IRA”, il nuovo disco di Iosonouncane, è sicuramente il lavoro italiano più atteso degli ultimi due anni, da quando è stato annunciato il tour teatrale che avrebbe dovuto presentarlo in maniera integrale e in anteprima. La pandemia si è messa – come sappiamo – di mezzo e, dato il prolungarsi dello stop dei concerti, Jacopo Incani, l’uomo che si nasconde dietro un moniker che fa il verso al proprio cognome, ma che a noi piace ricondurre anche a Diogene il Cane, ha deciso di rinunciare al progetto dell’anteprima live e pubblicare il disco in forma fisica e digitale. Peccato, perché – mentre ascoltavamo il disco – non abbiamo potuto fare a meno di pensare a quale sarebbe stato l’impatto per gli ascoltatori che si sarebbero ritrovati immersi nel maelstrom musicale che Jacopo ha composto, arrangiato e prodotto con una cura e un’attenzione per il dettaglio che mal si attagliano – ahimè – ai nostri tempi.

Chissà quali sarebbero state le reazioni e le risposte social di fronte a un lavoro che ha la pretesa di esibire un massimalismo che non cerca mezze misure, ma aggredisce, rapisce e trascina via l’ascoltatore.

Abbiamo dunque pensato di contattare Simona Norato che di quelle anteprime sarebbe stata protagonista, suonando i suoi tasti sul palco, assieme agli altri membri della Mandria, ovvero il manipolo di musicisti che Jacopo Incani ha raccolto attorno a sé (ma niente paura, la riproposizione integrale di “IRA” è stata solo solo differita nel tempo: tutte le date sono state riprogrammate nel 2022).
Contattare Simona ci consentiva di chiacchierare con una bravissima pianista (in carnet artisti come Cesare Basile e band come Dimartino e Iotatola), nonché con una delle migliori songwriter italiane emerse negli ultimi anni. Non siate pigri: digitate subito “Orde di Brave figlie” e lasciatevi conquistare da un cantautorato stralunato che, alla combinazione voce e piano, riesce ad aggiungere sapori mediorientali, ritmi africani e un eclettismo capace di spaziare dal blues più scarno e waitsiano al sinistro classicismo di certa canzone d’autore italiana:

Simona Norato - Scegli me tra i bisonti (Official video)

Ma soprattutto ci dava la possibilità di “sbirciare” dietro le quinte della lavorazione di un disco molto atteso che fa del massimalismo e della complessità un obiettivo scoperto e che vuole ambiziosamente creare un paesaggio sonoro in cui far smarrire l’ascoltatore.

Ma lasciamo la parola a Simona Norato.

Ciao Simona, ti va di partire dai tuoi progetti solisti?
Ho scritto un trittico di canzoni che a luglio dovrei riuscire a registrare a Bologna. Si tratta di tre brani per un unico concetto, un po’ come usavano fare i pittori che mettevano in sequenza tre tele.  Non credo avranno una distribuzione fisica: ritengo più adatto al momento un’uscita digitale, magari abbinata a tre video che dovrebbero raccontare il presente, il prequel e il sequel della storia.

Qual è il tema del trittico?
L’ho intitolato Qlima ovvero clima, ma scritto con la “Q”, per indicare un tempo talmente perturbato da cambiare anche la natura della parola stessa. Musicalmente ho modificato il mio modo di comporre. Sono sparite le influenze mediterranee e mi sono un po’ “glacializzata”, ma soprattutto mi sono liberata della gabbia del testo, cominciando invece a improvvisare le linee di canto a partire da semplici fonemi, lavorando molto con l’inconscio e le suggestioni. Sono molto soddisfatta del risultato. Inutile dire che il lavoro con Jacopo mi ha molto influenzata, anche perché è giunto in un momento in cui avvertivo la necessità di cambiare alcune cose… 

Ad esempio?
Ad esempio il mio approccio al pianoforte. Avvertivo un eccessivo piacere nel restare in una mia comfort zone con le solite dinamiche e le consuete figure musicali e così ho cominciato a mettere in discussione il mio pianismo, pieno di movimento, in favore di una maniera di suonare più minimale e statica. 

