Attendevamo con una certa curiosità il ritorno di Annie Erin Clark alias St. Vincent. Un po’ perché avevamo molto amato il suo precedente lavoro, “Masseduction”, un po’ perché l’artista americana ha sempre cercato di spiazzare il proprio pubblico ed era dunque lecito attendersi l’ennesima sorpresa.
La progressione artistica della ragazza di Tulsa potrebbe essere descritta come un processo di focalizzazione e affilatura: i suoni sono diventati sempre più nitidi e spigolosi, i testi sempre più acuti. Una parabola che aveva finora trovato il proprio apice in “Masseduction”, album che mostrava un’artista ormai capace di controllare con un pugno di ferro la propria immagine e la cifra stilistica del proprio pop ad alta definizione.

Ed è proprio il controllo (o la mancanza di esso) uno degli elementi vitali anche di Daddy’s Home.

Per comprendere l’ennesima svolta di St. Vincent, i sapori seventies di “Daddy’s Home” e suo tono personale e intimo, occorre partire da alcune faccende personali della ragazza: pur non essendo un concept album, si tratta infatti di un’opera in cui Annie ha riversato diverse pagine della propria storia personale e familiare. Il padre di Annie è stato rilasciato dalla prigione due anni fa, dopo essere stato condannato a 12 anni per una speculazione finanziaria da ben 43 milioni di dollari. In questo lungo lasso di tempo, Annie si è dovuta abituare alle visite in prigione per vedere il prigioniero 502, come recita la strofa di apertura della canzone che dà il titolo al disco e in cui, fra trame musicali che riportano alla mente la New York jazz di locali come il Village Vanguard o il Blue Note, si racconta anche della surreale situazione di dover firmare autografi nella sala visite, finendo per diventare la “bella” della prigione.
La scarcerazione del padre ha riportato alla luce tutta una serie di ricordi musicali sedimentatisi fin dalla sua infanzia. Canzoni e musiche ascoltate migliaia di volte in compagnia del padre, divenute un bagaglio interiore che Annie adesso utilizza evitando il revival puro grazie al filtro della sua chitarra spigolosa e del proprio stile divenuto ormai sempre più personale.

E così si passa dai tocchi glam di “Pay your way in Pain“, a una “Down and out in downtown” che riesce ad evocare la vita notturna di una certa New York, coniugando tastiere alla Stevie Wonder, intimismo alla Donny Hathaway e lontani profumi di Sly & The Family Stone.

St. Vincent - Pay Your Way In Pain (Official Video)


E se due midtempo come “Live in the Dream” e The Laughing man” riportano alla mente addirittura i Pink Floyd di “Dark Side of the Moon“, a conquistare sono le cartoline dalla New York anni settanta di “… At the Holiday Party” dove la protagonista è una borsa Gucci usata a mo’ di farmacia ambulante, “Candy Darling” che tira in ballo la musa di Warhol/Reed e infine la sorprendente (anche se di Annie niente dovrebbe sorprenderci) “My baby wants a baby“, dove si omaggia il “9 to 5” di … Sheena Easton, con una languida versione che potrebbe provenire dal laboratorio delle premiata ditta Ulvaeus/Andersson periodo “The Winner Takes It All”, con il valore aggiunto di un umorismo quasi sovversivo, nel cantare la paura di una potenziale paternità.


Ciò che più sorprende di “Daddy’s Home” è quanto suoni personale e sincero e allo stesso tempo lontano dal registro mainstream e iper-moderno di “Masseduction”. Trionfa infatti un mood rilassato, nostalgico e con un notevole carico di soul, come si trattasse di una trasmissione radiofonica carpita dal Donald Fagen di “The Nightfly”.
Inutile rimarcare come i meriti in questo caso vadano divisi anche con Jack Antonoff, già co-produttore di “Masseduction” e nome tra i più caldi del momento dopo aver messo collaborato anche agli ultimi lavori di Taylor Swift e Lana del Rey.

Daddy’s Home” porta con sé un’euforia che risulta allo stesso tempo inaspettata e confortante, che non rinuncia alle provocazioni che Annie riesce a gestisce con malizia e ambizione anche quando – come visto – si apre maggiormente, a livello personale, verso l’ascoltatore.
Un lavoro pieno di grandi melodie e ritmi profondi il cui aroma rimane sospeso nell’ambiente. Un album destinato a durare nel tempo (un keeper, come dicono gli inglesi…) e comunque probabilmente il migliore finora pubblicato dalla musicista americana. Non resta che immergersi nel suo ascolto, magari restituendo lo sguardo che Annie ci lancia dalla copertina del vinile.

Sicuramente, nel proprio genere, uno dei candidati per l’album dell’anno.