…. una piccola-grande meraviglia! Queste sono le parole con le quali si conclude questo articolo, ma ho deciso furbescamente di inserirle all’inizio per provare ad attirare la vostra attenzione. D’altronde alzi la mano chi aveva mai sentito nominare Sheep, Dog & Wolf.

Dietro al moniker si nasconde Daniel McBride, un ragazzo neozelandese che giunge con “Two-minds” alla seconda prova discografica e la cui d’identità artistica è perfettamente tratteggiatanel brano di apertura “Months”: tre minuti di pennellate sonore sparse, ma capaci di dipingere un ritratto piuttosto fedele: troviamo infatti stratificazioni, struttura minimalista, morbide progressioni, un delicato falsetto che scandisce le pause e i vuoti fino a giungere nella stratificazione a una polifonia corale. Si tratta insomma di un modus operandi nel quale la scrittura risulta profondamente intrecciata all’arrangiamento. Le linee melodiche e le armonie sembrano trovare la propria ragion d’essere solo all’interno della struttura musicale creata dall’artista e sorge spontaneo pensare che le composizioni non siano nate come scarni demo, ma piuttosto come brani già ben definiti nella testa di McBride. Il risultato potrebbe essere definito come una sorta di cantautorato da camera, dove le influenze “non pop” (classiche, contemporanee o jazz che siano) sono impiegate in sinergia con una scrittura e una sensibilità d’autore, approdando così a un ibrido decisamente personale.

 

Ma prima di parlare del resto facciamo un passo indietro per parlare brevemente dell’artista.
Daniel McBride, originario di Wellington, è autore e multi strumentista con una formazione accademica al sassofono e in composizione. Ha esordito nel 2013 a soli 17 anni con l’EP “Ablutophobia” registrato interamente da solo nella sua cameretta e pubblicato autonomamente per poi proseguire nel 2014 con il primo album sulla lunga distanza, “Egospect”, anch’esso registrato in autonomia ma pubblicato dalla etichetta indipendente Lil’ chief Records. I dischi furono accolti molto favorevolmente dalla stampa locale proprio per il peculiare mix tra approccio compositivo classicheggiante e scrittura cantautorale prima descritto.
Tra il primo disco e “Two-minds” sono però trascorsi ben sette anni; un lasso di tempo che McBride stesso non nasconde essere stato un periodo molto travagliato per problemi di salute fisica e mentale: “L’album è stato scritto durante un periodo di malattia fisica e mentale cronica; è un documento di quel periodo. Ma guardo ancora a “Two-Minds” come una dichiarazione positiva – riguarda la guarigione tanto quanto la malattia, e i raggi di luce che possono brillare anche nelle profondità di essa”.

Si percepisce sin dalle parole dell’autore che il lungo e tormentato intervallo di tempo che intercorre tra le pubblicazioni ci ha restituito un artista senz’altro più maturo e consapevole e l’ascolto ci conferma questa sensazione. Il nuovo album conferma ancora una volta l’autarchia produttiva ed esecutiva di McBride anche se il risultato finale è un disco curatissimo, distante dal suono low-fi normalmente associato all’estetica DIY.
Una caratteristica che emerge immediatamente all’ascolto di “Two-minds” è che si tratta di una musica complessa ma non complicata, che – se anche nei momenti più spogli e minimali mette in campo una miriade di elementi e suggestioni – semplifica tutto preferendo all’accumulo la sintesi.

Veniamo quindi ai brani: dell’iniziale “Moths” abbiamo già detto ma per riprendere quanto scritto poc’anzi va aggiunto che l’incedere aereo e sospeso, unitamente allo stile del cantato, non può che far felice gli amanti di Robertino Wyatt.
La title track è forse il brano cardine dell’album non solo per la sua qualità ma perchè il titolo “bipolare” e il testo entrano nel merito del disagio psichico vissuto dall’artista; il brano sostenuto da un ritmo dispari e saltellante si sviluppa in un magico gioco di incastri tra pianoforte, flauto, archi, synth e soprattutto stupefacenti armonie vocali che, a proposito di suggestioni, richiamano quanto fatto da Panda Bear nel suo capolavoro “Person Pitch”, seppur in un contesto musicale del tutto differente.

Sheep, Dog & Wolf - Two-Minds (Official Music Video)

In “Cyclical”, il titolo del brano sembra alludere al pattern pianistico su cui si sviluppa una ballata adornata da un lussureggiante arrangiamento corale e orchestrale, mentre “Could’ve” è una delicata e struggente ballata screziata nel finale da una chitarra elettrica distorta e la cui interpretazione vocale ricorda il Bon Iver più intimista.
Le melodie oblique delle ballad orchestrali di “Fine” e “Periphescence”, l’una caratterizzata da un’inedita pulsazione elettronica quasi subacquea e l’altra da un superbo arrangiamento di fiati jazzati riportano non solo alle reminiscenze wyattiane, ma anche a quelle di un grande (e dimenticato) outsider della scena anni 2000 ovvero DM Stith.
I ritmi saltellanti di “Deep Crescents” e “Feelings” fanno immaginare un improbabile incrocio tra il Sufjan Stevens di “Illinois” e il canterbury sound.
Per chiudere questa “caccia al tesoro sonora” annotiamo un’affinità generale più di metodo (ricchezza orchestrale, raffinatezza degli arrangiamenti, ritmi saltellanti e linee vocali ricercate) che di risultato con un altro artista trasversale emerso in questi anni ovvero l’inglese Cosmo Sheldrake di cui abbiamo parlato qui.

Il vero miracolo di questo disco è però, occorre ribadirlo, la capacità di farsi ricordare, al di là delle suggestioni, solo ed esclusivamente quale disco di Sheep, Dog & Wolf, come in un gioco di specchi nel quale le immagini originali sono distorte fino a non essere più riconoscibili e a creare una nuova e del tutto differente immagine che rimane impressa nella mente di chi la osserva. E se guardiamo nello specchio quello che vediamo è … (vedi inizio)