Confesso in effetti di averti cercato a lungo tra i brani di “IRA” senza riuscire a focalizzare i passaggi in cui emergeva il tuo stile al pianoforte.
Questo perché in “IRA” il piano è sempre fermo. Non si muove mai! Con Jacopo ho dovuto fare una rivoluzione molto profonda sul mio approccio allo strumento. Mi sono ritrovata a dover suonare in maniera “monotona” per diversi minuti sempre la stessa frase. Ho dovuto imparare a trovare riferimenti in parti dilatate per non essere costretta a contare le battute. E’ stato molto interessante, ho dovuto trovare dentro di me risorse di altro tipo. 

Partiamo dall’inizio. Raccontami di come nasce la collaborazione con Jacopo.
Premetto subito che ero una grande fan di Jacopo. Ricordo ancora quando, mentre ero in tour con Cesare Basile, qualcuno è arrivato con il disco di questo nuovo artista italiano… Sembravamo una setta che avesse scoperto un segreto incredibile ed eravamo tutti attoniti. Il brano era “Il corpo del reato”.

iosonouncane - il corpo del reato

Il passo successivo fu una serata a Villa Ada nell’estate del 2016, in cui Cesare Basile suonava in trio, con me al piano e Massimo Ferrarotto alla batteria. Il programma della serata vedeva subito dopo l’esibizione di Jacopo, che portava in tour “DIE” con la band di cinque elementi che aveva messo in piedi dopo che l’album si era rivelato un successo improvviso. Credo che Jacopo fosse rimasto molto colpito da quella mia performance, tanto che proprio quell’estate, mentre – ironia della sorte – il tour di Cesare mi portava in Sardegna, terra d’origine di Jacopo, ricevo una chiamata in cui mi proponeva una collaborazione: stava scrivendo del nuovo materiale e aveva bisogno di allargare l’organico della band da cinque a sette elementi.

Quindi nel 2016 Jacopo stava già scrivendo “IRA”?
Mi disse di avere almeno cinquanta brani pronti e che stava già facendo una scrematura. Abbiamo cominciato a vederci con la Mandria, fino a quando nel maggio del 2018 in uno studio di Montecchio di Peccioli abbiamo registrando “IRA” in presa diretta. 

Cosa registrate in questa prima tornata del 2018?
Registriamo quasi tutto! Si tratta ovviamente di una pre-produzione, in quanto le registrazioni verranno poi fortemente ri-lavorate da Jacopo e Bruno Germano e alcune parti interamente risuonate, ma in quelle sessioni registriamo in presa diretta praticamente tutto il disco, al netto forse di un paio di brani che rimangono fuori.

Cosa intendi per presa diretta?
Tutti collegati. Batteria e percussioni microfonati, i synth in linea e senza amplificatori. Tutti con il ritorno in cuffia e in click. L’unico audio reale dentro questa caverna di pietra scavata nella roccia erano i tamburi, la batteria e le percussioni. Jacopo suonava, mentre la sua voce era presente in cuffia tramite una traccia guida. 

Hai poi dovuto risuonare le tue parti?
Ho risuonato tutte le parti di piano su un pianoforte acustico. Durante la pre-produzione avevo registrato con un piano elettrico collegato in linea per non far perdere il movimento del piano ai brani.
Per le parti di sampler e di synth è stato fatto invece un re-amp: si fa passare il segnale registrato in linea dal musicista dentro un amplificatore e lo si ricattura con dei microfoni. Così facendo ottieni un duplice risultato: l’esecuzione risulta influenzata dalla take corale, mentre il re-amp ti consente di sperimentare con la resa sonora. Di quest’ultima operazione si sono occupati Jacopo e Bruno Germano che è davvero il suo braccio destro, le sue orecchie. Loro sommati sono una bomba atomica!

