SPANO è il nome del progetto, del titolo del disco, ma soprattutto una sigla misteriosa sotto la cui egida si consuma l’affascinante incontro di due mondi musicali e la fusione senza soluzione di continuità tra i paesaggi tratteggiati dalla chitarra avant di un musicista difficile da catalogare e le arti magiche di un manipolatore del suono di scuola hip-hop.

Gli artisti coinvolti nel progetto (il chitarrista Paolo Spaccamonti e il beatmaker Stefano “Fano” Roman) sono diventati negli ultimi anni dei nomi caldi delle rispettive scene: Spaccamonti per il suo prolifico eclettismo che recentemente ha spaziato dalla composizione di colonne sonore fino al flirt filo industrial al fianco di Daniele Brusaschetto; Fano è un producer che dell’hip-hop ha frequentato sia i giri più underground che quelli più propriamente mainstream (producendo ad esempio basi per Clementino).

Data la presenza di tali pesi massimi e di rumours che parlavano di affinità con artisti del calibro di Portishead e Boards of Canada, il rischio che la montagna potesse partorire il celebre topolino c’era…

Per fortuna, i timori sono stati smentiti: si tratta di un lavoro in cui l’interazione tra i due musicisti risulta perfettamente risolta, mostrando due linguaggi per nulla giustapposti, ma che sembrano naturalmente completarsi.

La cosa non stupisce se consideriamo come la natura dell’hip-hop sia proprio quella di fagocitare ogni influenza musicale per poi risputarla secondo una propria visione, mentre il chitarrismo avant di derivazione post-rock per sua natura tende a voler superare la grammatica rock, wave o noise, andando in cerca di soluzioni e sintesi inedite.

Quello che ne viene fuori è un disco di hip hop strumentale in cui le armonie vengono affidate a sintetizzatori che pulsano e chitarre che diventano scie luminose come avviene in “Esther”, brano in cui lo spazio sonoro si riempie di rumore bianco come fosse un gas che acquista volume in maniera minacciosa. Stessa magia che riesce in “Horace” in cui il “trattamento” di Fano fa lievitare diverse linee di chitarra per coglierne i clangori durante l’ascesa.

SPANO. "Esther" (OFFICIAL VIDEO)

Le chitarre di Spaccamonti si immergono perfettamente nel flusso sonoro apparecchiato dal socio, sia quando si incantano su riff post rock alla Tortoise (“A.s.e.e.”), sia quando – come in “Sheep” – salgono di volume, lievitando come si trattasse di un Bill Frisell editato, cui viene precluso il fraseggio, sia infine quando in “Crollo” rispondono ai campionamenti morriconiani di Fano, immaginando un Bruno Battisti D’Amario colto da spasmi epilettici.

Fano strappa l’applauso in “Gaetano”, dove l’arpeggio circolare di Spaccamonti viene utilizzato come piattaforma per un lavorio produttivo che ne sfianca l’andamento ciclico, tramite continui colpi e furtive manipolazioni.

Si tratta di otto piccole pillole la cui lunghezza non supera quasi mai i due minuti e mezzo, con una scelta voluta di economia e concisione.

E se di primo acchito si potrebbe criticare l’esigua durata del disco, bastano un paio di ascolti per capire che la scelta si rivela non solo vincente, in ragione di una densità che non conosce cali di attenzione, ma anche azzeccata, suggerendo subliminalmente la modalità di fruizione: l’ascolto in loop. Facendo girare diverse volte e in maniera consecutiva il lavoro, vi assicuriamo che quello che riceverete in cambio è un effetto ipnotico e quasi psichedelico. Nella reiterazione delle frasi e dei ritmi vi sembrerà di essere avvolti in una calda e morbida coperta sonora. Provare per credere.