Dopo sei anni di assenza, tornano i Bachi da Pietra con un nuovo disco intitolato Reset e una formazione ampliata che, all’inossidabile duo composto da Giovanni Succi (voci e corde) e Bruno Dorella (ritmi e pelli), affianca Marcello Batelli, chiamato ad occuparsi dei bassi e di una misurata “patina elettronica”.

La prima domanda cui tocca rispondere dunque non può che essere: come suonano i nuovi Bachi?

La risposta è che suonano rock.

Non credo siano necessari ulteriori suffissi o prefissi per descrivere meglio la proposta di questi tre musicisti che, semplicemente, maneggiano strumenti e parole con un’attitudine quintessenzialmente rock e propongono per l’occasione una formula che abbandona i toni black (metal) dell’ultimo lavoro, senza tornare all’avant blues scarno degli esordi. L’esperienza cantautoriale (per quanto sghemba) di Succi ha inevitabilmente lasciato delle tracce, prima fra tutte una maggiore accessibilità del cantato, adesso meglio accordato a un pubblico che, crescendo di numero, ha portato una maggiore voglia di comunicare e farsi capire.

Per quanto ci riguarda, ci siamo occupati altre volte di loro: QUI abbiamo messo in chiaro che Succi è un eroe e QUI invece si è riconosciuto al gruppo la capacità leggere i propri tempi. Dal blues catacombale degli esordi fino all’hard e poi black metal dell’accoppiata “Quintale”/”Necroide” il loro è stato un percorso chiaro e omogeneo, tenuto assieme dalla credibilità dei due musicisti. Succi si è dimostrato uno di quei parolieri che vale sempre la pena ascoltare, dotato di un carisma capace di donare ulteriore profondità alle proprie parole, mentre Dorella, dai tempi dei Wolfango in poi, ha inanellato una serie di progetti e collaborazioni (Ronin, oVo etc) che ne hanno dimostrato eclettismo e una preziosa apertura mentale.

 

Si comincia con “Di che razza siamo noi” che cita Battiato e Alan Sorrenti, mescola marzialità e melodia e rivendica un’identità che si definisce nell’assenza (Non so di che razza siamo noi (…)/ Il nazional popolare ci ha sempre fatto cagare). Un buon inizio, ma si può fare di meglio ed infatti ecco che subito dopo arriva il primo vero centro: “Umani o quasi”, in cui si avverte la mano di Batelli, impegnato a manipolare un suono che nella strofa diventa quasi etereo e acquista corpo nel ritornello in crescendo, che infila parole su parole: Inesausta, ogni mattina, innocente, assassina/ Nessun Eden di delizie: qui comincia, qui finisce/ (…)Sono un insetto e porto il peso, non mi sono mai arreso/ sono un insetto e porto il peso dell’umanità/ sono un insetto e porto il peso che mi schiaccerà.

Dopo tanto pathos, giunge benvenuta l’ironia caustica che abbiamo imparato a conoscere soprattutto nel Succi solista: in “Bestemmio l’universo” si ironizza sul fatto che “o – o – o- il mio mondo perfetto non me lo lasciano fare” e allora “l’insetto dello sterco manda il cosmo a cagare”. Hanno ragione a lamentarsi: visti i tempi, allora tanto valeva che il mondo fosse stato creato “senza casini/ più commerciale, più easy”. Un po’ come sono questi nuovi Bachi che però in “Pesce veloce del baltico” recuperano un po’ di schitarrate rock ai limiti dell’hard glam e una batteria processata e immersa in una soluzione di synth (vince sempre il più conforme alle rotte esistenti/ anzi stai sul cazzo a tutti quando te le reinventi/ (…) pesce d’altura, la rotta che sceglie è la sua sciagura).

Con “Fumo” diventano groovosi e cool, con un cantato quasi hip-hop che si snoda attorno a giro di basso sinuoso e a un beat che Dorella amministra come un killer; Succi dispensa qualche buon consiglio (forse ti conviene meglio muovere il culo/ che pregare un bastardo che ti porta del…. fumo) e qualche verità più (così un bel giorno brami il tuo bel fumo sicuro/un voto e sei assunto nella fabbrica del fumo) o meno scontata (la merda fa fumo e la merda piace/miliardi di mosche non possono sbagliare), su cui irrompe un solo di chitarra blues come neanche i Black Keys prima maniera, solo annegati in un ambiente sonoro intasato di rumore bianco. “Meriterete” è la genialata: una meta-canzone che usa la medesima ironia caustica del testo nella scelta dello stile musicale, con il risultato di un brano a metà tra un Giorgio Canali autotunato e dei Tre Allegri Ragazzi Morti in botta da palasport. “Insect reset” riporta tutto a livello basico con basso batteria e chitarra a fare il proprio mestiere, mentre Succi azzecca incipit (A quel punto anche lui era disorientato/ se sono scherzi del caso… sono scherzi del cazzo!) e ritornello ostinato (Così stupidi/ così tanti!). “Il rock è morto” è un talking blues in cui ogni parola ha un ritmo suo, tutto interno, che ipnotizza e non molla mai il colpo, né perde un solo battito, mentre – tra le altre cose – pronuncia le parole definitive sull’annosa questione di cui al titolo (o tradisci tradizioni/ o riproponi cloni). “Comincia adesso” è una bomba micidiale mandata in orbita da una dinamica che trascina ed è trascinata dal flusso alluvionale del testo (vecchia carne da macello/ lo vedi quello spettro nello specchio?/ promette ancora peggio… e il bello è che: comincia adesso!).

Infine “Ciao pubblico” si rivolge a tutti con onestà intellettuale (ciao pubblico, non dico mio perché non ti ho/tra noi non c’è possesso, solo rock n’ roll) sarcasmo (vi vedo un po’ perplessi, ma non è un freak show/ tipo noi siamo i gibboni, tipo voi allo zoo) e la consueta ironia (posso farti anche schifo c’è di certo di meglio/ma guarda il dinosauro era un grande e s’è perso), finendo con la rivendicazione del proprio ruolo (adesso tu sei ramo, io sempre vento) e il desiderio di non mollare (se il pubblico non se la sente: noi ce la si sente sempre).

Un disco di feroce ironia che manda tutto in superficie e in cui ogni parola significa esattamente quello che esprime. Risultato che si ottiene non bandendo la complessità, ma piuttosto grazie a una chiarezza espositiva, musicale e testuale, capace di arrivare subito e a livello epidermico.

Il rischio può essere quello di sottostimare il valore di un album “troppo” lineare, specialmente in un periodo in cui sembra prevalere, almeno in certi circuiti, l’esaltazione per l’opera “complicata”, post-moderna ed ambiziosa.

E’ vero: non si ha bisogno di troppi ascolti per capire quello che Succi dice e Dorella batte, ma questo – lungi dall’essere un difetto – si presenta piuttosto come il pregio che ti porta a rimettere su più e più volte queste dieci canzoni perfette.

Al momento disco RUOCK dell’anno.

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