Era tutto scritto?
Jacopo ha scritto tutto per tutti! Tutto! Pur non avendo una formazione accademica, è un musicista che approfondisce tutto ciò che gli interessa e trova sempre un linguaggio universale per comunicare con i suoi musicisti. E’ anche un “uomo digitale”: un grande conoscitore della sintesi e dei software che permettono di comporre.

Tu cosa hai suonato?
Il pianoforte, un organo elettrico e dei sampler di mellotron. Niente sintetizzatori: non ho creato dall’onda e dalla sintesi, ho lavorato esclusivamente su tastiere in cui erano stati caricati suoni campionati. Dei sintetizzatori si sono occupati soprattutto Amedeo Perri e Francesco Bolognini, oltre ovviamente a Jacopo stesso che dal canto suo ha suonato la chitarra, una strings machine e soprattutto ha utilizzato la sua sterminata collezione di campioni, che registra in giro ovunque va.

Torniamo un attimo indietro a quando ti “assolda”…
Jacopo era molto interessato alla coralità, concetto che declinava anche nel modo in cui scriveva e modificava le parti: non appena ha avuto chiaro l’organico che avrebbe inciso il disco, ha cominciato a modificare le parti e la loro assegnazione cucendole addosso ai musicisti e alle loro caratteristiche.

Quindi il disco è stato dapprima scritto e suonato interamente da Jacopo e, successivamente, in base ai feedback che otteneva dai musicisti, ha cominciato ad aggiustare il tiro.
Esattamente. Ad esempio, è stato fatto un lavoro straordinario per le voci e i cori. Inizialmente Jacopo aveva solo degli appunti. Aveva lavorato molto sul proprio timbro, ma voleva anche inserire tre voci femminili. Abbiamo dovuto attendere che completasse i testi definitivi dei brani, operazione per cui ha impiegato parecchio tempo: per poco non diventava pazzo! Gli ho visto riempire quaderni su quaderni di schemi, parole e significati. Impressionante! Quando ha finito di scrivere, ha fissato la session dei cori. Io stavo lavorando per Raidue, suonavo le tastiere nella band residente della trasmissione “Maledetti amici miei” di Haber, Papaleo, Rubini e Veronesi. Era il settembre del 2019. Lavoravo a Roma cinque giorni su sette e, nei due giorni che rimanevano, prendevo il treno alle sei di mattina, di sabato, dopo che la sera del venerdì avevo registrato una diretta differita con tutta la tensione che puoi immaginare. Arrivata a Bologna trovavo Jacopo che mi aspettava alla stazione per riprendere a lavorare esclusivamente alle voci. Ci siamo visti così per circa cinque o sei weekend… Un’esperienza bellissima che mi emoziona ancora oggi al solo ricordo.

Ai cori chi partecipava?
Jacopo, io, Serena Locci (che è la cugina di Jacopo, la voce diventata famosa per il campionamento presente in “Stormi”), Maria Giulia Degli Amori e infine Amedeo Perri a cui sono stati affidati dei falsetti molto interessanti. Tutti abbiamo scoperto qualcosa della nostra voce. Sotto la guida di Jacopo abbiamo esplorato tantissimo. Io ho scoperto di avere un timbro grave molto intenso, che non avevo mai usato! La mia voce si confonde spesso con quella di Maria Giulia, siamo due contralti piuttosto scuri e c’è una sovrapposizione voluta… nel terzo brano, “Foule”, se senti – dopo la prima strofa – una voce da demonio, molto grave: quel demonio sono io! 

Com’è stato lavorare su delle parti interamente scritte, tecnicamente molto impegnative e inserite in un contesto musicale molto libero e destrutturato?
Mi sono dovuta riprogrammare, ma l’ho fatto con una gioia immensa, vedendola come un’opportunità per guadagnare qualcosa a livello artistico. Ero finita nel progetto musicale che più mi stimolava in Italia e da subito mi sono sentita stimata da Jacopo. Lui è bravo a individuare i limiti dei suoi musicisti e attuare una strategia che gli consenta di superarli. Con me ad esempio ha capito che avevo bisogno di tensione per tirare fuori certe cose…

E’ piuttosto esigente?
Diciamo che ha chiara in testa la sua idea e non è disposto a rinunciarvi, dovessero volerci secoli. Una volta mi ha fatto ripetere un solo di organo almeno dieci volte, dandomi indicazioni sempre più precise. Alla fine lo ha eseguito registrato lui in prima persona e mi ha detto: “Tu sai suonare e non riesci a dimenticare di saper suonare. L’ho registrato io perché non so suonare e ho meno paletti di te”.

