Shame, Fontaines DC, Idles, Goat Girl, Murder Capital, Black Midi, Black Country New Road: dopo parecchi anni di stasi la scena rock delle isole britanniche sembra infatti essersi improvvisamente risvegliata. Perlomeno a chi ha una certa età è parso di tornare all’epoca del brit pop, anni nei quali si assisteva a un turbinio di annunci di “next big thing” da parte delle riviste. Certo non siamo a quei livelli e i tempi sono decisamente cambiati sia per il rock (ora decisamente più marginale di allora) che per le modalità di diffusione e marketing. Non ci sono più i Melody Maker o i New Musical Express a fare (spesso persino prima ancora della pubblicazione di un singolo) e disfare (mediamente al secondo e massimo al terzo album) le band di turno. Ora è il chiacchiericcio dei social e di internet, moderno telefono senza fili, a veicolare l’hype (come si dice ai nostri tempi) creando nuovi fenomeni e attese spasmodiche.
Un livello di esposizione così alto che da un lato giova alle band per ottenere l’attenzione che magari meritano, ma che dall’altro rischia di minare l’equilibrio del giudizio, polarizzando le posizioni e insinuando il sospetto dell’operazione studiata a tavolino.

Rough Trade e Partisan sono state fin da subito le label più impegnate nella costruzione di questo nuovo filone di band spesso accomunate da un’estetica musicale che rimanda direttamente alle pulsioni wave che, a cavallo tra i settanta e gli ottanta, donarono una seconda giovinezza al rock.

Un fenomeno che ha spinto anche alcune etichette operanti in altre aree musicali – come ad esempio l’elettronica – ad interessarsi del tema. E così, a pochi mesi di distanza dalla Ninja Tune che mandava alle stampe l’esordio dei Black Country New Road, ecco scendere in campo nientemeno che la Warp con un prodotto sponsorizzato da mesi in pompa magna come rivoluzionario.

“Bright Green Field” è il primo full length del giovanissimo quintetto di Brighton, guidato dal cantante/batterista Ollie Judge, e all’apparenza sembra proprio un disco senza macchie né imperfezioni, cristallino, prodotto a puntino (dietro la consolle il grande regista di questa rinascita britannica: quel Dan Carey che, dopo Hot Chip e Franz Ferdinand, si è imposto per aver lanciato artisti come Kate Tempest, Bat for Lashes, nonché giovani band come Fontaines DC, Goat Girl e Black Midi), che mette in risalto in egual modo sia tutte le influenze dei ragazzi che le loro spiccate dote tecniche.
Ci sono tutti gli elementi del post punk “tradizionale”: dub, funk sbiancato e riff di chitarra taglienti, ma non troppo distorti. Insomma, il fantasma dei Talking Heads e dei This Heat aleggia costantemente, pesantissimo, per tutta la durata dell’album, ed è impossibile scrollarselo di dosso.
Si percepisce però la voglia di utilizzare queste fondamenta come basi per un suono più personale e avventuroso, capace talvolta di fuoriuscire dal formato canzone per sfociare in brani lunghi e divisi in sezioni eterogenee. Si tratta di un procedimento non certo nuovo, anzi già sperimentato proprio dai gruppi originari della new wave in diverse declinazioni: dai P.I.L. ai Rip Rig+Panic, passando per i già citati This Heat e Talking Heads. Si tratta però di un’attitudine che denota una certa personalità e la voglia di metterci del proprio piuttosto che limitarsi a riproporre una formula già ben consolidata, scrivendo canzoni di qualità.

Tra gli elementi utilizzati per arricchire la formula spiccano molti riff ispirati al math rock di fine anni ‘90, seppure più chiari e delicati di quelli ascoltati da band come Don Caballero e Storm&Stress, una dinamica che ricorda a tratti i Foals di Antidotes (i brani “G.S.K.” e “Boy Racers” ne sono gli esempi più lampanti), ma anche i primi Franz Ferdinand, con un falsetto che, quando non cita apertamente il cantato schizoide di James Murphy dei LCD Soundsystem, sa essere delicato ed estremamente brit.
L’elemento più interessante e capace di sparigliare le carte è però quello più caotico e strumentale di derivazione krautiana (non per niente i membri della band citano i Neu! tra le influenze maggiori): spiccano le code strumentali di “Narrator” e “2010”, ricche di fiati, synth e tanto noise per i due apici del disco.

Squid - Narrator (Official Video) ft. Martha Skye Murphy

A conti fatti, “Bright Green Field” è un disco davvero molto buono, il cui principale difetto rischia paradossalmente di essere un’eccessiva pulizia e perfezione formale. L’errore, la sbavatura o la mancanza di coerenza sono infatti elementi che ci si aspetta di trovare in un debutto e la cui assenza finisce quasi per passare come una mancanza di spontaneità.

L’impressione finale è quella di avere di fronte un gruppo con un notevole potenziale, al quale è lecito guardare con grandi aspettative per il futuro. I ragazzi hanno un immaginario ben preciso (le citazioni al Ballard de “L’isola di Cemento” presenti in “G.S.K.” e la scelta di sacrificare il “racconto” alla descrizione dei paesaggi desolati prodotti dall’alienazione tardo capitalista la dicono lunga in tal senso…) e delle doti tecniche indiscutibili. Non resta che attendere le loro prossime mosse, mentre al momento non possiamo che accontentarci di avere tra le mani uno degli album rock più interessanti dell’anno.