra strana amicizia mi ha concesso il privilegio di ascoltare molte canzoni in anteprima e di sentirne anche qualcuna inedita.
Di tanto in tanto ci si sente, di solito è lui che chiama o manda degli SMS, ma continua a non rispondere mai al telefono. Ci sentiamo a Natale e per i compleanni (che peraltro sono ravvicinati e distano solo tre giorni). Insomma, un’amicizia strana, come detto, ma anche generosa, nata da circostanze particolari e imprevedibili e che ha finito per legare indissolubilmente dentro di me l’uomo maturo e il fan quindicenne. Mentre aspetto il prossimo tour degli Echo and The Bunnymen, la nuova ristampa in vinile di “Do it Clean” o magari qualche segno di vita del mio amico o semplicemente guardo con malinconia e affetto la raccolta completa e con tanto di dedica della discografia del mio AMICO: Ian McCulloch.