Jacopo parlava di cosa era “IRA”? Intendo a livello programmatico? Vi raccontava qual era il risultato finale cui voleva giungere o l’idea che il disco doveva esprimere oppure ha lasciato che parlasse solo la musica?
A questa domanda non posso rispondere. Ci sono informazioni che vanno lasciate a Jacopo. Posso dirti però che abbiamo parlato a lungo della sua visione, affinché questo ci aiutasse a raggiungere l’obiettivo che si era proposto. C’è un’idea molto forte alla base di tutto il progetto “IRA”, un’idea di cui abbiamo discusso a lungo… 

Adesso facciamo un gioco: ti racconto alcune suggestioni che ho ricevuto dall’ascolto del disco e tu mi dici se ci ho preso o meno, ok?
Ok.

La prima riguarda l’utilizzo della lingua e della parola. 

Dopo la verbosità dell’esordio, l’ermetismo e le ellissi di “DIE”, in IRA sembra volersi privilegiare la comunicazione musicale rispetto a quella testuale. L’italiano di fatto non è presente, mentre si utilizza una sorta di esperanto composto da inglese, tedesco, spagnolo, arabo e soprattutto francese, lingua che peraltro crea una doppia suggestione richiamando anche il maghreb africano. La parola è diventata suono? Il suono ha prevalso sul significato?
No, assolutamente. Spero che nel booklet del disco saranno presenti i testi in modo da consentirne una migliore fruizione, ma ti assicuro che sono tutti molto significativi. Trovo che questa scelta di creare una lingua mista sia innanzitutto politica. Così come trovo lo sforzo profuso nello studio dei significati di molte parole, accostandosi a diverse culture e lingue, sia di per sé un gesto politico molto profondo.

Quindi si tratta di una specie di grammelot che riesce a comunicare nonostante non possa essere ricondotto a nessuna lingua “pura”? 
Esatto. E’ stato anche fatto un lavoro sintattico straordinario. Poi ovviamente c’è anche la componente sonora: la scelta dei vocaboli viene influenzata anche dal loro suono, ma si tratta di una componente assolutamente minoritaria rispetto al significato del testo.

Quindi – passami la provocazione – lui continua a essere un cantautore, solo che ha cambiato lingua, creandone una sua.
Volendo possiamo metterla così. A volte credo che Jacopo giochi un po’ con chi lo ascolta e che gli faccia delle marachelle… Non mi sorprenderebbe neppure se decidesse di non includere i testi e non pubblicarli: costringerebbe tutti ad doverli ascoltare più e più volte per afferrarne il significato e secondo me ci sarebbe un sacco di gente che lo farebbe… 

Prossimo tema: La voce come identità. 

E’ come se con IRA Jacopo volesse scomparire e perdersi in una moltitudine polifonica. Se  in alcuni passaggi il disco si avvicina a scenari post-blues alla Scott Walker o si produce in gospel sotto acido alla Nick Cave o Michael Gira, se ne allontana per quanto riguarda la gestione della voce, che non irrompe mai come quella di un predicatore, ma tende a diventare colore musicale spesso mixato molto sotto nell’impasto sonoro. 
Ma se la voce – un po’ come i baffi di Carrere – rappresenta l’identità, la sua rinuncia sembra allora comunicare una voglia di scomparire nella coralità. Anche l’abbandono dell’italiano va letto in questa maniera? Avrebbe comunicato in maniera troppo scoperta “senso”, finendo inevitabilmente per dividere o comunque spezzare un incanto? 
Difficile rispondere. Posso dirti che ho visto in lui un grandissimo desiderio di diventare corale, di unirsi a una moltitudine, di diventarne parte. Credo che la gestione delle voci e la scelta delle lingue facciano parte dello stesso tentativo: avvicinare a sé altre voci nel desiderio di non essere più solo.
Aggiungerei poi il desiderio di allontanarsi dalla cifra usata fino a “DIE” e così tanto caratterizzante… alludo all’utilizzo di quel sovra-acuto, che magari lo rendeva certamente più predicatore e lo poneva al centro della scena, ma che avrebbe finito per farlo sentire in gabbia. Ha dunque messo in discussione timbro e approccio, ha cominciato a cercare e ha trovato due espressioni che sono agli estremi: o falsetto o voce calda, grave e morbida.             

Non trovi ci siano alcune (felici) contraddizioni: il tentativo di perdersi in una moltitudine polifonica ma attuato tramite un’opera magniloquente e solitaria e la creazione di una lingua meticcia, metafora di fratellanza e unione, ma che risulta nell’immediato meno accessibile. 
Mi rendo conto che la scelta sulla lingua sia molto pericolosa, quasi folle, ma credo di riconoscere un desiderio di destrutturare e di fuggire ai propri stessi schemi. Un atteggiamento che gli consente di rimanere curioso e creativo. Anche questo se ci pensi è molto politico: mentre tutti non fanno altro che cercare di rafforzare un’immagine che li renda riconoscibili per il mercato, lui fa il contrario. E la cosa bella è che molti lo hanno seguito, dimostrando che in Italia c’è un pubblico interessato a queste cose e che con Jacopo ha potuto re-entusiasmarsi.

Ultimo punto: Il suono. 

Avvolgente e caliginoso, pieno di tantissime suggestioni, parla la lingua del massimalismo odierno: tanti stimoli, bombardamenti e battiti continui, un eclettismo spinto. Ma è anche un disco che ti conduce in un mondo personale disegnato da un musicista demiurgo. Viene da chiedersi se a fronte di una forma molto politica (la scelta della lingua, la lunghezza dell’opera e la sua complessità) anche la sostanza dell’opera lo sia altrettanto.
A mio avviso, la sostanza musicale del disco rafforza enormemente il concetto espresso dalla sua forma. E’ vero che il disco ti conduce in un grembo caldo creato dall’autore, ma credo anche che questo “rapimento” procuri una sorta di disorientamento quasi brechtiano, capace di comunicare un senso di libertà incredibile. Quello che si vuole mostrare è che si può andare in direzioni diverse da quelle che seguono tutti e non per questo rimanere soli.  Con questo disco Jacopo porta il suo pubblico in un viaggio magnifico, lontano dal mondo terribile che ci circonda e questo è un dono che fa alla gente. E’ come se nel contraddittorio moderno il discorso pendesse sempre dallo stesso lato… ecco: lui ci tiene a fare da contrappeso, a mostrare che esiste anche un’altra maniera.

Immagino che suonato dal vivo IRA acquisterà un’ulteriore forza comunicativa. E’ stato Jacopo ha difendere con le unghie e con i denti un tour che a differenza di molti altri non è saltato?
L’idea dell’anteprima era bellissima. Abbiamo cercato in questo anno di tragedia di conservarla: prima che venisse pubblicato volevamo farlo sentire noi. A un certo punto però Jacopo ha ceduto. Era come se fosse ancora incinta, ma volesse nello stesso tempo avere un altro figlio… Una situazione non certo piacevole.

L’esecuzione dal vivo riprodurrà il disco così come registrato o vi saranno margini per improvvisare sulle parti? Essendo tutte le parti scritte i margini per cambiare non esistono, ma c’è tutto un discorso legato all’espressività e alla dinamica su cui Jacopo è giustamente molto esigente, ma ti assicuro che La Mandria funziona bene e lo ha fatto davvero da subito.

Sono sicuro sarà uno spettacolo bellissimo.
Puoi scommetterci.

Grazie Simona.